Quando una domanda vale più di una risposta: il valore del coaching nei momenti di svolta

JOB news

di Dalia Fano, responsabile JOB

A volte si arriva a JOB con la scusa di candidarsi.
C’è un annuncio, un curriculum da aggiornare, un colloquio da preparare. La richiesta sembra semplice, precisa, quasi tecnica. Eppure, dopo pochi minuti di conversazione, emerge spesso qualcosa di diverso.

Non sempre chi cerca lavoro sta cercando un lavoro

A volte sta cercando una direzione, il coraggio o il permesso di cambiare o semplicemente qualcuno che faccia una domanda che nessuno aveva mai posto.
Ecco, il coaching nasce spesso da lì: non da una richiesta esplicita, ma da quello che emerge quando si crea lo spazio per farlo.

Sei storie, una domanda ciascuna

Una persona risponde a un annuncio di lavoro. Il profilo richiesto c’entra poco con il suo percorso, eppure ha risposto inviandoci una mail. Durante il colloquio – non di selezione, ma di orientamento – emerge una cosa: quell’annuncio era un pretesto. C’era una direzione che voleva esplorare da tempo e non aveva mai detto ad alta voce. La domanda che si apre non è “sei adatto a quel ruolo?”, ma “cosa ti ha portato a rispondere?”

Un’altra persona ha appena finito un corso di formazione e risponde a un annuncio. Quello che porta, però, non è una candidatura: è la sua confusione. Ha una direzione in testa, ma qualcosa si inceppa nel momento in cui dovrebbe cominciare. Ci sono due incontri. Poi il contatto si interrompe, com’è normale che accada: le persone hanno i loro tempi, i loro passi. A volte basta che una domanda si apra, anche se non si chiude subito.

Una terza persona sta attraversando un passaggio delicato nell’azienda di famiglia. Non è un problema di competenze. È un problema di generazioni, di impliciti dati per scontati, di aspettative non dette, di un ruolo che si sta ereditando senza averlo davvero scelto. La domanda non è “come gestisci il passaggio?”, ma “è questo che vuoi?”

Una quarta persona ha un profilo solido, specializzato, richiesto dal mercato. A un certo punto qualcosa cambia – non nel lavoro, ma nel modo in cui guarda il lavoro. Comincia a candidarsi per posizioni molto più semplici. Cosa c’è dietro questo apparente downgrade? Un bisogno di senso che ha preso il sopravvento, dopo un cambiamento esistenziale che ha ridisegnato le priorità dall’interno. La domanda non è «perché ti stai ridimensionando?», ma «cosa stai cercando, adesso?»

Una quinta persona lavora in ambito creativo, e vorrebbe farlo in modo autonomo. Ha il talento. Ha la visione. Quello che non ha è una struttura – e la struttura, nel lavoro creativo in proprio, non te la dà nessuno. Bisogna costruirla da soli: i ritmi, i clienti, il modo di presentare il proprio lavoro a chi non lo conosce ancora. C’è la libertà del lavoratore autonomo, che è reale, e c’è l’altro lato di quella libertà: la responsabilità totale, la solitudine delle decisioni, la fatica di essere anche il proprio capo. La domanda non è “come trovi i clienti?”, ma “cosa ti impedisce di trattarti come un professionista?”

Una sesta persona vuole cambiare lavoro, o almeno pensa di volerlo. Comincia a guardarsi intorno, manda qualche candidatura, fa qualche colloquio esplorativo. E nel processo – lentamente, con una certa sorpresa – si accorge che il problema non era il lavoro. Erano alcune cose del lavoro, sfumatura importante. Quello che pensava fosse un segnale di fuga si rivela un segnale di aggiustamento. La domanda “cosa vuoi fare?” lascia il posto ad un’altra domanda, molto più potente: “cosa ti sta dicendo quella voglia di uscire?”

A prima vista queste storie sembrano molto diverse, in realtà hanno qualcosa in comune. Nessuna di queste persone aveva davvero bisogno di qualcuno che dicesse loro cosa fare. Avevano tutte bisogno di esplorare uno spazio in cui poter mettere in discussione convinzioni date per scontate o credenze limitanti, per darsi il permesso di guardare la propria situazione da una prospettiva diversa, più spaziosa.

 

Le parole costruiscono la direzione
Molte persone sanno benissimo cosa non vogliono più, ma faticano a dire cosa desiderano. Trasformare un “non voglio più”, “un via da qualcosa” in una direzione da esplorare per arrivare poi ad un obiettivo realistico e concreto, e che al contempo contenga l’energia del desiderio, cambia il modo in cui osserviamo le opportunità e raccontiamo la nostra storia professionale.

Le risposte non arrivano sempre pensando
La chiarezza, a volte può emergere anche dall’azione. Un colloquio che non si conclude con un’assunzione può diventare un’occasione preziosa per capire meglio chi siamo, cosa ci motiva e quale direzione desideriamo davvero prendere.

Cosa fa davvero il coaching?
Il coaching non offre risposte. Attraverso ascolto e domande affianca le persone a vedere prospettive nuove, a costruire autonomia e a formulare domande migliori, quelle potenti che ci portano al silenzio, agli insight, a quel “bella domanda, non ci avevo pensato”. Non dà risposte. Non indica la strada. Non valuta se il percorso che stai considerando è quello giusto.

Fa le domande che mancano. E tiene lo spazio perché le risposte emergano – non quelle che si danno agli altri, ma quelle che ci si dà a se stessi quando finalmente qualcuno ascolta.

La metodologia su cui si fonda il coaching professionale, quella definita dall’International Coaching Federation, è quella costruita intorno al concetto di partnership.

Il coach non è un esperto che sa più di te sulla tua vita, o sul tuo lavoro, né è un consulente che porta soluzioni già pronte. È qualcuno che ti affianca, è il custode del processo di coaching e della metodologia, mentre sei tu a trovare la direzione e le risposte che ti servono.

In concreto, questo si traduce in alcune pratiche precise. Il coach lavora per evocare e creare lo spazio perché possa emergere consapevolezza; non per dare informazioni, o istruzioni o consigli, ma per aiutare chi ha davanti a vedere qualcosa che non stava vedendo, a cambiare posizione così che possa osservarsi da una nuova prospettiva.

Usa domande potenti, non domande retoriche, non domande che guidano verso una risposta già in mente ma domande aperte che aprono e fanno spazio. Ascolta a un livello che va oltre le parole: il tono, le esitazioni, quello che non viene detto. Restituisce quello che percepisce, chiedendoti sempre se ti è utile, perché una restituzione imposta non è coaching, è giudizio, è valutazione.

C’è anche una differenza importante tra coaching e counseling, o tra coaching e terapia. Il coaching lavora sul presente e sul futuro, su intenzioni che si fanno concretamente obiettivi, direzioni, risorse. Non lavora su un problema o su un vissuto del presente, né sul passato in senso clinico, non diagnostica, non cura. È uno strumento orientato all’azione e alla consapevolezza, non alla terapia.

Non è adatto a tutti i momenti. Non sostituisce un buon recruiter, né un consulente, né un terapeuta. Ma per chi si trova in un passaggio – professionale, identitario, esistenziale – può essere lo strumento che mancava. Anche quando non si sapeva che esistesse.

 

Il vero me time
L’estate può essere il momento giusto per rallentare. Il vero ‘me time’ non è fare di più, ma ascoltarsi di più.

Fermarsi abbastanza a lungo da chiedersi: quale parte della mia vita professionale mi rappresenta ancora, e quale va ripensata?
Non è necessario trovare subito una risposta. A volte il cambiamento comincia semplicemente da una buona domanda.

Se sei curioso di capire se il coaching potrebbe fare al caso tuo, puoi scrivere a JOB. Non c’è niente da decidere prima di parlarne.

job@com-ebraicamilano.it

 

Per l’immagine in alto: grazie a Pix4Free.org