© foto di Lorenzo Ceva Valla
di R. I.
Venerdì 12 giugno, presso Casa di Quartiere Garibaldi – Strehler, è stato proiettato il documentario STAI FERMO LÌ della giornalista e regista Clementina Speranza, presente in sala insieme al protagonista persiano Babak Monazzami, poliedrico artista e mediatore dei Diritti Umani
La serata si è aperta con i saluti istituzionali di Daniele Nahum, Presidente Sottocommissione Carceri del Comune di Milano. “Ho conosciuto Babak tanti anni fa e personalmente seguo da tempo la causa dell’Iran. Mi ricordo che nel 2009 ero presidente dei giovani ebrei d’Italia e avevamo richiesto ai comuni italiani di dedicare una via agli studenti iraniani. La prima ‘Via studenti iraniani’ è stata fatta nel Comune di Salemi, allora guidato da Vittorio Sgarbi, adiacente a in una piazza centrale” – riferisce Daniele Nahum. Aggiunge poi: “Si parla poco però della causa iraniana, di ciò che succede all’interno del regime degli ayatollah, del record dei numeri di condannati a morte, dell’oppressione delle opposizioni. Si parla poco anche di chi fa opposizione all’estero, poco del tema legato ai diritti umani in Iran e del problema di un Paese che destabilizza il Medio Oriente. Un Iran che finanzia Hamas, Hezbollah, ecc. e che, oltre a vessare e tenere sotto scacco ormai dal 1979 i suoi cittadini, rappresenta un pericolo dal punto di vista geopolitico. È un regime teocratico aggressivo e pericoloso e credo pertanto che il compito in quanto amministratori pubblici sia anche quello di far emergere cosa accade veramente in Iran e attenzionare un Occidente che si sta addormentando perché dopo la fine della guerra fredda il tema dei Diritti Umani non esiste più. Oggi con l’Unione Europea e come mondo occidentale siamo assenti sul tema dei Diritti Umani.
Credo che sia fondamentale far vedere un documentario di questo genere e far vedere la condizione degli iraniani, degli studenti iraniani e dell’opposizione. E ringrazio Clementina per l’eccellente lavoro”.
Nel documentario Babak Monazzami ripercorre la sua vita partendo dal ricordo della guerra tra Iran e Iraq. Aveva 3 anni durante i bombardamenti degli aerei iracheni, quando con la famiglia si rifugiò sulle montagne. La sua vita inizia scappando e rifugiandosi. E prosegue così, perché in Iran molte cose sono proibite. Babak vuole vivere come un giovane occidentale ma questo gli comporta molti problemi, fino a costringerlo alla fuga dall’Iran. È l’Italia il Paese che sceglie. È a Milano che inizia la sua nuova vita, ed è lì che realizza anche un video musicale con la cantante italiana Giusy Ferreri ed è finalmente felice. Ma poi un errore della Polizia Tedesca lo costringe a restare in Germania, facendogli perdere il diritto alla cittadinanza italiana. Una storia di diritti umani violati in Iran e, purtroppo, ancora oggi in Germania dove Babak ottiene la cittadinanza ma non è trattato con giustizia.
Il dibattito della tavola rotonda è stato arricchito dalle voci di Rayhane Tabrizi, attivista e presidente dell’Associazione Manaa, e di Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano.
Obiettivo dell’evento è far conoscere le ingiustizie subite dal protagonista del documentario e informare sulle ingiustizie che colpiscono gli iraniani, finora non sufficientemente raccontate. Il documentario è occasione di riflessione e di confronto su quanto succede in Iran e vuole favorire il dialogo sui Diritti Umani.
“Si parla tanto dell’Iran a livello geografico, ma non del popolo iraniano e di quello che sta subendo. Non conviene parlarne. Il documentario racconta in modo crudo la vita di Babak, e dà una visione cristallina di come un giovane iraniano deve affrontare quotidianamente gli ostacoli”, commenta Rayhane Tabrizi.
Babak è stato arrestato in Iran perché indossava i jeans e la t-shirt a maniche corte ed è stato recluso perché colpevole di avere “un aspetto che provoca pensieri impuri nelle donne sposate”. È stato torturato perché ballava, perché aveva partecipato a una manifestazione pacifica per la liberazione di suo cugino, un professore universitario. Per questo è scappato dall’Iran nascondendo le ferite infertegli durante le torture ed è arrivato in Italia.
“Sono qui perché la storia di Babak mi appartiene, non per metafora, ma per esperienza concreta – spiega Davide Romano -. Noi ebrei, come molti iraniani della diaspora, abbiamo parenti e amici che hanno pagato il prezzo del jihadismo con la vita. Non leggiamo il fanatismo islamista sui libri o sui giornali: lo conosciamo attraverso i lutti, le telefonate, i volti che non ci sono più. Per questo facciamo fatica a capire chi, da posizioni comode, continua a costruire narrazioni che ignorano o giustificano questo orrore. Il prezioso film di Clementina Speranza racconta un Iran in cui era vietato ascoltare musica occidentale, ballare, avere un taglio di capelli sbagliato. Un paese in cui la libertà era un crimine.
La Brigata Ebraica ha combattuto per la libertà in un’Europa che bruciava. Babak Monazzami ha combattuto per la libertà in un paese che soffoca. Le storie cambiano, i regimi cambiano, ma chi difende la libertà sa sempre riconoscere chi la nega e sa da che parte stare”.
In sala le foto di alcuni degli sportivi uccisi o arrestati in Iran per aver chiesto di riconoscere i loro diritti. Sono stati ricordati in rappresentanza dei tantissimi atleti che, insieme al popolo iraniano, hanno manifestato contro il regime islamico e hanno chiesto di riconoscere i loro diritti. Gli atleti sono presi di mira per la loro voce, per la loro visibilità. C’erano le foto di calciatori professionisti, arbitri, allenatori di calcio, campioni nazionali di judo, di basket, di kickboxing, di wrestling, di MMA. Le foto di alcuni campioni del mondo come Jasem Vishkaei nel karate e Masoud Zatparvar, detto Mehdi, amatissimo in Iran e due volte campione del mondo di bodybuilding. La foto del fortissimo ex portiere della nazionale iraniana, Rashid Mazaheri, di cui non si hanno più notizie. “Il suo arresto è avvenuto il 25 febbraio 2026, dopo aver pubblicato un post.
Gli agenti hanno fatto irruzione a casa sua. Lo ha riferito la moglie. Il post è sparito qualche ora dopo”, racconta Clementina Speranza.
“Saluto tutti i miei cari compatrioti. Le mie condoglianze a tutte le famiglie in lutto per i defunti in Iran, famiglie dei Javid Naman (eterni nomi, eroi).
Non sono un gran chiacchierone e non sono una persona da internet, ma sappiamo tutti che nessuno è responsabile di questi crimini senza precedenti e dei recenti massacri se non Khamenei e la malvagia repubblica islamica. Se ho rotto il silenzio dopo tre anni, è perché non posso chiudere gli occhi di fronte a tutta questa ipocrisia. Il mondo intero deve vedere e sentire il male che la repubblica islamica e Khamenei stanno facendo al popolo iraniano”, afferma così nel video Rashid Mazaheri.
Da gennaio 2026 sono 216 gli atleti uccisi dal regime islamico, tra cui 44 calciatori, e sono oltre 50 mila gli iraniani assassinati dalle milizie governative e non dalla guerra.
“Quando ero in Iran, per 9 anni ho lavorato come assistente di volo per Iran Air e spesso a bordo nella tratta verso il Libano c’erano membri di Hezbollah, altre volte non c’erano i passeggeri e nel cargo dell’aereo c’erano le armi che portavano a Damasco – racconta Rayhan Tabrizi -. Inoltre dopo i bombardamenti di Israele in Libano, l’Iran invia soldi per ricostruire le città libanesi distrutte. Mentre le zone a sud dell’Iran, come il Belucistan, sono in estrema povertà. Assistiamo a continue discriminazioni di un regime che al posto di avere cura del suo popolo continua ad alimentare Hamas ed Hezbollah”.
Il popolo iraniano sa tutto questo da sempre e non ci sta più, per questo è sceso in strada per protestare, ma a mani nude contro milizie armate fino ai denti. Khadije Alipour, una giovane mamma, ha lasciato a casa il suo bambino di 11 mesi e prima di uscire ha scritto una lettera, poi trovata macchiata dal suo sangue nella sua tasca.
“Sono una lavoratrice figlia dell’Iran, se oggi sono in strada è perché chi governa questo Paese, ride del nostro dolore e minimizza le nostre sofferenze. Oggi noi iraniani con la vita tra le mani, siamo nelle strade per riprenderci i nostri diritti da chi ha trasformato il potere in privilegio personale e rubato il futuro del nostro paese. Non siamo né terroristi, né rivoltosi, né pedine nelle mani degli stranieri. Siamo orgogliosamente una famiglia operaia che protesta con dignità. Siamo venuti a riprenderci i nostri diritti e il nostro Paese dai figli privilegiati dei funzionari. Rimaniamo in piazza e gridiamo; gridiamo che siamo iraniani. Qui abbiamo radici, qui restiamo, qui moriamo e l’Iran lo difendiamo noi. Morte al dittatore. Firmato: una figlia della terra di Iran”. Alipour è stata uccisa dagli uomini del regime islamico l’8 gennaio a Ferdows, Karaj.
“La mia continua battaglia di oggi è per fare apprezzare la democrazia e la libertà alle nuove generazioni in Europa e per fare in modo che custodiscano questi valori. È anche una battaglia per testimoniare la brutalità di vivere sotto una dittatura – conclude Babak –. Quando ero in prigione in Iran insieme ad altri giovani, innocenti e torturati, ci siamo fatti una promessa: chi sarebbe uscito vivo da lì sarebbe stato la voce di tutti”.



