Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’ebraismo da una parte ci ordina di non sospettare degli altri. Dobbiamo giudicare le persone con benevolenza, concedendo loro il beneficio del dubbio. Dall’altra parte ci impone di vivere in modo da non suscitare sospetti, mantenendoci — come dissero i Maestri — «Lontani da ogni comportamento sconveniente, da ciò che gli assomiglia e perfino da ciò che potrebbe soltanto sembrare simile.» (Foto: Reuben and Gad Ask for Land, di Arthur Boyd Houghton. Wikimedia)
È una storia affascinante e da essa deriva uno dei grandi principi dell’ebraismo.
Due delle tribù, Ruben e Gad, vedono che la terra an est del Giordano è idealmente adatta come pascolo per le loro grandi mandrie e greggi. Si rivolgono a Mosè chiedendo il permesso di stabilirsi lì, invece di attraversare il Giordano. Mosè, inizialmente, si adira profondamente per la loro richiesta. Essa, dice, è destinata a scoraggiare il resto del popolo: «I vostri fratelli andranno forse in guerra mentre voi rimarrete qui?»
Non avevano dunque imparato nulla dal peccato delle spie, che, demotivando gli altri con il loro comportamento, avevano condannato un’intera generazione a quarant’anni di peregrinazioni nel deserto?
I Rubeniti e i Gaditi comprendono l’obiezione. Spiegano di non avere alcun desiderio di sottrarsi alle fatiche dei loro fratelli israeliti. Sono pienamente disposti ad accompagnarli nella Terra Promessa e a combattere al loro fianco.
«Non torneremo alle nostre case finché ogni israelita non avrà ricevuto la propria eredità.»
Mosè fa sì che assumano pubblicamente questo impegno e concede la loro richiesta a condizione che mantengano la parola.
«Quando la terra sarà conquistata davanti al Signore, allora potrete tornare, liberi da ogni obbligo davanti al Signore e davanti a Israele, e questa terra sarà vostra come possesso permanente davanti al Signore.»
L’espressione — letteralmente: “sarete innocenti davanti a Dio e a Israele” — divenne, col passare del tempo, uno degli assiomi etici dell’ebraismo. Non basta fare ciò che è giusto agli occhi di Dio. Occorre anche comportarsi in modo tale che sia evidente, agli occhi dei propri simili, che si è agito rettamente. Bisogna essere al di sopra di ogni sospetto. Questa è la regola del veheyitem neki’im: «Sarete innocenti agli occhi di Dio e di Israele».
Come si tradusse questo principio nella legge e nella vita ebraica?
La Mishnah, nel trattato Shekalim, parla dei tre momenti dell’anno nei quali venivano effettuati i prelievi dalle offerte collettive custodite nel tesoro del Tempio. La Mishnah afferma: «La persona incaricata del prelievo non entrava nella camera del tesoro indossando un mantello con risvolti, né scarpe, né tefillin, né un amuleto, affinché, se in seguito fosse diventata povera, la gente non dicesse che era caduta in miseria per aver commesso un’irregolarità nel tesoro; e affinché, se fosse diventata ricca, la gente non dicesse che si era arricchita appropriandosi delle offerte custodite nella camera. Infatti dobbiamo essere irreprensibili agli occhi degli uomini così come dobbiamo esserlo davanti a Dio, come è detto: “Sarete innocenti davanti a Dio e a Israele”.»
Allo stesso modo la Tosefta afferma: «Quando qualcuno entrava per prelevare l’offerta dalla camera del tesoro, veniva perquisito sia all’ingresso sia all’uscita; inoltre gli si parlava continuamente dal momento in cui entrava fino a quando usciva.» Non solo non doveva esserci alcun comportamento scorretto nel prelevare le monete dal tesoro del Tempio; non doveva neppure esistere il minimo sospetto di scorrettezza. Per questo motivo, colui che raccoglieva il denaro non doveva indossare alcun indumento nel quale si potessero nascondere delle monete. Veniva controllato prima e dopo l’operazione e persino tenuto impegnato in una conversazione, affinché non fosse tentato di occultare qualche moneta nella bocca.
Due insegnamenti rabbinici del periodo del Secondo Tempio parlano di famiglie celebri per il loro servizio nel Tempio e per l’estrema attenzione che ponevano nel collocarsi al di sopra di ogni sospetto.
La famiglia Garmu era esperta nella preparazione dei Pani della Presentazione (Lechem haPanim). Di loro si diceva: «La loro memoria era tenuta in grande onore, perché nelle case dei loro figli non si trovava mai pane raffinato, affinché la gente non dicesse: “Si nutrono del pane preparato per il Tempio”.»
Allo stesso modo, la famiglia Avtinas era specializzata nella preparazione dell’incenso utilizzato nel Tempio. Anche loro godevano di grandissima stima perché «Mai una sposa della loro famiglia usciva profumata; e quando sposavano una donna proveniente da un’altra famiglia, ponevano come condizione che anch’essa non uscisse mai profumata, affinché la gente non dicesse: “Usano per sé il profumo destinato all’incenso del Tempio”.»
Il principio generale viene espresso nel Talmud di Gerusalemme. Rabbi Shemuel bar Nachman disse a nome di Rabbi Yonatan: «Nella Torà di Mosè, nei Profeti e negli Scritti troviamo che una persona deve adempiere ai propri doveri davanti agli uomini così come davanti a Dio. Dove lo troviamo nella Torà? Nel versetto: “Sarete innocenti davanti al Signore e davanti a Israele.”Dove nei Profeti? Nel versetto: “Il Signore Dio lo sa, e anche Israele lo saprà.”
Dove negli Scritti? Nel versetto: “Troverai grazia e buon favore agli occhi di Dio e degli uomini.”
Gamliel Zoga (saggio ebreo (Amora) del periodo talmudico) domandò a Rabbi Yose bar Avun: “Quale di questi versetti lo esprime con maggiore chiarezza?” Egli rispose: “Sarete innocenti davanti al Signore e davanti a Israele.”»
Questa preoccupazione divenne il fondamento di due importanti principi della Halakhah. Il primo è chiamato chashad, cioè “sospetto”.
Significa che alcune azioni, pur essendo di per sé perfettamente lecite, vengono proibite perché potrebbero indurre altri a sospettare che si stia facendo qualcosa di illecito.
Così, ad esempio, Rabbi Shimon bar Yochai insegnava che una delle ragioni per cui la Torà prescrive di lasciare la peah — l’angolo del campo destinato ai poveri — alla fine della mietitura, era proprio evitare il sospetto.
Se il proprietario avesse lasciato la parte destinata ai poveri all’inizio o nel mezzo del raccolto, i poveri l’avrebbero raccolta subito. Un passante, arrivando in seguito, avrebbe potuto pensare che il proprietario non avesse lasciato alcuna peah, trasgredendo così il comandamento.
Per la stessa ragione, i Maestri stabilirono che una casa con due ingressi situati su lati diversi dovesse accendere le luci di Chanukkah davanti a entrambe le porte. Infatti un passante, vedendo soltanto una delle due entrate, avrebbe potuto pensare che il proprietario non avesse acceso affatto le luci prescritte.
Un principio halakhico strettamente collegato è quello chiamato mar’it ha-ayin, cioè “l’apparenza agli occhi di chi osserva”.
Per esempio, prima che diventassero comuni i sostituti del latte, era vietato bere bevande che assomigliavano al latte (come il latte di mandorla) insieme alla carne, perché chi osservava avrebbe potuto credere che si stesse consumando latte vero con la carne.
Analogamente, di Shabbat è proibito stendere ad asciugare abiti bagnati — per esempio caduti accidentalmente in acqua — perché qualcuno potrebbe pensare che siano stati lavati durante lo Shabbat.
In generale, non è consentito compiere azioni che, pur essendo lecite, possano facilmente essere interpretate in modo errato.
Il rapporto tra questi due principi — chashad (il sospetto) e mar’it ha-ayin (l’apparenza agli occhi di chi osserva) — è oggetto di discussione nella letteratura rabbinica. Vi sono Maestri che li considerano molto simili, forse addirittura due nomi diversi per indicare lo stesso principio.
Altri, invece, li distinguono nettamente, arrivando persino a considerarli opposti.
Chashad riguarda la possibilità che gli altri pensino che tu abbia commesso un’azione proibita e, di conseguenza, si facciano una cattiva opinione di te.
Mar’it ha-ayin, invece, riguarda una situazione diversa. Qui le persone non pensano che tu sia colpevole di qualcosa. Al contrario, sapendo che sei una persona osservante, potrebbero arrivare alla conclusione sbagliata che un certo comportamento sia permesso.
Per riprendere l’esempio citato poco sopra, chi ti vede stendere dei vestiti ad asciugare di Shabbat potrebbe non pensare che tu abbia trasgredito la legge. Potrebbe invece concludere erroneamente che lavare i panni di Shabbat sia consentito, perché non distingue tra il lavaggio e la semplice asciugatura di abiti già bagnati.
Questa attenzione alle apparenze, a prima vista, può sembrare sorprendente. Dopotutto, ciò che conta davvero non è forse ciò che Dio pensa di noi, piuttosto che ciò che pensano gli uomini?
Il Talmud racconta un commovente episodio avvenuto negli ultimi momenti di vita di Rabban Yochanan ben Zakkai. I suoi discepoli gli dissero: «Maestro, benedicici.» Egli rispose: «Sia volontà di Dio che il timore del Cielo sia per voi grande quanto il timore degli esseri umani.»
Essi gli domandarono stupiti: «Tutto qui?» Ed egli rispose: “Magari riusciste almeno ad arrivare a questo livello!”.
Vedete infatti che, quando una persona desidera commettere un peccato, dice a se stessa: “Spero che nessuno mi veda.”
Così dimostra di temere gli uomini più di Dio, che invece vede ogni cosa.» Inoltre, è proibito sospettare ingiustamente il prossimo. I Maestri insegnano: «Chi sospetta un innocente viene colpito nel proprio corpo.» E ancora: «L’uomo deve sempre giudicare il suo prossimo dalla parte del merito.»
Perché allora, se chi osserva ha il dovere di giudicare favorevolmente gli altri, ricade comunque su di noi il dovere di comportarci in modo da essere al di sopra di ogni sospetto?
La risposta è che non possiamo fare affidamento sul fatto che gli altri ci giudicheranno con benevolenza, anche se questo sarebbe il loro dovere.
Rashi fa un’osservazione tanto semplice quanto amara sulla vita di Mosè. Scrive: «Se usciva presto dalla sua tenda, la gente diceva che aveva litigato con sua moglie. Se usciva tardi, diceva: “Sta tramando qualcosa contro di noi.”»
Persino Mosè, che dedicò la propria vita con assoluta abnegazione al popolo d’Israele, non riuscì a sottrarsi ai sospetti della gente.
Il Chatam Sofer arriva a dire di essere stato tormentato per tutta la vita dalla difficoltà di mettere in pratica il comando: «Sarete innocenti davanti a Dio e davanti a Israele.» E aggiunge che è molto più facile soddisfare la prima parte del versetto — essere innocenti davanti a Dio — che la seconda: essere innocenti agli occhi di Israele. Si chiede addirittura se sia davvero possibile, per un essere umano, realizzare completamente questo ideale. Forse, suggerisce, è proprio questo il significato delle parole di Qohelet: «Non c’è sulla terra un uomo giusto che faccia sempre il bene senza mai peccare.» (Qohelet 7:20)
Eppure, nel concetto di veheyitem neki’im — «Sarete irreprensibili» — è racchiusa un’idea di straordinaria profondità. Il saggio talmudico Rava criticava severamente coloro che si alzavano in piedi davanti a un Sefer Torà, ma non davanti a un sapiente della Torà.
Essere ebrei significa essere chiamati a diventare un Sefer Torà vivente.
Le persone imparano come comportarsi non soltanto dai libri che studiano, ma anche — e forse ancora di più — dalle persone che incontrano.
Gli educatori ebrei parlano di “text-people” oltre che di “text-books”. Vale a dire: non abbiamo bisogno soltanto di libri da cui imparare, ma anche di persone viventi che incarnino quegli insegnamenti. Per questo motivo Rabbi Akiva seguiva Rabbi Yehoshua persino nella sua vita privata, per osservare come si comportasse. Diceva: «Anche questo fa parte della Torà, e anch’io devo impararlo.»
I due principi di chashad e mar’it ha-ayin acquistano così un significato molto più profondo.
Il principio di chashad ci insegna che dobbiamo vivere in modo tale da poter essere un modello per gli altri, evitando ogni comportamento che possa suscitare sospetti.
Il principio di mar’it ha-ayin aggiunge qualcosa di diverso. Così come un libro di istruzioni deve essere chiaro e non ambiguo, anche il nostro comportamento deve essere limpido, senza prestarsi a interpretazioni errate.
Le persone dovrebbero poter osservare il nostro modo di vivere e imparare, attraverso di esso, come vive un ebreo. Il fatto che queste regole non riguardino soltanto i grandi Maestri, ma ogni ebreo, è una testimonianza eloquente dell’uguaglianza spirituale propria della Halakhah.
Ognuno di noi è chiamato a diventare un esempio. E il fatto che queste norme esistano nonostante il divieto di sospettare gli altri ci insegna un’altra caratteristica fondamentale dell’ebraismo.
L’ebraismo è un sistema fondato sui doveri, non soltanto sui diritti. Non possiamo dire: «Io non ho fatto nulla di sbagliato. Se qualcuno sospetta di me, è lui che sbaglia.» Certamente, chi giudica senza motivo commette un errore. Ma questo non ci libera dalla responsabilità di vivere in modo da non alimentare quei sospetti. Ognuno di noi deve fare la propria parte per costruire una società fondata sul rispetto reciproco.
Questo ci riporta al punto da cui siamo partiti: la richiesta delle tribù di Ruben e Gad di stabilirsi nella terra an est del Giordano.
Come ricordiamo, Mosè accolse la loro richiesta a condizione che partecipassero prima, insieme alle altre tribù, alla conquista della Terra Promessa. Ed essi mantennero la promessa.
Anni dopo, fu Giosuè a convocarli per comunicare che avevano adempiuto al loro impegno e che ora erano liberi di tornare alle loro case, nella terra che avevano scelto (Giosuè 22). Ma, per una profonda ironia della storia, il sospetto riemerse ancora una volta.
Questa volta il motivo era completamente diverso. Le tribù di Ruben e Gad avevano costruito un altare nel loro territorio. Le altre tribù pensarono immediatamente che stessero tradendo il Dio d’Israele costruendosi un luogo di culto separato. Israele arrivò sull’orlo di una guerra civile. Ma il sospetto era infondato.
I Rubeniti e i Gaditi spiegarono che quell’altare non era stato costruito per offrire sacrifici. Era soltanto un segno. Un monumento destinato a testimoniare che anch’essi appartenevano al popolo d’Israele. Temevano infatti che, con il passare delle generazioni, le tribù che abitavano a ovest del Giordano potessero dire ai loro discendenti: «Voi non appartenete veramente al popolo del Signore.» Per questo dissero «Costruiamo un altare, non per olocausti né per sacrifici, ma come testimonianza tra noi e voi e tra le generazioni future, affinché sia chiaro che anche noi serviamo il Signore nel Suo Santuario con i nostri olocausti, sacrifici e offerte di comunione. Così, un giorno, i vostri figli non potranno dire ai nostri: “Voi non avete parte nel Signore”. Se mai dovessero dirlo, noi risponderemo: “Guardate la copia dell’altare del Signore che i nostri padri costruirono, non per offrire sacrifici, ma come testimonianza tra noi e voi”.» La guerra civile fu evitata. Ma soltanto per poco. Il sospetto è una componente ricorrente della vita sociale. Ed è profondamente distruttivo.
L’ebraismo, il cui progetto fondamentale è costruire una società fondata sulla giustizia, sulla compassione, sulla responsabilità reciproca e sulla fiducia, affronta questo problema da entrambe le direzioni.
Da una parte ci ordina di non sospettare degli altri. Dobbiamo giudicare le persone con benevolenza, concedendo loro il beneficio del dubbio. Dall’altra parte ci impone di vivere in modo da non suscitare sospetti, mantenendoci — come dissero i Maestri — «Lontani da ogni comportamento sconveniente, da ciò che gli assomiglia e perfino da ciò che potrebbe soltanto sembrare simile.»
Essere innocenti davanti a Dio è una cosa.
Essere innocenti davanti agli esseri umani è un’altra. Ed è molto più difficile. Eppure questa è la sfida. Non perché cerchiamo l’approvazione degli altri — questo sarebbe semplice compiacimento — ma perché siamo chiamati a essere modelli di comportamento. A essere esempi. A essere incarnazioni viventi della Torà. E perché siamo chiamati a essere una presenza che unisce, e non che divide, la vita del popolo ebraico.
Come disse il Chatam Sofer, non sempre ci riusciremo. Nonostante tutti i nostri sforzi, gli altri potranno comunque accusarci, proprio come accusarono Mosè, di colpe delle quali siamo completamente innocenti. Tuttavia dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità. Essere generosi nel giudicare gli altri. Ed essere estremamente scrupolosi nel modo in cui conduciamo la nostra vita.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl



