di Nina Deutsch
Dal palco del centro culturale JW3 di Londra al podcast seguito da oltre 20.000 studenti, Nasser Kurdy e Dovid Lewis portano avanti un ambizioso progetto di dialogo interreligioso che attraversa le tensioni tra comunità ebraiche e musulmane dopo il 7 ottobre. Una relazione reale, costruita su ascolto, empatia e confronto quotidiano. Il lavoro dei due leader si inserisce inoltre in una rete più ampia di iniziative europee che cercano di rafforzare il dialogo e la convivenza tra comunità diverse. Un messaggio potente e necessario per le nuove generazioni.
Quante volte si sente dire “good news, no news”, l’antico paradosso del giornalismo moderno che sembra suggerire come le notizie positive non facciano rumore, non scalino le homepage, non entrino nel flusso continuo dell’attenzione pubblica. Eppure esistono. E quando emergono, spesso lo fanno quasi in sordina, come deviazioni dal racconto dominante, incline a registrare più fratture che ricomposizioni.
In un tempo segnato da tensioni identitarie, conflitti internazionali e una crescente difficoltà nel mantenere uno spazio di dialogo tra comunità diverse, una storia arrivata da Londra si muove in controtendenza. È la vicenda di un rabbino e di un imam che non hanno scelto la via della distanza prudente, ma quella – più complessa e meno immediata – della relazione continua.
La loro storia, raccontata sul sito “rabbiandimam”, emerge in seguito a un evento svoltosi domenica scorsa a Londra, sponsorizzato dal Jewish News (“Why the rabbi and the imam are good friends”, che invita a riflettere su cosa significhi oggi, in termini concreti, costruire amicizia tra due tradizioni religiose percepite soprattutto attraverso la lente del conflitto.
I protagonisti sono l’Imam Nasser Kurdy e il Rabbino Dovid Lewis. Due figure religiose che, come loro stessi ammettono, rappresentano un incontro tutt’altro che scontato. Eppure, sul palco del JW3 – importante centro culturale ebraico nel cuore della città, aperto al pubblico e pensato come spazio di dialogo – la loro presenza insieme non appare forzata. Semmai, restituisce l’impressione di una relazione già consolidata, costruita nel tempo attraverso incontri, conversazioni e un lavoro costante di ascolto reciproco.
Accanto a loro, una figura chiave: Mark Schweiger, attivista comunitario della sinagoga di Bowdon e ideatore del podcast “The Rabbi and the Imam and the Power of Dialogue”, un progetto nato con un’intenzione chiara e radicale nella sua semplicità: dimostrare che il dialogo non è un esercizio teorico, ma una pratica possibile.
VIDEO https://rabbiandimam.com/#podcast
Schweiger lo sintetizza così, in una dichiarazione riportata dal progetto stesso: «che un ebreo e un musulmano possono stare fianco a fianco, sotto una bandiera condivisa di umanità, empatia e unità. Insieme, possiamo essere un esempio di come affrontare conversazioni difficili, di come essere in disaccordo… e di come riconoscere con compassione le difficoltà altrui».
Il podcast ha raggiunto oltre 20.000 studenti tra scuole e college dell’area di Manchester. Un dato che non è solo numerico: indica un tentativo di intervenire su una fascia generazionale spesso esposta a narrazioni polarizzate, in cui le identità religiose vengono raccontate più come confini che come possibilità di relazione.
Sul palco del JW3, la conversazione tra i due protagonisti è lontana dall’essere una conferenza formale. È piuttosto un dialogo vivo, attraversato da battute, interruzioni spontanee e una confidenza evidente. Il linguaggio del corpo tradisce un elemento importante: i due non stanno “interpretando” un ruolo, ma condividendo una relazione reale. Il momento finale dell’incontro – un abbraccio spontaneo – sintetizza visivamente ciò che le parole hanno costruito nel corso dell’evento: una familiarità che non cancella le differenze, ma le attraversa.
Una relazione che nasce dal quotidiano, non dal simbolo
L’Imam Nasser Kurdy è chirurgo ortopedico nella zona sud di Manchester e da circa vent’anni svolge il ruolo di imam laico presso l’Associazione Musulmana di Altrincham. La sua moschea si trova in prossimità di tre sinagoghe locali: un dato geografico che, nel tempo, ha contribuito a trasformare la semplice vicinanza in relazione.
Nato in Siria, Kurdy ha vissuto in Kuwait e Libano prima di trasferirsi nel Regno Unito. Nel corso dell’incontro ha ricordato come la sua esperienza familiare sia già, di per sé, attraversata dalla pluralità religiosa: «sono un musulmano molto devoto, ma numerosi membri della mia famiglia da parte materna sono cristiani di Aleppo», ha raccontato, sottolineando come il dialogo interreligioso non sia per lui una costruzione artificiale, ma una continuità biografica.
Il Rabbino Dovid Lewis, invece, è nato e cresciuto a Manchester e guida la comunità ortodossa della sinagoga di Bowdon. Il suo percorso si radica quindi in un contesto diverso, più strettamente comunitario e locale, ma non per questo meno aperto al confronto.
Entrambi insistono su un punto comune: il loro dialogo non è un tentativo di appianare le differenze. Non è, come precisano, una forma di consenso permanente. È piuttosto un esercizio di riconoscimento reciproco. Parole chiave ricorrenti nel loro discorso sono «empatia», «rispetto» e «ascolto». Ma anche una formula che ritorna più volte: la necessità di una «voce della ragione, non del tradimento», come a voler distinguere il confronto costruttivo dalla semplificazione identitaria.
Il contesto: dopo il 7 ottobre e la fragilità del dialogo
Il valore di questa esperienza non può essere separato dal contesto in cui si colloca. Gli eventi successivi al 7 ottobre hanno avuto un impatto profondo sulle relazioni tra comunità ebraiche e musulmane anche in molte città europee. In numerosi casi, il dialogo si è interrotto o è stato messo sotto pressione da dinamiche globali che si riflettono localmente con intensità crescente.
È proprio in questo scenario che l’amicizia tra Kurdy e Lewis assume un significato ulteriore: non quello della rappresentazione armonica, ma quello della resistenza quotidiana alla logica della separazione automatica.
Il rabbino Lewis lo esprime con una riflessione che sposta il piano del discorso: rifiuta di entrare nel confronto numerico delle vittime nei conflitti, sottolineando che ogni perdita umana ha un valore che non può essere ridotto a statistica. «Sulla lapide non sarà scritto come quella persona è morta», afferma, riportando il discorso a una dimensione umana elementare.
L’Imam Kurdy, invece, insiste sulla necessità di uscire dalla comfort zone identitaria. Il dialogo con la comunità ebraica, racconta, lo ha portato «fuori dalla mia zona di comfort, per poi ritrovarmi in una zona di comfort». Una frase che racchiude un paradosso significativo: la familiarità non nasce dall’assenza di differenze, ma dalla loro attraversabilità.
Il trauma e la resilienza: il caso Kurdy
Per comprendere pienamente la figura dell’imam, è utile aggiungere un elemento biografico rilevante.
Come riportato dal Guardian nel 2017, Nasser Kurdy fu vittima di un’aggressione violenta nei pressi della moschea di Altrincham, dove venne accoltellato al collo in quello che le autorità hanno poi trattato come possibile crimine d’odio. Anche ITV News riportò l’episodio, descrivendo l’attacco come improvviso e avvenuto mentre l’imam stava entrando nel luogo di culto.
Dopo la guarigione, Kurdy ha raccontato pubblicamente il proprio percorso di elaborazione, arrivando a scrivere e parlare del perdono nei confronti dell’aggressore. Questo elemento biografico non viene presentato come eccezione morale, ma come parte del suo percorso di impegno contro odio ed estremismo.
Un dialogo che nasce anche dai dettagli
Nel racconto riportato dal Jewish News, emerge un aspetto che spesso sfugge nelle narrazioni istituzionali: la dimensione quotidiana del rapporto tra i due leader religiosi.
Non si tratta solo di incontri pubblici o podcast, ma anche di scambi personali. L’Imam che informa il rabbino della nascita di un nipote. Il rabbino che risponde con un «mabrouk». Piccoli gesti linguistici che indicano una familiarità costruita nel tempo.
Il Rabbino Lewis racconta che questo dialogo lo ha portato a una rielaborazione della propria identità religiosa, fino ad affermare di sentirsi «un ebreo e un sionista migliore» grazie al confronto con l’amico musulmano. Una frase che non va interpretata in chiave provocatoria, ma come indicazione di un’identità che non si irrigidisce nel confronto, ma si ridefinisce.
Le critiche e la questione dell’ascolto
Naturalmente, non mancano le critiche. Entrambi riconoscono che il loro lavoro non è accolto in modo uniforme all’interno delle rispettive comunità. Alcuni osservatori considerano questo tipo di dialogo insufficiente o ingenuo rispetto alla complessità dei conflitti globali.
A queste obiezioni, la risposta dei due protagonisti si concentra su un punto preciso: la disponibilità ad ascoltare. «Perché non siete disposti ad ascoltare?», chiedono. Non come accusa, ma come interrogativo aperto.
Il nodo, suggeriscono, non è la differenza di opinioni, ma la possibilità stessa di riconoscere l’altro come interlocutore legittimo.
Un modello replicabile?
Il progetto di Schweiger, insieme al podcast e agli incontri pubblici, viene spesso descritto come un tentativo di costruire un modello replicabile di educazione interreligiosa. Non un sistema teorico, ma una pratica basata sulla continuità del dialogo.
In questo senso, il lavoro di Kurdy e Lewis si inserisce in una rete più ampia di iniziative europee che cercano di rafforzare il dialogo interreligioso.
Tra queste, ad esempio, il lavoro del Consiglio d’Europa sul dialogo interculturale e le attività di Religions for Peace Europe (https://rfpeurope.org/), che riunisce leader religiosi di diverse confessioni con l’obiettivo di promuovere cooperazione e prevenzione dei conflitti.
Non si tratta di esperienze identiche, ma di tentativi convergenti: costruire spazi di parola condivisa in un contesto in cui la polarizzazione tende a occupare tutto il campo del discorso pubblico.
La storia di Nasser Kurdy e Dovid Lewis non è una narrazione di armonia perfetta. È piuttosto una pratica di equilibrio instabile, in cui il dialogo non elimina il conflitto, ma lo rende abitabile. In un tempo in cui la tentazione dominante è spesso quella di semplificare le identità in blocchi contrapposti, la loro esperienza suggerisce un’altra possibilità: quella di una relazione che non chiede di rinunciare a sé stessi, ma di riconoscere l’altro come interlocutore reale.



