di Pietro Baragiola
Nel corso dell’intervista alla CBS, Netanyahu viene incalzato sul fatto che quasi tutti i vertici della sicurezza israeliana hanno lasciato l’incarico o sono stati rimossi dopo il 7 ottobre, mentre lui è rimasto al potere. Durante il resto dell’intervista, utilizza il 7 ottobre come punto di partenza per rivendicare la strategia militare portata avanti da Israele negli ultimi due anni.
Per la prima volta dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu sembra riconoscere pubblicamente una parte di responsabilità politica per i fallimenti che hanno permesso l’attacco più tragico mai perpetrato contro i civili israeliani.
In un passaggio non trasmesso dell’intervista rilasciata al programma 60 minutes della CBS, pubblicato però integralmente nella trascrizione ufficiale, il premier israeliano afferma che “tutti” portano una quota di responsabilità, “dal primo ministro in giù”.
Le dichiarazioni arrivano dopo circa due anni e mezzo dall’attacco di Hamas, durante il quale sono state uccise circa 1.200 persone, mentre 251 sono state rapite e portate in ostaggio nella Striscia di Gaza.
Le parole del premier
Nel corso dell’intervista alla CBS, Netanyahu viene incalzato sul fatto che quasi tutti i vertici della sicurezza israeliana hanno lasciato l’incarico o sono stati rimossi dopo il 7 ottobre, mentre lui è rimasto al potere.
“Stiamo parlando di livello politico, militare e di sicurezza” afferma il premier. “Tutti hanno una certa responsabilità. Si, dal vertice del primo ministro in giù.”
Subito dopo, però, Netanyahu ridimensiona il peso delle dimissioni avvenute dopo l’attacco, sostenendo che alcuni funzionari abbiano abbandonato il proprio ruolo semplicemente perché il loro mandato era terminato: “uno o due hanno detto di assumersi la responsabilità, ma non è chiaro cosa significhi davvero.”
Nonostante queste ammissioni, il premier continua ad opporsi all’istituzione di una commissione statale d’inchiesta sulle responsabilità politiche e militari del 7 ottobre, istituzione che la maggioranza della società israeliana, incluse le famiglie delle vittime e degli ostaggi, ha richiesto a gran voce.
“Una commissione statale sarebbe influenzata dal sistema giudiziario, con cui il governo è in conflitto da anni” risponde Netanyahu, sostenendo fermamente la sua posizione.
La difesa politica di Netanyahu
Nel resto dell’intervista con la CBS, Netanyahu utilizza il 7 ottobre come punto di partenza per rivendicare la strategia militare portata avanti da Israele negli ultimi due anni. A tal proposito il premier insiste più volte sul fatto che il giudizio storico sul suo governo non debba fermarsi al fallimento iniziale nel prevenire l’attacco di Hamas, ma, invece, debba tener conto della risposta di Israele sul piano regionale.
“La vera questione è cosa è successo dopo il 7 ottobre” afferma il premier. “Era chiaramente mia responsabilità tirare Israele fuori da questo terribile cappio che gli iraniani avevano stretto intorno a noi.”
Netanyahu prosegue l’intervista descrivendo il conflitto non come una guerra limitata a Gaza, ma come uno scontro più ampio contro quella che definisce “la rete regionale di Teheran”. Il premier parla esplicitamente di “sette fronti del terrorismo”, ovvero gli scontri simultanei affrontati da Israele contro Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, le milizie filo-iraniane in Siria e Iraq, gli Houthi nello Yemen e il confronto diretto con l’Iran.
“Le nostre operazioni militari hanno progressivamente respinto la marea del terrorismo, indebolendo le infrastrutture militari dei gruppi sostenuti da Teheran” spiega il premier.
Sul tema degli ostaggi, Netanyahu sostiene che la pressione militare di Israele sia stata decisiva per il loro ritorno e, pur senza entrare nei dettagli delle trattative, difende la linea dura adottata dal governo.
Queste dichiarazioni nel loro complesso riflettono la linea adottata dal premier israeliano negli ultimi mesi: riconoscere indirettamente un fallimento collettivo senza assumersi una responsabilità personale diretta, mentre concentra il dibattito pubblico sui risultati ottenuti dal suo governo sul piano militare e geopolitico.
Una linea che continua però a dividere profondamente l’opinione pubblica israeliana, soprattutto mentre resta ancora aperta la richiesta di una commissione indipendente.
Ed è proprio questo equilibrio, tra ammissione parziale e rifiuto di un’indagine indipendente, che continua oggi a segnare il dibattito politico attorno alla figura di Netanyahu e alla gestione della crisi più traumatica della storia recente israeliana.



