Israele si ribella: a chi vorrà usarlo come capro espiatorio di tutti i mali del mondo nessun aiuto né informazioni di intelligence

Taccuino

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente] Alcuni giorni fa il presidente della Corea del Sud, Lee Jae-myung, ha criticato Israele commentando, con parole molto dure, un video che mostrava un soldato delle forze speciali mentre spingeva giù da un tetto il corpo di un terrorista ucciso nel corso di uno scontro a fuoco. Una scena ovviamente difficile da guardare per occhi lontani dalle violenze della guerra, un episodio comunque purtroppo “normale” in certe condizioni che Internet ha reso fruibile a tutti. Ora, nel suo post, il presidente Lee si è scagliato contro la presunta violazione dei “diritti umani” di un “bambino palestinese“ che a suo dire era stato “assassinato in modo orribile”, accostando quanto accaduto alla persecuzione subita dagli ebrei durante la Seconda guerra mondiale (tutto è successo alla viglia di Yom haShoah).

La cantonata non poteva essere più marchiana: non si trattava di un minore e naturalmente non era una persona ancora in vita. Non solo: quel video, crudo per carità, risaliva al 2024 ed era già stato commentato a suo tempo, con severità, dalle autorità militari israeliane, convinte che dei soldati debbano sempre seguire alti standard di comportamento, anche nel corso di scontri sanguinosi. Risultato: di fronte alla reazione del ministero degli Esteri di Gerusalemme, irritato da un paragone allucinante e offensivo, le autorità di Seul hanno fatto una mezza marcia indietro, comunque ribadendo la necessità per Israele di “comportarsi con maggiore rispetto“ con i palestinesi.

Fine della questione? Tutt’altro: perché questo episodio è utile per capire come funziona la politica internazionale in questo momento di grave crisi. La Corea del Sud, dipendente per la sua scorta di energia dal Medio Oriente e dalla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, ha pensato di imitare altre nazioni – in gran parte occidentali – che, di fronte alla necessità di apparire “dalla parte giusta” per non irritare i Paesi fornitori (in questo caso l’Iran), si scagliano come possono contro Israele, certi di ottenere benefici immediati senza troppe conseguenze.

In fin dei conti, lo Stato ebraico si può usare come un “punching ball” senza timore di conseguenze, no? Ultimamente, tuttavia, le cose stanno cambiando. Lo Stato degli ebrei – un po’ come tutti noi nella Diaspora – si è stufato di queste aggressioni volgari e gratuite che non fanno altro che aumentare la tensione e gli episodi di antisemitismo in un mondo iperconnesso, dove la violenza si diffonde con la velocità immediata della Rete.

Così, per esempio, il governo di Gerusalemme ha deciso di cacciare i rappresentanti spagnoli dal Centro di coordinamento civile-militare di Kiryat Gat, l’organismo deputato al controllo e alla ricostruzione post bellica di Gaza: con Madrid, che per bocca del premier Pedro Sánchez è impegnata ad attaccare verbalmente Israele come fosse non la principale ma l’unica causa del conflitto in Medio Oriente, non si media più, si agisce. E a questa decisione è seguito l’ordine di non fornire più alcun apparato militare a un governo di fatto “allineato con i terroristi”.

Così come con Londra e Parigi, cui d’ora in poi saranno negate tutte le (vitali) informazioni di intelligence che per decenni il Mossad ha garantito loro, aiutando i colleghi europei nel faticoso compito di prevenire attacchi sanguinosi contro i civili. Israele, sia chiaro per tutti, ha smesso di recitare la parte del Paese bisognoso di amici a qualunque costo. Non sappiamo quali saranno le conseguenze con la Corea del Sud, una nazione lontana che non ha questioni aperte con lo Stato ebraico. Certo, in un mondo ideale, la politica dovrebbe basarsi su fatti reali, su questioni serie ed essere soprattutto legata alla verità. Ma appunto, tutto questo in un mondo ideale: nella nostra quotidianità, mi pare ormai assodato, i principi di lealtà e correttezza sono stati rapidamente soppiantati dall’interesse del momento. Resto convinto, tuttavia, che le nazioni, i popoli, che desiderano un futuro migliore del presente, debbano sapere guardare lontano. Israele, in questo momento, lo sta facendo. Diciamo questo pensando anche alla nostra cara Italia, con la speranza che i suoi governanti sappiano resistere alla tentazione della via più facile. Sono tempi duri, ma con fiducia e tenacia, saremo tutti più forti.