di Cyril Aslanov
[Ebraica. Letteratura come vita] Gli israeliani di origine ungherese hanno contribuito notevolmente alla cultura e alla letteratura della loro nuova patria. Nell’ambito della cultura popolare israeliana vanno menzionati Dosh e Ephraim Kishon che hanno creato, ciascuno a modo suo, delle icone famosissime del nuovo Stato. Dosh (Gárdos Károly) (1921-2000) immigrò in Israele nel 1948 dopo aver passato vari mesi nel campo di lavoro di Bor insieme al poeta ebreo ungherese Radnóti Miklós che venne fucilato dai soldati dell’Ungheria fascista e di cui ho già parlato nella rubrica di gennaio 2026.
Fu Dosh ad inventare la figura di Srulik che con il suo kova tembel divenne il simbolo di Israele, la cui nascita ebbe la gioia di vedere appena due mesi dopo il suo arrivo nel paese nel marzo del 1948.
Il secondo grande umorista israeliano di origine ungherese è Ephraim Kishon (1924-2005), anche lui sopravvissuto alla Shoah e arrivato in Israele nel 1949. Fu l’autore di due film cult: Sallah shabati (1964) e Ha-shoter Azulai (“Il poliziotto Azulai”) (1971) dove fa una satira spiritosissima della vita difficile degli immigrati venuti da tutti i paesi in uno Stato ebraico che non sempre è stato in grado di accoglierli decorosamente.
Su un registro più serio, la poetessa di lingua ebraica Agi Mishol (Ágnes Fried), nata nel 1946 in Transilvania nella minoranza ungherese, è una delle intervistate nel film Mi-safa le-safa (“Da una lingua all’altra”) di Nurith Aviv (2004). In questo documentario racconta la difficoltà che ha avuto a passare dalla sua madrelingua ungherese all’ebraico.
Un’altra scrittrice israeliana di origine ungherese è Esty G. Hayim (foto in alto) nata a Giaffa nel 1963 da una famiglia di nuovi immigrati provenienti dall’Ungheria e cresciuta a Haifa, città in cui molti ebrei ungheresi si erano stabiliti, ricreando l’atmosfera magiarofona del loro paese di origine. Ispirata da quest’esperienza, Esty Hayim ha scritto il romanzo in grande parte autobiografico Anshei finot, letteralmente “Gente degli angoli” (2013), la cui traduzione italiana, intitolata Vite agli angoli (Stampa alternativa, 2017, trad. di Olga Dalia Padoa), ha vinto il premio letterario ADEI WIZO nel 2018. Vite agli angoli è la cronaca di un’infanzia ebraica ungherese in un quartiere popolare di Haifa. La narratrice Dvory Stern appartiene alla seconda generazione dopo la Shoah e l’ombra del passato continua a traumatizzare la coscienza dei figli di sopravvissuti. Nonostante la relazione difficile con la memoria della Shoah, Stern e la sua famiglia hanno preservato un legame forte con la lingua ungherese.
Esty Hayim è riuscita a esprimere questa tensione fra il sottofondo diasporico e la nuova vita in Israele, una “vita agli angoli” per chi non faceva parte del mainstream dei sabra di origine russo-polacca, attraverso l’ibridazione linguistica fra l’ebraico e l’ungherese. Non si tratta solo dell’inserzione di parole ungheresi scritte in lettere ebraiche e integrate al testo, ma anche di radici ebraiche magiarizzate. Uno di questi ebraismi in ungherese viene dall’idioletto della zia Ester (Eszter néni) che ebraicizza l’aggettivo pashut “semplice”, aggiungendo il suffisso ungherese –ány, creando il neologismo pásutány invece dell’aggettivo autenticamente ungherese.
Per concludere questa rubrica sugli scrittori israeliani di origine ungherese che scrivono in ebraico, con delle reminiscenze più o meno vivaci di un passato ungherese, vorrei parlare del poeta e pittore Uri Asaf, nato a Haifa nel 1942 in una famiglia di ebrei ungheresi. Nel 1947, un po’ prima della ‘aliyah di Dosh e di Kishon, quando Uri Asaf aveva solo cinque anni, si è spostato a Budapest con i suoi genitori. Nel 1969 è tornato in Israele con un diploma di chimica e ha passato la sua vita alternando la sua carriera scientifica con un’intensa produzione poetica in ungherese. Oggi, Uri Asaf vive fra Budapest e Gerusalemme e i suoi versi sono altamente apprezzati dai lettori ungheresi.
Per capire gli itinerari singolari di Dosh, Kishon, Agi Mishol, Esty Hayim e Uri Asaf bisogna considerare che, nonostante l’antisemitismo di cui hanno sofferto gli ebrei ungheresi fino a una data recente, il loro legame con la lingua e la cultura magiara è rimasto fortissimo. Questa fedeltà è probabilmente dovuta all’intensa magiarizzazione che ha marcato gli ebrei del regno di Ungheria ai tempi della Monarchia duale (1867-1918). Il più famoso di questi ebrei è stato Theodor Herzl (Herzl Tivadar in ungherese). Tuttavia, a differenza dei suoi correligionari ebrei ungheresi, il fondatore del sionismo politico si sentiva più attratto dalla vita viennese e dalla lingua tedesca. Un altro illustre israeliano di origine ebraica ungherese è il poeta Avigdor Hameiri (1890-1970) che nel 1928, già arrivato nella Palestina mandataria, scrisse il famoso poema Me’al pisgat Har Ha-Tsofim “dalla cima del Monte Scopus”. Comunque, il legame di Hameiri con l’Ungheria (in realtà era nato vicino a Munkács, oggi Mukacevo in Ucraina) e l’ungherese non sono molto palesi nella sua opera.



