Rav Alfonso Arbib

Shavuot. Quando Dio si rivela al popolo ebraico

Ebraismo

di Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano

Shavuot 5786: Am Israel ha stipulato due patti, il primo al momento dell’uscita dall’Egitto (Berìt Mitzraim) e l’altro sotto il Monte Sinai (Berìt Sinai). Insieme segnano l’identità, i precetti e la storia comune

 

Shavu’òt è il momento del mattàn Torà, un momento in cui il popolo ebraico sente i Dieci Comandamenti e li sente direttamente (almeno i primi due) dalla voce di Dio. È un momento di straordinaria importanza e unicità nella storia dell’umanità. Rabbi Yehudà Halevi, nel Kuzarì, dice che è l’unica volta in cui Dio si rivela a un intero popolo e non a un profeta che poi riferisce le Sue parole ma a ogni singolo componente del popolo ebraico.

Il momento della promulgazione del Decalogo è anche il momento in cui Dio stabilisce un patto con Am Israel.

Rav Soloveitchik chiama questo patto Berìt Sinai, Patto del Sinai, e sostiene che il popolo ebraico ha stipulato due patti, il primo al momento dell’uscita dall’Egitto (Berìt Mitzraim) e l’altro sotto il Monte Sinai.

Gli elementi caratterizzanti del primo patto sono due mitzvòt: la milà, che gli ebrei fanno al momento dell’uscita dall’Egitto, dopo che negli anni di schiavitù non l’avevano fatta, e il korbàn Pèsach – sacrificio pasquale. Che senso hanno questi due atti?

La milà è un patto nella carne ed è ciò che caratterizza l’ebreo in maniera più evidente. Il sacrificio pasquale era invece un modo di staccarsi dall’Egitto e dalla cultura egizia. L’animale da sacrificare era per gli egiziani una divinità. Gli ebrei dovevano dimostrare di essersi staccati dalla cultura egizia, dalle loro divinità, di essere in grado di affermare una propria identità sfidando l’ira e la possibile reazione dei loro antichi padroni.

Il sacrificio pasquale aveva un’altra caratteristica: doveva essere consumato insieme ad altri, era un momento in cui si riaffermava la solidarietà all’interno del popolo ebraico e l’idea di avere un destino comune.

Secondo Rav Soloveitick è questo il Berit Mitzraim, è un’affermazione molto forte della propria identità, di un popolo che ha vissuto l’inferno della persecuzione e della schiavitù e ne è uscito con una profonda consapevolezza della propria specificità e del legame profondo fra le varie componenti del popolo. Questo legame si era creato vivendo insieme l’esperienza tremenda della persecuzione e la gioia della liberazione. Il Berìt Sinai è un patto diverso, al popolo ebraico viene data una legge, delle norme da osservare, dei valori e una cultura da studiare e da mettere in pratica, una missione da compiere. Con il Berìt Mitzraim si diventa Am che ha la stessa radice di Im – insieme – ci si sente quindi parte di un’unica comunità con un destino comune.

Con il Berìt Sinai quella collettività si riempie di contenuti, di valori, di norme. Sono due elementi fondamentali dell’identità ebraica, la coscienza di un legame storico ed emotivo con il popolo ebraico e con la sua storia – Berìt Mitzràim – e il rapporto con la Torà – Berìt Sinai. Sono elementi inscindibili; nel momento della conversione all’ebraismo alla persona che vuole accingersi alla conversione si chiede l’impegno all’osservanza delle mitzvòt ma si chiede anche di far parte del popolo, della sua storia con tutti i problemi che questa storia comporta. Non è possibile convertirsi all’ebraismo senza le mitzvòt ma non è neanche possibile accettare le mitzvòt senza entrare a fare parte del destino del popolo ebraico. Rav Soloveitchik chiama i due patti in un altro modo: Berìt goràl (sorte, destino) e Berìt yi’ùd (missione).

Durante la serata del Keren Hayesòd ho ascoltato la testimonianza di Gadi Moses che ha detto molte cose, fra le altre mi ha colpito il racconto dell’insistenza con cui i suoi carcerieri abbiano provato a convertirlo all’Islam e il suo rifiuto risoluto e orgoglioso di aderire a quella richiesta. Questo racconto è simile a quello di altri ostaggi e credo che sia una testimonianza straordinaria del senso dei due patti ai nostri tempi.