cerimonia la cimietro di guerra il 26 aprile 2026

“Alleati, Partigiani, Brigata Ebraica”: Milano ricorda chi ha combattuto per la libertà

Italia

di Redazione

Domenica 26 aprile 2026, all’indomani del 25 Aprile, il Milan War Cemetery di Via Cascina Bellaria a Milano ha ospitato una cerimonia commemorativa promossa dalla Comunità Ebraica di Milano con il patrocinio dell’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

L’evento, intitolato “Alleati, Partigiani, Brigata Ebraica”, si è tenuto alle ore 10:00 tra le lapidi dei caduti della Seconda Guerra Mondiale, in un luogo che è esso stesso memoria viva. La cerimonia era dedicata al ricordo di tutti coloro che hanno combattuto per la nostra libertà: i partigiani italiani, gli Alleati — armata multinazionale composta da soldati di decine di nazioni — e i volontari della Brigata Ebraica, reparto dell’esercito britannico composto da ebrei della Palestina mandataria che combatté sul fronte italiano e fu tra i protagonisti della Liberazione.

Ad aprire i lavori è stata la consigliera della Comunità ebraica Silvia Levis, che ha letto una lettera di Joseph Jona, introducendo la cerimonia con una testimonianza diretta e personale (vedi sotto).

Gad Lazarov ha ricordato le medaglie d’oro assegnate ai partigiani ebrei e ha sottolineato la natura profondamente multinazionale dell’armata alleata, restituendo alla Liberazione la sua dimensione internazionale spesso dimenticata.
Il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi, non ha nascosto l’amarezza per quanto accaduto il giorno precedente: «I fatti di ieri sono stati ignobili. Il 25 aprile è dentro di noi». Meghnagi ha annunciato di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella e di voler richiedere udienza anche al Papa.

Max Tedeschi, in rappresentanza dell’UCEI, ha rivendicato con forza il ruolo storico degli ebrei italiani: «Gli ebrei non furono solo vittime delle persecuzioni, ma protagonisti della resistenza, tra gli Alleati e nella Brigata Ebraica. Senza memoria la democrazia perde radici».

Il Rabbino Capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, ha definito il 25 aprile 1945 «la fine di un incubo», invitando a ricordare il contributo di tutti gli Alleati. Ha poi richiamato una pagina scomoda della storia italiana: le leggi razziali del 1938 non suscitarono proteste dalla classe dirigente né dagli intellettuali, e il numero di delazioni fu molto alto. «C’è da fare i conti con questa memoria storica», ha detto. Ha concluso citando Piero Gobetti: «Il fascismo non è stato una rivoluzione, ma una rivelazione». Ha accompagnato questa riflessione con un detto ebraico sulla luce che sconfigge il buio, precisando che nell’Ottocento il rabbino Amsterdam ammonì: certo, la luce sconfigge il buio — ma il buio resta sempre pronto a tornare.

L’onorevole Mariastella Gelmini ha espresso sgomento per quanto accaduto il giorno precedente, non solo a Milano: «Sono shockata. Bisogna conservare la memoria di chi ha salvato l’Italia». Ha però voluto segnalare anche le luci: «Ci sono persone che vanno controcorrente». Ha quindi indicato una corresponsabilità che va oltre la politica: «Non solo la politica, ma anche e soprattutto l’informazione è responsabile di questo clima».

Il consigliere comunale Manfredi Palmeri ha usato parole nette: «Dobbiamo essere degni della libertà che ci è stata data. Lo schermo dell’antisionismo è venuto meno: ieri è emerso l’antisemitismo in purezza». Ha quindi denunciato quanto subito durante il corteo del 25 Aprile: «Ieri siamo stati spostati dalla polizia nel ghetto di via Senato. Deve essere la prima e l’ultima volta che succede».
Daniel Nahum ha puntato il dito anche sulle forze dell’ordine: «Hanno sbagliato». Ha riferito che alcuni colleghi del Comune hanno attribuito alla Brigata Ebraica la responsabilità del blocco del corteo. «Era dal 1945 che in questa città non si vedevano squadracce fasciste sotto altro colore — perché questa volta sono rossi — che prendono e attaccano gli ebrei. L’anno prossimo ci saremo, e le forze dell’ordine dovranno assicurarlo. Non esiste che per colpa di alcuni che un ebreo non possa manifestare liberamente».

Una voce particolarmente significativa è stata quella di Roberto Cenati, ex presidente dell’ANPI provinciale di Milano: «Ieri è successa una cosa gravissima che non era mai successa il 25 aprile: agli ebrei è stato negato il diritto di manifestare. Gli slogan erano chiaramente antisemiti». Cenati ha ricordato che la Resistenza fu insieme pacifica e armata, e che senza le donne non avrebbe avuto successo. Ha poi lamentato il silenzio dell’ANPI nazionale e provinciale: «Non hanno espresso solidarietà alla Brigata Ebraica, cosa che io ho sempre fatto». Ha concluso citando il partigiano Arrigo Boldrini: «Abbiamo combattuto per la libertà di tutti — per chi era con noi, per chi non c’era, e anche per chi era contro. La Resistenza ha liberato tutti: ecco perché il 25 aprile deve essere una giornata di unità di tutti gli italiani, e non di divisione».

A chiudere i discorsi della cerimonia è stato Davide Romano, direttore del museo della Brigata Ebraica, con un intervento che ha allargato lo sguardo oltre la questione ebraica: «Ancora una volta noi ebrei siamo come il canarino nella miniera, che segnala la mancanza di ossigeno. Ma non è stato solo antisemitismo quello di ieri: ci sono stati anche intolleranza e razzismo». Romano ha sottolineato che a essere sgraditi nel corteo del 25 Aprile non erano stati soltanto gli ebrei, ma anche gli iraniani e gli ucraini. «Le persone “razziste perbene” trovano sempre una giustificazione dietro al razzismo, dando la colpa alla vittima: agli ucraini perché nel loro esercito c’è il battaglione Azov, accusato falsamente di essere estremista; agli iraniani perché tra loro ci sono i monarchici. Gli extracomunitari vanno bene solo se sono di estrema sinistra, mai se portano il loro pensiero autonomo. Questo è razzismo contro i nostri fratelli immigrati dall’Ucraina e dall’Iran. Così come denunciamo l’antisemitismo contro gli ebrei che vengono respinti con il pretesto che alcuni sono vicini al governo di Israele».

La cerimonia si è chiusa lasciando nel silenzio del cimitero militare un messaggio chiaro: la memoria non è un esercizio retorico. È ossigeno. E ieri il canarino ebreo, iraniano e ucraino non ha respirato.

La lettera di Joseph Jona Falco

Per la prima volta piango il 25 Aprile.

Soffro perché il mondo continua ad andare in una direzione sempre più buia, spaventosa e inaccettabile.
Soffro perché sono distante dall’Italia, lontano dalla mia Milano, lontano da quel corteo e da quella piazza di cui faccio parte da quando sono nato.
Ma soprattutto soffro e piango per quello che sta accadendo in questi minuti a Milano.

Il mio movimento giovanile, Hashomer Hatzair, ha dovuto ritirarsi e andarsene dal corteo per la prima volta.
Un movimento socialista ebraico, antifascista, che ha guidato la rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti nell’Aprile 1943. Un movimento che si batte da sempre per l’uguaglianza e la libertà delle persone e dei popoli.

E oggi, il 25 Aprile 2026, ha dovuto arrendersi di fronte all’odio, all’ignoranza e agli insulti antisemiti.

Non accetto che la memoria venga presa in ostaggio.
Il 25 Aprile non è vostro.

Il 25 Aprile è anche mio.
È di mio bisnonno partigiano e di tutti i partigiani e le partigiane che hanno saputo scegliere da che parte stare.
È dei miei nonni perseguitati in quanto ebrei dai fascisti e dai nazisti.
È di chi ha lottato, resistito, sofferto o è morto per la nostra libertà.
È di chi ancora oggi crede nei valori antifascisti.
È delle forze alleate e della Brigata Ebraica che hanno contribuito a sconfiggere il nazifascismo nel nostro paese.

Scrivo con le lacrime agli occhi. Mi distrugge vedere che, a 81 anni di distanza, proprio nel corteo in cui si celebra la liberazione italiana dal nazifascismo si possa cacciare così chi porta avanti questa memoria.

Sono profondamente antifascista. Lo sono per storia, per educazione, per scelta.
E nessuno può permettersi di cacciarmi dal 25 Aprile.

Perché il 25 Aprile è anche mio. Lo sarà sempre.

Joseph Jona Falco