di Nina Deutsch
Nipote di sopravvissuti alla Shoah, coautore della tecnologia che ha rivoluzionato l’IA generativa e protagonista della nascita dei chatbot moderni, Shazeer è considerato una delle figure più influenti nel panorama mondiale dell’intelligenza artificiale. Nel 2023 Time lo ha inserito tra le 100 personalità più importanti del settore.
«Sono entusiasta di annunciare che entrerò a far parte di OpenAI e non vedo l’ora di lavorare con il loro eccezionale team. È stata una decisione difficile andare avanti. Sono incredibilmente orgoglioso dello straordinario team di Google e di tutto ciò che abbiamo costruito insieme. È stato un onore e un piacere lavorare con tutti voi».
I’m excited to share that I’ll be joining OpenAI and look forward to working with the exceptional team there.
It was a difficult decision to move on. I’m incredibly proud of the amazing team at Google and everything we’ve built together. It has been an honor and a pleasure to…
— Noam Shazeer (@NoamShazeer) June 18, 2026
Con queste parole pubblicate su X nei giorni scorsi – un messaggio diventato rapidamente virale con milioni di visualizzazioni – Noam Shazeer ha annunciato il suo addio a Google. Una frase apparentemente sobria, quasi istituzionale, dietro la quale si nasconde però uno dei più importanti passaggi di consegne nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale.
Per molti il suo nome è ancora sconosciuto. Ma nel ristretto universo degli scienziati che stanno costruendo la tecnologia destinata a trasformare il futuro digitale, Shazeer è considerato una figura di primo piano. La sua uscita da Google rappresenta molto più di un cambio di lavoro: è il simbolo della guerra globale per conquistare i migliori cervelli dell’intelligenza artificiale.
A 50 anni, Shazeer lascia infatti una delle posizioni più strategiche all’interno di Google: era vicepresidente dell’ingegneria e co-responsabile dello sviluppo di Gemini, il modello di intelligenza artificiale generativa con cui il colosso di Mountain View cerca di competere con ChatGPT di OpenAI. Ora entrerà proprio nella squadra rivale guidata da Sam Altman.
L’uomo dietro la rivoluzione dei chatbot
La storia professionale di Shazeer è strettamente intrecciata con quella dell’IA moderna. Entrato in Google nel 2000, ha trascorso quasi due decenni nei laboratori dell’azienda, diventando uno degli ingegneri più influenti nel campo delle reti neurali.
Il suo nome è legato soprattutto al celebre articolo scientifico del 2017 «Attention Is All You Need», scritto insieme ad altri ricercatori di Google, che introdusse l’architettura Transformer. Quella tecnologia è diventata la base dei grandi modelli linguistici contemporanei, compresi sistemi come ChatGPT, Gemini e altri strumenti di IA generativa.
Non è stato però soltanto un teorico. Shazeer ha lavorato su alcuni dei progetti più avanzati di Google nel settore dell’intelligenza artificiale conversazionale, contribuendo anche allo sviluppo di sistemi come LaMDA, il modello linguistico che aveva attirato grande attenzione per le sue capacità di dialogo.
Nel 2021 aveva deciso di lasciare Google per fondare Character.AI insieme a Daniel De Freitas, un’altra ex mente di Google. La startup aveva creato una piattaforma di chatbot capaci di simulare conversazioni con personaggi reali o immaginari, ottenendo rapidamente grande popolarità ma anche attirando critiche e discussioni sui possibili rischi sociali di questo tipo di tecnologia.
Il ritorno a Google da 2,7 miliardi di dollari
Il ritorno di Shazeer a Google era stato tutt’altro che ordinario. Nel 2024 il gruppo aveva raggiunto un accordo dal valore di circa 2,7 miliardi di dollari per ottenere una licenza sulla tecnologia di Character.AI e riportare all’interno dell’azienda Shazeer, De Freitas e parte del loro gruppo di ricerca. Non si trattava formalmente di un’acquisizione completa, ma di una strategia per assicurarsi alcuni dei talenti più preziosi nel mercato dell’IA.
Una scommessa enorme, che oggi assume un significato diverso: meno di due anni dopo, uno dei protagonisti di quell’operazione ha scelto di passare alla principale concorrente.
La stampa tecnologica internazionale ha definito la mossa una vittoria strategica per OpenAI e un duro colpo simbolico per Google, proprio perché dimostra quanto sia difficile trattenere i ricercatori più ambiti anche dopo investimenti miliardari.
Una famiglia dalle radici ebraiche ortodosse
Dietro il profilo del ricercatore visionario c’è anche una storia personale profondamente legata alla tradizione ebraica.
Shazeer vive in California, nella Silicon Valley, insieme alla moglie Yael Shacham Shazeer, dirigente di Google, e ai loro tre figli. È nipote di sopravvissuti alla Shoah che trascorsero un periodo in Israele prima di trasferirsi negli Stati Uniti.
Suo padre Dov era insegnante di matematica prima di diventare ingegnere, mentre sua sorella Shira ha ricevuto l’ordinazione rabbinica presso l’Hebrew College. Un ambiente familiare nel quale cultura scientifica, studio e tradizione religiosa hanno convissuto fin dall’infanzia.
La nuova battaglia per i cervelli dell’intelligenza artificiale
Il passaggio di Shazeer a OpenAI arriva in un momento in cui la competizione tra le grandi aziende tecnologiche è sempre meno una gara soltanto di algoritmi e infrastrutture. Il vero campo di battaglia è diventato il talento umano.
Google, OpenAI, Microsoft, Meta e Anthropic stanno investendo cifre enormi per attirare ricercatori, ingegneri e specialisti capaci di progettare la prossima generazione di modelli di intelligenza artificiale.
Il caso Shazeer è emblematico: un’azienda può possedere enormi quantità di dati, miliardi di dollari e migliaia di dipendenti, ma pochi individui hanno contribuito in modo così diretto a definire la direzione futura della tecnologia.
L’amministratore delegato di OpenAI Sam Altman ha accolto il nuovo ingresso con entusiasmo, scrivendo che Shazeer era «una delle persone con cui desideravo lavorare fin dagli inizi di OpenAI». Un’attesa durata dieci anni, ha aggiunto, che secondo lui «varrà la pena».
Google, dal canto suo, ha ringraziato il ricercatore per il contributo dato negli anni all’azienda, ma la sua partenza lascia aperta una domanda centrale nella sfida per l’intelligenza artificiale del futuro: sarà sufficiente avere le migliori tecnologie, oppure la vera risorsa decisiva resteranno le persone capaci di immaginarle.



