di Claudio Vercelli
[Storia e controstorie] Ciò che rende un pensiero effettivamente degno di essere ritenuto valido è, prima di tutto, la sua capacità di pensare sé stesso. Che cosa vuole dire? Il pensiero critico contiene, al suo interno, sia l’analisi di ciò che ne costituisce l’oggetto sia l’autoanalisi. Ossia la riflessione sui tanti modi in cui si ragiona su quanto ci circonda. Difficile da comprendere? No, per nulla.
La capacità critica implica non solo l’esercizio di comprensione di quanto sta di fronte a noi ma, al medesimo tempo, anche la cognizione dei modi in cui esercitiamo questa facoltà. In altre parole, la “critica” non è rivolta solo all’esterno (ciò che viene fatto oggetto di una lettura problematica) ma anche all’interno (i modi, le categorie, i criteri con i quali ci si adopera, personalmente e collettivamente, per capire la realtà).
Si tratta di una sorta di costante lavorio su di sé, per cercare di sviluppare la propria autonomia di pensiero e, con essa, il giudizio di valore. Il profilo morale di una persona, infatti, non è mai del tutto disgiungibile da quello intellettuale. La qual cosa, per capirci, non implica che chi è più colto, o sapiente, sia necessariamente migliore di chi tale non è. Semmai rimanda al fatto che per esercitare quotidianamente la propria moralità – affinché essa non sia solo una vuota declamazione, come tale fine a sé stessa – occorre capire che cosa si vada affermando e facendo.
Quindi, per quale ragione ci si eserciti in ciò, non solo rispetto ai fini ma anche per il tramite di quali mezzi. Sussiste un principio, quello della responsabilità, che non è derogabile. Ogni gesto, ogni atto, qualsiasi condotta debbono essere corroborati da una consapevolezza degli effetti, su di sé come su quanti ci circondano, a breve come rispetto a quel lungo periodo laddove esso sia calcolabile. La qual cosa, per l’appunto, richiede anche – e soprattutto – una costante capacità autoanalitica.
Da questo punto di vista, il pensiero critico poco o nulla ha a che fare con la polemica fine a sé medesima. Se quest’ultima costituisce un atteggiamento che appartiene invece a chi deve esprimere il suo disagio, rivestendolo di significati il più delle volte strumentali, il primo è l’esatto opposto di qualsiasi costrutto ideologico. L’ideologia è tale quando un sistema di significati viene cristallizzato dentro la “logica di un’idea”.
In una simile condizione, ogni affermazione serve a supportare l’assunto iniziale, neutralizzando qualsiasi elemento non corrispondente ad esso. Non a caso, peraltro, le ideologie hanno molto a che fare con una visione del mondo maniacale, ossessiva, ripetitiva poiché basata su una presupposizione che si presenta come “verità” a prescindere. Quindi, incontrovertibile e insindacabile. Nonché ferocemente dicotomica, consegnando al proprio campo l’interezza delle ragioni mentre agli altri restano tutti i torti. Da questo punto di vista, le ideologie sono il prodotto della secolarizzazione di una religiosità senza teologia, ovvero in totale assenza di una narrazione su di sé, quindi sul suo modo di formarsi e trasformarsi.
L’ideologia, pertanto, trasforma la storia in una sorta di simulacro di eternità che simula di contenere l’inizio e la fine di tutto lo scibile umano. Conta quindi la fede cieca, non la sua argomentazione. Veniamo al dunque: la critica del testo (soprattutto se si tratta di un documento che fonda il senso di una comune appartenenza), la comprensione della varietà delle sue accezioni, così come l’analisi dei diversi significati della vita, vengono in tale modo completamente disintegrati dentro un sistema totalitario il cui obiettivo è uno solo, ovvero quello di confortare sé stesso, di darsi ragione, di espellere qualsiasi elemento che non sia congruente con la propria auto-valorizzazione.
Chi nutre un approccio ideologico alla realtà, non a caso, è troppo impegnato a prendersi sul serio per capire – ed accogliere – l’inevitabile ironia che le cose dell’esistenza comunque ci presentano. Per questo è spesso non solo sentenzioso, enfatico e apodittico ma anche cupo e intransigente. Nonché apocalittico. Qualcosa del tipo: “oltre l’incontrovertibile verità delle mie posizioni c’è solo la catastrofe”.
Oggi, l’ideologia corrente è quella che falsifica il discorso sull’“identità” (etnica, culturale, linguistica, sociale e quant’altro). Da costrutto storico, come tale destinato a trasformarsi nel confronto con il trascorrere del tempo, l’ideologia identitaria modifica e manipola il comune modo di percepirsi da parte delle persone, e quindi di una comunità, in una sorta di prigione alla quale debbono consegnarsi. L’identità, in tale caso, muta in una sorta di entità ectoplasmatica, che attraversa il tempo e lo spazio, come se l’uno e l’altro non esistessero. A ben pensare si tratta dell’essere vittime di sé stessi, ossia di un meccanismo infernale che sublima le nostre tante insicurezze con un falso senso di appartenenza. La storia da sempre si è incaricata di fare impietosa soluzione di questa mitologia, trasformandola in macerie. Lo ha fatto nel passato, lo sta facendo ancora nel presente così come nel futuro. Lasciandosi tuttavia alle sue spalle, un nugolo di vedove e orfani di falsi pensieri, ossia quelli che non sanno “pensarsi” senza dovere ricorrere ai fardelli di una falsa coscienza.



