di Michael Soncin
La passione per la scrittura, l’influenza del padre (rabbino mancato e insegnante di lettere), l’anima tormentata della madre, scampata ai pogrom in Russia. Così si è formato il “cuore pensante” della scrittrice che amava la vita e la poesia, la non-violenza e la pace interiore. E che non voleva odiare, neppure i suoi aguzzini
È lunedì mattina, siamo ad Amsterdam. L’intera città è avvolta da uno spesso manto di neve e da lastre di ghiaccio. Il clima gelido e tagliente non scoraggerà certo d’animo una giovane ragazza ebrea di nome Esther Hillesum (1914-1943) a pedalare a fatica per arrivare al civico 27 della Courbetstraat. “Il 3 febbraio 1941 sono venuta al mondo”, disse allora ventisettenne. Era il primo inverno nel mezzo dell’occupazione tedesca. Quel giorno Etty, così scelse di farsi chiamare da tutti, aveva un appuntamento con Julius Spier, uno “psicochirologo” anch’egli ebreo, il quale, partendo dalla lettura della mano, sosteneva di essere in grado di tracciare un profilo psicologico del paziente. Se non fosse stato per quel curioso incontro, probabilmente non avremmo mai conosciuto la profondità spirituale di Etty. Proprio su consiglio del suo terapeuta, iniziò infatti a dare sfogo alla sua tempesta emotiva, raccogliendone i pensieri in quello che diventerà in seguito il celebre Diario, scritto tra il 1941 e il 1943, dove praticamente è concentrata l’intera essenza di Etty.
Ma oltre i confini di queste pagine, cosa sappiamo di lei? A colmare questo vuoto è intervenuta la giornalista Judith Koelemeijer che, con grande determinazione e pazienza certosina, ha saputo ricostruire il vissuto di Etty, consegnando alle stampe un testo capace di valicare i confini del suo noto manoscritto, grazie a un’accurata raccolta di testimonianze, documenti, carteggi, alberi genealogici e album di famiglia. È da quella fortuita conoscenza con Spier che la biografa inizia il racconto di Etty. Qui possiamo finalmente approfondire gli aspetti meno conosciuti dei familiari, le amicizie, i suoi tumultuosi legami sentimentali. Nell’amplissimo volume si parla anche dei genitori. Il padre alla nascita si chiamava Levie, ma successivamente aveva adottato la variante francese di Louis.
Etty riconosceva molto di lui in se stessa, una figura determinante: dagli interessi culturali all’umorismo sottile, fino all’avversione verso chi pensava a compartimenti stagni. Dal suo “papino” eredita la passione per la letteratura, tale da spingerla, dopo la laurea in legge, a iscriversi a lingue slave. Louis aveva abbandonato il percorso per diventare rabbino, anche se aveva tutte le carte in regola, scegliendo poi di non seguire un ebraismo ortodosso e preferendo la professione di insegnante di lettere classiche. Era l’opposto degli altri del ramo Hillesum, i quali non frequentavano la sua casa poiché non esattamente kasher. Eppure, non aveva mai rinunciato alla religione, che traspariva dai racconti e valori che ben conosceva. Fino a quando gli era stato possibile aveva continuato, assieme alla moglie, a frequentare la comunità, pagando per avere un posto al tempio e al cimitero.
Riva Bernstein, madre di Etty, era una russa arrivata in Olanda per fuggire ai pogrom. Veniva descritta dalla figlia come una persona con un forte squilibrio emotivo, tale da influenzare l’ambiente famigliare e il vissuto stesso di Etty.
Ma visitare la Russia era il sogno di Etty, a tal punto da voler diventare una figura intermediaria tra le due nazioni. Come riporta il testo, secondo le recenti indagini, i discendenti del ramo russo vivono oggi in Israele. Anche Etty si era allontanata dai riti ebraici che pur conosceva benissimo fin da piccola, ma la consapevolezza delle sue origini si era risvegliata quando dovette dichiarare, come scrisse: “la mia appartenenza al sangue ebraico”.
Quel nome sul registro è stato il biglietto di non ritorno, che la porterà assieme ai genitori e al fratello Michael, “Mischa”, nel campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. “In un campo doveva pur esserci un poeta”, aveva scritto, ma carta e penna furono tra le prime cose che le tolsero. E lì morì ad appena ventinove anni.
Etty sognava di diventare una scrittrice. Obiettivo raggiunto.
Judith Koelemeijer, Etty Hillesum Il racconto della sua vita, trad. Claudia Di Palermo, Francesco Panzeri e Davide Trovò, Adelphi, pp. 610, 60 foto bn fuori testo,
€ 32,00, e-book 16,99



