di Esterina Dana
Nella Kabbalah, Dio è luce infinita (Or Ein Sof), assoluta e incontenibile. Racconti sulla storia, sull’identità e sulla fede
Sfondo di cieli cangianti su cui si stagliano, come su un palcoscenico, figure dolenti danneggiate da un trauma indelebile. I loro brevi gesti scandiscono il ritmo dei suggestivi racconti della raccolta Afferrare il sole di Michal Govrin. Scrittrice, poetessa e direttrice di teatro israeliana, è figlia di una famiglia segnata dalla Shoah. Scrive come una “archeologa della memoria” scavando negli strati del passato con un linguaggio limpido ed evocativo da cui affiorano domande sulla storia, sull’identità e sulla fede. La Shoah è una delle chiavi delle sue opere.
Invisibile in questi racconti, traspare tuttavia dalle crepe della storia: è una rottura improvvisa che rivela evanescenti epifanie, momenti mistici che si celano dietro la quotidianità e che i personaggi rincorrono con lo sguardo al cielo catturati dalla luce del sole.
In tutti i racconti, i protagonisti si muovono in un tempo dilatato. Il loro disagio emerge dai dettagli. Ne La promenade sono i movimenti coatti e ripetitivi di un gruppo di polacchi sopravvissuti all’Olocausto che trascorrono il week-end in una cittadina francese sulla costa dell’Oceano Atlantico; è l’ostacolo delle scarpe ortopediche, l’esuberanza incontrollata nella frenesia del gesticolare. Ma è anche una muta lentezza, un’apprensione patologica che paralizza. Azioni che interferiscono nel quotidiano come fanno i lampi di ricordi, rimossi o negati, che sottolineano la vanità della vita e la sua insignificanza. Percepiamo dolorosamente lo sforzo di continuare a vivere e amare di queste figure frammentate, oppresse da un passato che non passa, che si affidano a una fede che non placa.
Come il protagonista del secondo racconto, costellato di immagini di luce e buio. Eliahu è il suo nome. In apparenza vive una vita ordinaria, ma è isolato; il suo rapporto con la religione è tensivo; il rituale dello Shabbat una necessità, un varco di luce in cui il tempo quotidiano si interrompe. I gesti si fanno più lenti, il silenzio si amplifica, ogni dettaglio si carica di significato. Affiorano sprazzi di ricordi, ombre di qualcosa di irrisolto. Ma la percezione di una presenza rivelatoria svanisce. Il sacro è un’esperienza fragile destinata alla ripetizione; non salva, ma crea uno spazio abitabile per il dolore.
Il trauma compare anche nel breve ma intenso racconto Pedalata serale che narra una passeggiata in bicicletta al tramonto. La protagonista, dimentica del tempo e della sua malattia, attraversa controvento le strade della piccola città, “i sentieri di betulle e i prati che [portano] al bosco” e al laghetto dei cigni. Riaffiora il passato, i vecchi luoghi di quando era felice. Il movimento della bicicletta l’accompagna in una sorta di viaggio interiore finché si ritrova nuovamente nella sua casa. Ma una domanda resta inesausta: come convivere con ciò che non si può risolvere?
L’ultimo racconto, che dà il titolo all’intera raccolta di Michal Govrin, è uno dei testi più densi e simbolici. Uno studioso di Gerusalemme, esperto di storia della liturgia ebraica, è alla ricerca, tra le librerie della città, di un antico siddur a lungo dimenticato, che potrebbe contenere una interpretazione particolare della preghiera della sera. Non lo trova ma, mentre cerca la strada per uscire dall’intrico di vicoli in cui è capitato, coglie un raggio di sole che penetra nell’ingresso di uno stretto passaggio. È così che si imbatte nella storia di una tribù che vive su un’isola del Pacifico e che celebra ogni anno un rituale in cui “tiene in mano il sole”. Questo gesto impossibile diventa il filo conduttore di una serie di immagini potenti, che irradiano di sé l’intero racconto e gettano luce su quelli precedenti: paesaggi aridi o luminosi; incontri sfuggenti o visionari; momenti di rivelazione seguiti da perdita. Il racconto è una costellazione di simboli che si richiamano a vicenda. Afferrare il sole, tema sottotraccia nei testi precedenti, è un atto mistico, una tensione verso un assoluto che attrae e consuma. Traduce il desiderio umano di comprendere ciò che è oltre i limiti, di possedere ciò che per natura non può essere posseduto, di entrare in contatto diretto con il divino senza mediazioni. Il gesto di “afferrare” è il vero atto tragico del racconto. Perché, come nella mistica, la luce troppo forte acceca o uccide. Nella Kabbalah, Dio è luce infinita (Or Ein Sof), assoluta e incontenibile, impossibile da afferrare direttamente, pena la “rottura dei vasi” (shevirat ha-kelim). L’immagine richiama il concetto kabbalistico del Tzimtzum: la “ritrazione” di Dio per lasciare spazio al mondo finito, una velatura che impedisce di accedere totalmente alla sua presenza. Il percorso del protagonista è una forma di ascesa spirituale verso un’unione totale che non si realizza mai pienamente. Tuttavia, il desiderio conta più del raggiungimento. E se non si può possedere la luce divina, si può vivere nella sua ricerca e nel suo riflesso.



