Donald Trump

Il voto del Senato statunitense sull’Iran e il nuovo dilemma di Israele

Mondo

di Davide Cucciati
La risoluzione approvata dal Senato non cambia da sola gli equilibri della regione. Offre però una fotografia nitida di una trasformazione già in corso. Per decenni, il rapporto tra Israele e le classi dirigenti statunitensi è stato letto come una convergenza quasi automatica. Oggi quella convergenza appare meno incondizionata.

Martedì 23 giugno il Senato degli Stati Uniti ha approvato con 50 voti favorevoli e 48 contrari una War Powers Resolution che chiede al presidente Donald Trump di interrompere ulteriori operazioni militari contro la Repubblica Islamica dell’Iran non autorizzate dal Congresso. La misura era già stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti nelle settimane precedenti.

La maggioranza si è formata grazie al voto dei democratici e all’appoggio di quattro senatori repubblicani, Susan Collins, Lisa Murkowski, Rand Paul e Bill Cassidy. Il dato suggerisce che il disagio verso un coinvolgimento militare americano prolungato in Medio Oriente attraversi ormai anche una parte del Partito Repubblicano.

Una vittoria politica più che giuridica

Sul piano giuridico, gli effetti immediati della risoluzione appaiono limitati. Reuters ricorda che da decenni esiste un confronto tra Congresso e Casa Bianca sull’interpretazione del War Powers Act del 1973 e sui poteri del presidente come comandante in capo delle forze armate. L’amministrazione Trump sostiene inoltre che le ostilità con l’Iran siano ormai terminate.

Il significato della votazione appare quindi soprattutto politico. Negli ultimi mesi Trump ha mostrato una concezione molto ampia dei poteri presidenziali. Axios ha riportato una sua dichiarazione secondo cui, dopo la guerra con l’Iran, non vedrebbe particolari limiti alla propria autorità. Parallelamente, diversi tribunali federali sono intervenuti contro alcune iniziative dell’amministrazione, dalle deportazioni effettuate invocando l’Alien Enemies Act del 1798 ad alcune misure tariffarie contestate davanti ai giudici. La discussione sui limiti del potere esecutivo è dunque aperta ben oltre il dossier iraniano.

Vance, Rubio e il futuro della politica estera repubblicana

La votazione del Senato si inserisce in una trasformazione più ampia del Partito Repubblicano. Il vicepresidente JD Vance, che anche per ragioni anagrafiche appare oggi una delle figure più solide del futuro repubblicano, è stato uno dei principali artefici della strategia negoziale di Trump nei confronti dell’Iran e ha difeso pubblicamente l’intesa raggiunta con Teheran. Axios ha evidenziato il suo ruolo nei negoziati con Teheran e il suo messaggio molto netto verso Israele: non mettere a rischio l’intesa voluta da Trump.

Resta da vedere se il futuro del partito sarà incarnato più da Vance o da Marco Rubio. La differenza, almeno sul piano della politica estera, è evidente. Vance rappresenta la corrente più esplicitamente America First, diffidente verso gli impegni militari prolungati e verso la tradizionale postura interventista americana. Rubio proviene invece da una cultura repubblicana più classica, più attenta agli alleati e più incline a utilizzare il peso americano per influenzare gli equilibri internazionali.

Allo stesso tempo, il suo percorso recente mostra una notevole capacità di adattamento alla linea di Trump, anche quando questa entra in tensione con alcune sue posizioni storiche. Il punto politico è già visibile: anche quando esistono sensibilità diverse all’interno dell’amministrazione, la direzione generale sembra andare verso una riduzione degli impegni militari americani in Medio Oriente, soprattutto quando non promettono un risultato rapido e chiaramente spendibile sul piano politico interno.

Cosa significa tutto questo per Israele

A questo si aggiunge l’atteggiamento dello stesso Trump. Il presidente sembra disposto ad accettare azioni militari rapide e risolutive, molto meno campagne prolungate, costose e prive di un esito immediatamente chiaro. Reuters ha riportato le sue critiche alle operazioni israeliane in Libano contro Hezbollah, sostenendo che non sia necessario colpire interi edifici per eliminare singoli militanti e lamentando la durata ormai pluriennale del confronto con il movimento sciita.

Se si sommano la linea di Vance, il voto bipartisan sulle War Powers, le riserve di Trump sul Libano e la ricerca di un accordo con Teheran, emerge una tendenza: il margine israeliano per ottenere un sostegno americano pieno in alcuni teatri regionali sembra più stretto rispetto al passato. Già nei mesi scorsi, all’interno dello stesso dibattito israeliano, era emersa l’ipotesi di una progressiva riduzione della dipendenza dagli aiuti militari americani dopo la scadenza dell’attuale accordo nel 2028. All’epoca la proposta avanzata da Netanyahu appariva soprattutto come un’affermazione di autonomia strategica. Oggi quella riflessione assume un significato ulteriore. Se da un lato Israele ragiona su come ridurre la propria dipendenza da Washington, dall’altro una parte crescente della classe dirigente americana sembra meno disponibile a sostenere impegni militari prolungati in Medio Oriente.

Questo significa che il sostegno americano a Israele appare sempre più condizionato alla rapidità, alla chiarezza degli obiettivi e alla compatibilità con l’interesse politico interno di Washington.

Alcuni attori regionali ostili a Israele potrebbero essere tentati di leggere questa evoluzione come un incentivo a tenere duro, resistere alla pressione israeliana e puntare sulla crescente riluttanza americana a impegnarsi in conflitti prolungati. La risoluzione approvata dal Senato non cambia da sola gli equilibri della regione. Offre però una fotografia nitida di una trasformazione già in corso. Per decenni, il rapporto tra Israele e le classi dirigenti statunitensi è stato letto come una convergenza quasi automatica. Oggi quella convergenza appare meno incondizionata.

Per Israele, questa è forse la conseguenza più importante della votazione americana: il sostegno degli Stati Uniti resta decisivo, ma la finestra politica per usarlo potrebbe essere sempre più breve.