Scrivere per non impazzire: il diario segreto di Maxim Herkin nei tunnel di Gaza

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Per oltre due anni ha vissuto nel buio dei tunnel di Gaza, ostaggio di Hamas dopo il massacro del 7 ottobre. Per non cedere alla paura e alla follia, Maxim Herkin scriveva di nascosto un diario clandestino, trasformato oggi in un libro-testimonianza sconvolgente. Un racconto di sopravvivenza, memoria e resistenza umana che richiama le grandi pagine dei diari nati nell’orrore della persecuzione e della prigionia.

 

Scrivere per non scomparire. Per non impazzire. Aggrapparsi alle parole quando tutto il resto viene strappato via: la luce, il tempo, la libertà, perfino l’idea di essere ancora umani. Riempire pagine nel buio soffocante dei tunnel per non lasciarsi inghiottire dalla paura, dal silenzio, dalla follia. Trasformare pensieri, ricordi e disperazione in un ultimo atto di resistenza. Perché scrivere, a volte, significa sopravvivere.

È quello che ha fatto Maxim Herkin, ex ostaggio nelle mani di Hamas, che oggi ha deciso di trasformare in un libro il diario che scrisse clandestinamente durante oltre due anni di prigionia nei tunnel sotterranei di Gaza.

Il libro di Maxim Herkin

La sua storia richiama inevitabilmente alla memoria altri diari nati nel cuore delle persecuzioni e delle tragedie umane. Da Anne Frank alle testimonianze clandestine lasciate da deportati, perseguitati politici e prigionieri dei gulag sovietici, la scrittura torna ancora una volta a essere molto più di un semplice sfogo: diventa sopravvivenza, resistenza, memoria collettiva.

Herkin ha pubblicato in ebraico Coming to Light (“Venire alla luce”), libro che raccoglie le pagine annotate di nascosto durante la prigionia. Il titolo completo dell’edizione in ebraico è “Il diario di prigionia del capitano che custodiva un segreto”, riferimento al fatto che l’uomo, cittadino con doppia cittadinanza russa e israeliana, non rivelò mai ai suoi sequestratori di essere un ufficiale di riserva delle Forze di Difesa Israeliane.

Aveva 37 anni quando il 7 ottobre 2023 fu rapito durante l’attacco di Hamas al festival musicale Nova, vicino a Re’im. Era il primo rave della sua vita. Con lui c’erano gli amici Matías ed Einav Burstein, uccisi mentre tentavano di fuggire dal massacro. Herkin sarebbe stato liberato soltanto il 13 ottobre 2025.

Secondo quanto raccontato da The Times of Israel, il diario fu scritto e nascosto durante tutta la detenzione nei tunnel di Gaza. Un gesto rischiosissimo ma fondamentale per conservare lucidità mentale e identità personale in condizioni estreme.

Nel libro, Herkin racconta di aver trasformato la scrittura in una sorta di missione quotidiana: raccogliere informazioni, annotare dettagli, osservare i comportamenti dei carcerieri, registrare emozioni e pensieri. Un modo per opporsi alla disumanizzazione della prigionia e per impedire che il tempo sotterraneo cancellasse chi fosse davvero.

In un messaggio pubblicato sui social, l’ex ostaggio ha spiegato quanto fosse importante vedere finalmente quella storia prendere forma pubblicamente.

«Oggi, una storia che ho vissuto a lungo dentro di me è finalmente diventata un libro – ha scritto –. Spero che queste pagine tocchino le persone e restino con loro anche dopo l’ultima pagina».

Tra i dettagli più impressionanti del racconto ci sono anche i tentativi disperati degli ostaggi di mantenere un contatto con il mondo esterno. Herkin descrive come lui e altri prigionieri riuscissero talvolta a captare le trasmissioni della radio dell’esercito israeliano utilizzando i cavi delle lampade come antenne improvvisate. Il sistema funzionava soltanto quando le luci venivano spente nei tunnel.

Durante la prigionia fu detenuto insieme ad altri ostaggi provenienti dal rave Nova, tra cui Yosef-Haim Ohana e Segev Kalfon. Condivise parte della detenzione anche con Ohad Ben Ami, liberato nel febbraio 2025, e con Elkana Bohbot e Bar Kuperstein, rilasciati insieme a lui nell’ottobre 2025.

Dopo il ritorno in Israele, Herkin ha anche ripreso i contatti con la sua unità militare. In un’intervista, l’ex ostaggio ha raccontato come il sostegno ricevuto dall’opinione pubblica e dalle persone che chiedevano la liberazione degli ostaggi abbia rappresentato una fonte concreta di forza psicologica durante la prigionia.

Altri reportage pubblicati in questi mesi, hanno inoltre ricostruito alcuni aspetti delle condizioni di detenzione e delle violenze subite dagli ostaggi nei tunnel di Gaza, descritti da diversi sopravvissuti come luoghi di isolamento estremo, fame e costante terrore.

Ma la storia di Maxim Herkin assume un significato ancora più profondo se inserita nella lunga tradizione dei diari scritti in condizioni di persecuzione e prigionia. Diversi studi dedicati ai “diari dell’Olocausto” sottolineano come queste testimonianze non rappresentino soltanto documenti storici, ma veri atti di resistenza umana.

Il progetto internazionale, Research Network Holocaust Diaries, dedicato allo studio dei diari scritti durante la Shoah, evidenzia come molte di queste opere siano nate dalla necessità di “preservare la propria umanità” davanti alla distruzione sistematica dell’identità personale.

Anche il European Journal of Life Writing ha dedicato ricerche ai diari clandestini scritti nei campi nazisti, come quello della giovane ebrea Fela Szeps, sottolineando il ruolo della scrittura come strumento di sopravvivenza psicologica.

Un meccanismo che attraversa la storia del Novecento fino ai racconti contemporanei. Lo scrittore ebreo polacco e partigiano antisovietico, Gustaw Herling-Grudziński, sopravvissuto ai gulag, definì la scrittura un «atto di sopravvivenza alla prigionia».

Anche per questo il diario di Maxim Herkin va oltre la cronaca. Non è soltanto il racconto di un ostaggio sopravvissuto. È una testimonianza nata nel cuore dell’orrore che oggi entra nello spazio della memoria collettiva. Pagine scritte nel buio dei tunnel di Gaza che chiedono di essere ascoltate, custodite e ricordate.

Herkin ha scritto il suo libro in ebraico. Ha pubblicato sui social media un messaggio in cui esprime la speranza che venga pubblicato anche in inglese. Altri ex ostaggi hanno scritto libri sulle loro esperienze, tra cui Eli Sharabi, Aviva Siegel e Kuperstein, i quali affermano tutti che la scrittura è parte integrante del loro processo di guarigione.