di Pietro Baragiola
Figlio degli scrittori Leone e Natalia Ginzburg, nel corso di oltre 60 anni di attività accademica Carlo ha rivoluzionato il modo di studiare il passato grazie ad un approccio che sarebbe diventato noto come “microstoria”.
Nella notte tra il 16 e il 17 giugno è morto l’87enne Carlo Ginzburg, uno degli storici italiani più autorevoli e riconosciuti a livello internazionale.
Figlio degli scrittori Leone e Natalia Ginzburg, nel corso di oltre 60 anni di attività accademica Carlo ha rivoluzionato il modo di studiare il passato grazie ad un approccio che sarebbe diventato noto come “microstoria”.
“Leggere I re taumaturghi di Marc Bloch è stata una vera folgorazione per me” ha affermato Ginzburg durante una dichiarazione pubblica del 2020. “Attraverso quel testo ho capito che dovevo imparare a tutti i costi il mestiere dello storico.”
Oggi sono i libri di Ginzburg, tradotti in decine di lingue, ad influenzare gli studiosi di tutto il mondo. Dalle ricerche sulla stregoneria, ai processi dell’Inquisizione, fino alle riflessioni sul rapporto tra prove, verità e interpretazione, l’autore ha lasciato un’impronta profonda nella storiografia contemporanea.
La microstoria di Carlo Ginzburg
Nato a Torino il 15 aprile 1939, Carlo Ginzburg si è formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa dove tornerà come docente dopo una lunga carriera internazionale tra i prestigiosi atenei di Harvard, Yale, Princeton e UCLA.
Alla base delle sue ricerche vi è sempre stata una convinzione metodologica che ha accompagnato la sua intera carriera: “cercare di leggere tutti i documenti contro le intenzioni di chi li ha prodotti, andando oltre la versione ufficiale degli eventi e restituendo voce a chi raramente trovava spazio in questi grandi racconti.”
La notorietà accademica di Ginzburg è iniziata nel 1966 con I benandanti, uno studio dedicato ad un gruppo di contadini friulani del XVI e XVII secolo accusati di eresia dall’Inquisizione. Il docente ha scritto questo testo traendo spunto da diversi documenti d’archivio apparentemente marginali e ricostruendo un universo di credenze popolari e rituali che gli storici dell’epoca avevano volutamente ignorato.
Dieci anni più tardi Ginzburg ha raggiunto il successo internazionale grazie al libro Il formaggio e i vermi, dedicato alla vicenda di Menocchio, un mugnaio processato per le sue idee religiose. Questo testo è diventato un classico della storiografia contemporanea e un modello di quel periodo che faceva dei casi individuali una chiave per comprendere fenomeni storici più ampi.
Le radici ebraiche
Se scaviamo più a fondo notiamo come la biografia di Carlo Ginzburg sia stata profondamente segnata dalla storia dell’ebraismo italiano e dell’antifascismo: suo padre Leone, tra i fondatori della casa editrice Einaudi e figura di primo piano dell’opposizione al regime, è morto nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944 in seguito alle torture subite durante la detenzione, mentre sua madre Natalia è stata una delle più importanti scrittrici italiane del dopoguerra.
Pur non occupandosi esclusivamente di storia ebraica, Ginzburg è tornato spesso a riflettere sulle persecuzioni, la memoria e i meccanismi attraverso cui si costruiscono le narrazioni collettive. Negli ultimi decenni è intervenuto nel dibattito pubblico sul negazionismo, complottismo e manipolazione della realtà.
“Ho un impulso irresistibile ad addentrarmi in territori che non conosco, ripartendo continuamente da zero” ha spiegato nel mezzo di una delle sue ultime interviste.
Così, in un’epoca segnata dalla diffusione di fake news e narrazioni alternative, Carlo Ginzburg ha continuato a difendere il valore delle prove documentarie e del metodo storico. Una posizione che lui stesso ha riassunto efficacemente in una delle sue citazioni più celebri: “lo storico, al contrario del romanziere, è come un investigatore e deve sottoporre il suo racconto alle conferme o smentite del principio di realtà.”
Con la morte di Ginzburg scompare una delle figure più autorevoli della cultura europea contemporanea. Il suo lavoro ha cambiato per sempre il modo di guardare al passato, insegnando a generazioni di studiosi che anche nelle vicende più piccole possono nascondersi le chiavi di lettura per comprendere la storia di quell’epoca.



