matrimonio di Sapir Cophen e Sasha Trupanov

Due ex ostaggi israeliani si sposano: la cerimonia di Sasha Troufanov e Sapir Cohen

Israele

di Anna Balestrieri
Sapir Cohen fu liberata dopo 55 giorni, durante una tregua temporanea. Sasha Troufanov rimase invece prigioniero per quasi 500 giorni. Il loro matrimonio arriva dopo una separazione forzata e una vicenda personale intrecciata con una delle ferite più profonde della società israeliana contemporanea.

Dopo il sequestro a Gaza e mesi di attesa, Sasha Troufanov e Sapir Cohen hanno celebrato il loro matrimonio in Israele. La coppia, rapita durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, è diventata la prima formata da ex ostaggi di quella giornata a unirsi in matrimonio.

La cerimonia si è svolta domenica in Israele, alla presenza di familiari, amici, diversi ex ostaggi e del presidente Isaac Herzog. La loro storia, segnata dalla violenza dell’attacco a Kibbutz Nir Oz e dalla lunga prigionia di Troufanov, è stata accolta nel Paese come un momento di sollievo e di forte valore simbolico.

Dal kibbutz Nir Oz alla prigionia

Il 7 ottobre 2023 Troufanov e Cohen si trovavano in visita alla famiglia di lui nel kibbutz Nir Oz, una delle comunità israeliane più colpite dall’assalto di Hamas. Durante l’attacco, il padre di Troufanov fu ucciso e la coppia venne portata nella Striscia di Gaza.

Sapir Cohen fu liberata dopo 55 giorni, durante una tregua temporanea. Sasha Troufanov rimase invece prigioniero per quasi 500 giorni. Il loro matrimonio arriva dunque dopo una separazione forzata e una vicenda personale intrecciata con una delle ferite più profonde della società israeliana contemporanea.

Una chuppah carica di significato

Alla cerimonia era presente anche il presidente Herzog, che ha condiviso pubblicamente un’immagine sotto la chuppah, il baldacchino nuziale della tradizione ebraica, insieme agli sposi. Nel suo messaggio, Herzog ha ricordato le preghiere per il loro ritorno e la commozione per la loro liberazione, augurando alla coppia di costruire una casa fondata su amore, luce e gioia.

La presenza del capo dello Stato ha dato al matrimonio una dimensione pubblica oltre che privata. Non si è trattato soltanto di una festa familiare, ma di un evento che molti israeliani hanno letto come un segno di continuità dopo la prigionia, la perdita e l’incertezza.

Gli ex ostaggi tra gli invitati

Tra gli invitati figuravano anche altri sopravvissuti alla prigionia. Rom Braslavski, che era stato detenuto per un periodo insieme a Troufanov a Gaza, ha pubblicato immagini e video della festa sui social. Nelle sue parole, il contrasto tra il passato e il presente è apparso netto: non più Rafah, non più la paura, ma un abito da sposo e una celebrazione con Sapir.

Il gesto di Braslavski ha restituito uno dei passaggi più intensi della giornata. La memoria della prigionia non è scomparsa dalla festa, ma è rimasta sullo sfondo, trasformando ogni momento di normalità in qualcosa di tutt’altro che scontato.

Un matrimonio nel clima politico dei mille giorni

Le nozze sono arrivate pochi giorni dopo il millesimo giorno dall’attacco del 7 ottobre. In Israele, il tema degli ostaggi continua a pesare sul dibattito pubblico e politico, anche in vista delle prossime elezioni. La gestione della crisi da parte del governo resta oggetto di contestazioni e divisioni.

A riaccendere il confronto è intervenuto anche Nitzan Alon, generale dell’esercito israeliano coinvolto in una squadra ristretta di negoziazione sugli ostaggi. Secondo Alon, con scelte politiche diverse sarebbe stato possibile riportare a casa vivi un numero maggiore di ostaggi. Anche lui era presente al matrimonio di Troufanov e Cohen.

Tra rito, memoria e futuro

Durante la cerimonia, dopo il tradizionale gesto della rottura del bicchiere, è risuonato “Am Yisrael Chai” di Eyal Golan, brano diventato durante la guerra un inno di solidarietà e resistenza per molti israeliani. La scelta musicale ha confermato il carattere collettivo assunto da un evento profondamente personale.

Il matrimonio di Sasha Troufanov e Sapir Cohen non cancella ciò che è accaduto, né chiude il capitolo degli ostaggi nella coscienza israeliana. Ma segna un passaggio diverso: quello di due persone che, dopo essere state trascinate dentro la storia nel modo più brutale, provano a riprendersi una dimensione privata, quotidiana, familiare.

Altre nozze dopo la prigionia

Ziv Abud con il vestito di fidanzamento chiede la liberazione di Elyia

Un altro matrimonio legato alla vicenda degli ostaggi è previsto per il mese prossimo. Eliya Cohen, rimasto prigioniero per 505 giorni, ha celebrato di recente il fidanzamento con Ziv Abud. Durante la crisi degli ostaggi, altri futuri sposi avevano indossato giacche con la scritta “Bring Them Home”; Cohen l’ha modificata in “Dad, thank you”, una frase che ha raccontato come una sorta di appiglio spirituale durante la prigionia.

La sua compagna, sopravvissuta all’attacco al festival Nova, non sapeva se lui fosse vivo fino alla liberazione. Nel frattempo aveva cercato di tenere alta l’attenzione sulla sua sorte con un’immagine semplice e potente: una tavola apparecchiata sul lungomare di Tel Aviv, con un posto vuoto.

 

Una normalità tutt’altro che ordinaria

Le nozze di Troufanov e Cohen appartengono a quella categoria di eventi in cui la cronaca privata diventa inevitabilmente pubblica. Il rischio, in casi simili, è trasformare il dolore in retorica. Ma la forza della storia sta proprio nella sua concretezza: due persone rapite, separate, sopravvissute, e ora sposate.

Più che un lieto fine, è un nuovo inizio costruito sopra una frattura. Ed è forse per questo che la cerimonia ha colpito così tanto: non perché cancelli la tragedia, ma perché mostra quanto sia difficile, e insieme necessario, tornare a immaginare una vita dopo di essa.