“Gli americani si sono comportati da codardi”: l’analista Kobi Michael sul piano del Mossad per Ahmadinejad

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di Davide Cucciati
In una trasmisisone su Radio 24, l’analista israeliano del Misgav Institute ha sostenuto che il piano prevedeva l’addestramento dei curdi in Iraq, blocctao poi dall’opposizione del presidente turco Erdogan, che avrebbe convinto Donald Trump a rinunciare all’operazione, inducendo successivamente la CIA a prendere le distanze dal piano.

 

La notizia secondo cui Israele avrebbe preso in considerazione Mahmoud Ahmadinejad come possibile guida dell’Iran dopo un eventuale crollo della Repubblica Islamica è una delle rivelazioni più sorprendenti emerse negli ultimi mesi sul confronto tra Gerusalemme e Teheran.

Secondo le ricostruzioni pubblicate dal New York Times il 13 e il 14 luglio, il Mossad avrebbe lavorato per anni a un piano volto a trasformare l’ex presidente iraniano in una figura centrale dell’Iran post-ayatollah. L’operazione avrebbe previsto contatti riservati con Ahmadinejad e, in uno scenario di regime change, la possibilità di affidargli la guida del Paese.

La notizia colpisce anche perché Ahmadinejad è stato per anni uno dei principali simboli dell’ostilità della Repubblica Islamica nei confronti di Israele. Durante la sua presidenza mise ripetutamente in dubbio la Shoah, ospitò a Teheran una conferenza internazionale con la partecipazione di noti negazionisti e fece dell’antisionismo uno degli elementi centrali della propria politica. Secondo il New York Times, il lavoro di avvicinamento del Mossad ad Ahmadinejad non sarebbe stato improvvisato durante il conflitto, ma avrebbe richiesto anni di preparazione. Il quotidiano sostiene inoltre che David Barnea, allora direttore del Mossad, avrebbe incontrato personalmente Ahmadinejad in almeno un’occasione.

Anche Haaretz, il 13 luglio, ha pubblicato una ricostruzione della vicenda, concentrandosi sul piano elaborato dal Mossad, sul coinvolgimento diretto di David Barnea e sulle discussioni che l’operazione avrebbe suscitato all’interno dell’establishment israeliano.

Ulteriori elementi sono emersi durante la puntata del 14 luglio della trasmissione Nessun luogo è lontano su Radio 24, condotta da Giampaolo Musumeci, nel corso della quale sono intervenuti Nicolò Petrelli della LUISS e l’analista israeliano Kobi Michael del Misgav Institute. David Barnea e Ahmadinejad si sarebbero incontrati in un hotel di Budapest, dove ufficialmente l’ex presidente iraniano si trovava per partecipare a una conferenza sul clima. Secondo Petrelli, il nome in codice attribuito all’operazione sarebbe stato “Gatto con gli Stivali”. A suo giudizio, il progetto sarebbe stato preparato nell’arco di diversi anni e avrebbe compreso non solo il reclutamento dell’ex presidente iraniano, ma anche la sua estrazione dal Paese e il successivo insediamento alla guida dell’Iran.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla trasmissione riguarda l‘origine della fuga di notizie. Kobi Michael ha sostenuto una tesi precisa: “Non c’è stata una fuga di notizie da parte israeliana”. A suo avviso, il leak sarebbe partito dagli Stati Uniti e, in particolare, dalla CIA. “Gli americani si sono comportati da codardi”, ha dichiarato, aggiungendo che la CIA sarebbe stata “profondamente coinvolta in tutta l’operazione”. Secondo Michael, il piano prevedeva più livelli operativi. Uno di questi avrebbe riguardato i curdi, addestrati dal Mossad e dalla CIA. “La CIA è stata molto coinvolta nell’addestramento dei curdi in Iraq”, ha precisato l’analista israeliano. Sempre secondo Michael, il progetto sarebbe poi stato accantonato dopo l’opposizione del presidente turco Erdogan all’impiego delle forze curde contro l’Iran. Erdogan, ha sostenuto Michael, avrebbe convinto Donald Trump a rinunciare all’operazione, inducendo successivamente la CIA a prendere le distanze dal piano.

Nicolò Petrelli ha invece proposto un’interpretazione diversa dell’origine del leak. A suo avviso, la diffusione delle informazioni potrebbe essere collegata ai recenti cambiamenti ai vertici del Mossad. Petrelli ha ricordato che il nuovo direttore dell’agenzia avrebbe avviato una profonda riorganizzazione interna, rimuovendo il vice indicato come possibile successore da David Barnea: “L’attuale direttore del Mossad era precedentemente il segretario militare di Netanyahu, molto legato al primo ministro israeliano”. Secondo questa lettura, la divulgazione dei dettagli dell’operazione potrebbe essere ricondotta anche alle nuove dinamiche interne dell’intelligence israeliana. Inoltre, ha precisato Petrelli, “da ciò che sappiamo, il progetto di regime change del Mossad sembra fallito. Quindi, cosa di meglio per continuare a destabilizzare l’Iran di far uscire dettagli su quest’operazione?”

Quanto al ruolo di Ahmadinejad, Kobi Michael ha escluso che l’ex presidente iraniano abbia fatto il “triplo o quadruplo gioco”: “La Repubblica Islamica non avrebbe avuto alcun interesse perché il controllo degli apparati su Ahmadinejad era scarso. Questo avrebbe compromesso il loro controllo su tutto il piano mettendo a rischio il regime stesso. Credo che Ahmadinejad sia stato realmente coinvolto nel piano ma che alla fine sia giunto alla conclusione che non fosse realizzabile. Per salvaguardare la propria posizione ha quindi deciso di ritirarsi.”

Petrelli ha invece posto l’accento sulle difficoltà incontrate dal piano all’interno dello stesso sistema israeliano. “L’operazione era estremamente ambiziosa e difficile”, ha osservato, aggiungendo che, a suo dire, quasi tutti i componenti del gabinetto di sicurezza di Benjamin Netanyahu erano contrari. Sempre secondo Petrelli, anche il Capo di Stato Maggiore e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale avrebbero cercato di impedirne l’attuazione.

Naturalmente, molti aspetti della vicenda restano oggetto di ricostruzioni giornalistiche e di valutazioni da parte degli analisti. Non è possibile stabilire con certezza quale fosse il reale grado di coinvolgimento di Ahmadinejad né da dove sia effettivamente partita la fuga di notizie. Proprio il confronto tra le interpretazioni di Kobi Michael e Nicolò Petrelli mostra come, anche tra osservatori molto vicini al dossier, esistano letture differenti. Resta però un elemento difficilmente trascurabile: se le ricostruzioni pubblicate dal New York Times e da Haaretz descrivono correttamente il quadro generale, significa che all’interno degli apparati coinvolti venne presa in considerazione, almeno a livello progettuale, una figura come Mahmoud Ahmadinejad per il futuro dell’Iran. Al di là dell’esito dell’operazione e delle molte incognite che ancora la circondano, è questo l’aspetto che conferisce alla vicenda una portata difficilmente sottovalutabile.