di Nina Deutsch
Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, Israele avrebbe avviato una delle più vaste campagne di intelligence e targeting mirato della sua storia dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Al centro dell’operazione ci sarebbe una task force segreta, nota come “NILI”, incaricata di rintracciare, catturare o eliminare tutti i partecipanti all’attacco di Hamas.
Subito dopo l’attacco del 7 ottobre – in cui circa 1.200 persone sono state uccise e circa 250 prese in ostaggio – Israele avrebbe dato vita a una struttura congiunta tra Shin Bet e intelligence militare, con il coinvolgimento operativo del Mossad in alcune ricostruzioni.
Secondo il Wall Street Journal, il cuore di questo dispositivo è la task force “NILI”, acronimo ebraico di “Netzach Yisrael Lo Yeshaker” (“L’eternità di Israele non mentirà”), un nome che richiama una storica rete di spionaggio ebraica attiva durante la Prima guerra mondiale.
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L’unità avrebbe messo insieme una lista di migliaia di nomi di persone ritenute coinvolte, a vario livello, negli attacchi del 7 ottobre. Non solo i vertici, ma anche chi avrebbe preso parte direttamente all’assalto oltre confine.
Il principio operativo, così come descritto dall’inchiesta, sarebbe lineare e rigidissimo: ogni sospetto viene inserito in un sistema di tracciamento, ogni intervento richiede una verifica incrociata delle informazioni e le operazioni proseguono anche durante eventuali fasi di cessate il fuoco.
Tra gli obiettivi, quindi, non solo comandanti di alto livello, ma anche combattenti di rango più basso coinvolti nell’incursione in territorio israeliano.
Fonti confermano: eliminazioni, operazioni e intelligence in azione
Diversi elementi del quadro operativo trovano riscontro in fonti internazionali e comunicazioni ufficiali israeliane.
Tra questi, l’eliminazione di figure di primo piano come Yahya Sinwar e Marwan Issa, entrambi indicati da Israele come responsabili chiave dell’attacco del 7 ottobre e successivamente uccisi nel 2024.
Nel frattempo, le operazioni israeliane contro obiettivi legati a Hamas non si sarebbero limitate alla Striscia di Gaza, ma avrebbero interessato anche altri scenari regionali, tra cui Libano e aree extra-territoriali, secondo reporting internazionale.
Per individuare e localizzare i bersagli, il sistema descritto dal Wall Street Journal avrebbe fatto ricorso a una combinazione di strumenti: riconoscimento facciale sui video diffusi online, intercettazioni telefoniche, dati di geolocalizzazione e informazioni raccolte tramite interrogatori.
Analisti: tra deterrenza, trauma e strategia
Secondo ex funzionari e analisti citati nell’inchiesta, la campagna avrebbe una duplice natura. Da un lato, rappresenterebbe una forma di deterrenza strategica: un messaggio diretto a chiunque possa in futuro pianificare attacchi simili. Dall’altro, rifletterebbe anche la dimensione emotiva e politica seguita al trauma del 7 ottobre.
Non mancano però le critiche. Alcuni esperti sostengono che una strategia basata su eliminazioni mirate, senza passaggi giudiziari, rischi di non incidere sulle cause profonde del conflitto e di alimentare ulteriori spirali di radicalizzazione.
Altri osservatori, al contrario, leggono l’approccio come un segnale di lungo periodo: chi partecipa a operazioni di questo tipo, sostengono, rimarrebbe un obiettivo potenziale indipendentemente dal tempo o dal luogo.
Le ultime informazioni emerse su questa task force delineano un sistema di intelligence permanente nato dopo il 7 ottobre, progettato per individuare e colpire progressivamente tutti i soggetti coinvolti negli attacchi.
Le conferme esterne riguardano soprattutto le eliminazioni di figure apicali e l’intensificazione delle operazioni israeliane oltre Gaza. Sul piano politico e strategico, invece, il dibattito resta aperto: tra chi vede nella campagna uno strumento di deterrenza e chi la considera una scelta destinata a prolungare il conflitto.



