La guerra parallela e invisibile delle fake news: Israele investe 730 milioni per riconquistare il mondo

Israele

di Nina Deutsch
Dalla crisi d’immagine negli Stati Uniti all’offensiva sui social, il governo israeliano trasforma la comunicazione in un fronte strategico. Budget record per influencer, campagne e media monitoring. Tra esperti che avvertono «potrebbe essere troppo tardi» e altri che ne sollecitano la necessità, proseguono le proteste globali e la disinformazione virale, mentre il divario tra diplomazia e percezione popolare continua ad allargarsi.

Settecentotrenta milioni di dollari per convincere il mondo. Non per armi, né per difese antimissile, ma per una battaglia più inafferrabile e sfuggente: quella della percezione. Nell’aprile 2026, la Knesset ha approvato un budget senza precedenti per la diplomazia pubblica – la cosiddetta hasbara – segnando un cambio di passo radicale nella strategia comunicativa di Israele. Una cifra che racconta, più di ogni dichiarazione ufficiale, la profondità della crisi d’immagine globale che lo Stato ebraico sta affrontando dopo la guerra a Gaza.

Una guerra delle percezioni

Il nuovo stanziamento – 730 milioni di dollari per il 2026 – quadruplica, se non quintuplica, il budget precedente e rappresenta circa venti volte i livelli del pre-ottobre 2023. L’obiettivo è esplicito: contrastare il deterioramento dell’opinione pubblica internazionale e arginare la crescita dell’antisemitismo globale. Una scommessa ambiziosa, su cui pesano dati sempre più critici.

Secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, come riferito dal Times of Israel, il 60% degli americani ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, contro appena il 37% di favorevoli. Non a caso il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito la comunicazione «un fronte strategico», da trattare con la stessa urgenza della difesa militare. «Questa è una questione esistenziale», ha dichiarato, sottolineando la necessità di «investire molto, molto di più».

Il sorpasso della simpatia palestinese

La simpatia internazionale per la causa palestinese è documentata. Negli Stati Uniti, un sondaggio Gallup del 2026 segna un passaggio storico: il 41% degli intervistati si dice più vicino ai palestinesi, contro il 36% agli israeliani.

In Europa occidentale, soprattutto tra i giovani, il sostegno alla Palestina si lega a movimenti più ampi per la giustizia sociale. Nel Sud globale, la questione viene letta sempre più come una lotta anticoloniale.

Eppure il quadro resta complesso: mentre aumenta la solidarietà verso i civili palestinesi, restano fortemente negative le opinioni su Hamas e, in misura minore, sull’Autorità Palestinese.

Come si spendono 730 milioni di dollari

La macchina della hasbara si muove su più livelli. Documenti e testimonianze citati da diverse testate mostrano che già nel 2025 una parte consistente dei fondi è stata destinata a campagne pubblicitarie globali su piattaforme come Google, YouTube e X, con un budget di circa 50 milioni di dollari. Altri 40 milioni sono serviti per invitare in Israele oltre 400 delegazioni straniere: parlamentari, influencer, leader religiosi, accademici.

Parallelamente è stata creata una vera e propria “sala di controllo” mediatica, incaricata di monitorare quotidianamente 250 testate e circa 10.000 contenuti relativi a Israele.

Secondo quanto riportato dal Forward, il piano prevede anche il coinvolgimento massiccio di agenzie di pubbliche relazioni e reti di influencer, con l’obiettivo di “umanizzare” l’immagine del Paese e contrastare le narrazioni negative.

«La peggiore crisi d’immagine»

Eppure, non tutti sono convinti che basti investire di più. Diversi esperti intervistati dalla Jewish Telegraphic Agency e dal Jerusalem Post, esprimono scetticismo sull’efficacia di questa strategia. Tra loro Eytan Gilboa, professore alla Bar-Ilan University, che parla apertamente della «peggiore crisi d’immagine per Israele all’estero». «In passato abbiamo assistito a critiche alla politica israeliana. Dal 7 ottobre abbiamo assistito a un rifiuto del diritto di Israele ad esistere», afferma.

Il punto, secondo Gilboa, è generazionale: «Abbiamo perso una generazione di americani. Ed è estremamente pericoloso, perché saranno loro i prossimi politici, le élite, i giornalisti». Da qui il pessimismo: «Forse 730 milioni di dollari non bastano».

Molti israeliani credono che il Paese non abbia mai raccontato la propria storia in modo abbastanza efficace e che, con fondi a sufficienza e le piattaforme giuste, potrebbe farlo.

Tuttavia, la convinzione diffusa che Israele non sia stato attivo sul fronte della diplomazia pubblica è semplicemente falsa, secondo Ilan Manor, docente senior presso l’Università Ben-Gurion, che da tempo studia la presenza online del Ministero degli Esteri: «Il problema non è la mancanza di infrastrutture. Il problema non è la mancanza di competenze – ha affermato Manor –. Il problema è che la gente non si fida più dello Stato. E questo è un problema molto, molto più profondo che nessuna somma di denaro potrà risolvere».

Giornalismo, “falsi giornalisti” e propaganda

Come riportato più volte su questo sito, la disinformazione è una dinamica strutturale che coinvolge diversi attori del conflitto israelo-palestinese, in cui le accuse reciproche di propaganda e contro-propaganda si sovrappongono rendendo sempre più complessa la verifica dei contenuti.

Sul fronte palestinese, in particolare, diverse analisi indicano l’ampia circolazione e un forte impatto mediatico delle narrazioni pro-palestinesi in diversi contesti internazionali. Alcuni commentatori descrivono questo fenomeno come una “vittoria mediatica” sul piano della comunicazione, mentre le interpretazioni restano controverse.

Tra gli esempi più citati figura l’esplosione all’ospedale Al-Ahli di Gaza, inizialmente attribuita da varie fonti a un raid israeliano e successivamente oggetto di ricostruzioni divergenti. Il caso è stato indicato come esempio di disinformazione e confusione informativa nelle prime ore successive agli eventi. Non si tratta di un episodio isolato.

Nel marzo 2024, le accuse di stupri attribuiti a soldati israeliani all’ospedale Al-Shifa si sono rivelate infondate. Così come il caso del cosiddetto “bambino-bambola”: un video virale mostrava una madre palestinese disperata per la morte del figlio in un bombardamento, ma si trattava di una messinscena.

A questo si aggiunge un flusso costante di contenuti decontestualizzati: immagini provenienti da altri conflitti – in particolare dalla Siria – riproposte come se fossero attacchi recenti a Gaza. Materiale che, una volta rilanciato, diventa difficile da smentire nella velocità dell’ecosistema digitale.

Di questi giorni è l’episodio riportato dal  Jewish News Syndicate (JNS) secondo cui l’Autorità Palestinese avrebbe diffuso la notizia – priva di qualsiasi riscontro – di una «specie speciale di roditore» creata da Israele per colpire bambini e malati nella Striscia.

Il risultato è un ambiente informativo profondamente alterato, dove la viralità conta più della verifica. Su piattaforme come TikTok e Instagram, contenuti pro-palestinesi raggiungono milioni di visualizzazioni in poche ore che contribuiscono a costruire una narrazione emotiva difficilmente scalfibile dai fact-check successivi.

«L’Autorità Palestinese usa sistematicamente calunnie», ha dichiarato Itamar Marcus, direttore di Palestinian Media Watch, accusando queste narrazioni di alimentare odio e giustificare la violenza.

La voce degli arabi israeliani

Un elemento spesso trascurato è quello dei cittadini arabi di Israele, circa il 20% della popolazione. Studi recenti – tra cui quelli dell’Israel Democracy Institute e del Pew Research Center – mostrano una posizione articolata.

La maggioranza condanna gli attacchi del 7 ottobre e rifiuta la violenza contro i civili, ma allo stesso tempo critica la risposta militare a Gaza, giudicata da molti eccessiva. Circa l’80% si oppone agli attacchi di Hamas, mentre una quota significativa ritiene sproporzionata l’azione israeliana.

Nonostante tensioni e timori per la libertà di espressione, emerge anche un dato significativo: un crescente senso di “destino condiviso” con la società israeliana, che convive con fratture profonde.

Una partita ancora aperta

La scelta di investire cifre record nella hasbara segna un passaggio cruciale: Israele riconosce apertamente che la guerra non si combatte solo sul terreno, ma anche nello spazio simbolico delle percezioni globali.

Resta però una domanda di fondo: la comunicazione può davvero invertire una tendenza alimentata da fatti, immagini e percezioni radicate? O, come suggeriscono alcuni analisti, la crisi è ormai troppo profonda per essere risolta con campagne mediatiche, per quanto sofisticate?

Nel frattempo, i 730 milioni sono già sul tavolo. E la battaglia per i “cuori e le menti” è appena entrata nella sua fase più costosa – e forse più incerta.