di Rav Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento cultura dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane
(Lettera pubblicata dal Corriere della Sera il 22/4/2026)
Caro direttore,
quest’anno il 25 aprile cade di sabato. Per le comunità ebraiche italiane questo significa non essere presenti alle manifestazioni pubbliche della Liberazione dal nazifascismo — non per disinteresse, non per distanza, ma per coerenza con la propria identità e con la propria idea di libertà.
Lo Shabbat è il cuore dell’identità ebraica. Un aforisma noto lo riassume con precisione: «Più che gli ebrei ad aver custodito lo Shabbat, è lo Shabbat ad aver custodito gli ebrei». E questa non è retorica: è storia.
A Livorno, nel Settecento, il porto rallentava quasi fino a fermarsi il sabato, tanta era la rilevanza della presenza ebraica. A Tripoli, durante il fascismo, alcuni ebrei furono fustigati nella pubblica piazza per essersi rifiutati di tenere aperti i negozi nel giorno sacro.
Lo Shabbat è sempre stato identità, dignità, talvolta sacrificio. Nel suo ritorno settimanale esso rappresenta una libertà di diversa natura: libera dall’ossessione del fare, dalla pressione del mondo, dalla necessità di dimostrare. Rimette al centro l’essere umano, non per ciò che produce o possiede, ma per ciò che è. È una pausa, certo, ma una pausa attiva: afferma che non tutto è lecito, nemmeno per uno scopo ritenuto giusto. Fermarsi non è debolezza; è resistenza.
Ed è proprio la libertà il filo che lega questa ricorrenza al 25 aprile. Per gli ebrei italiani il 25 aprile non è una data astratta: è stata, concretamente, la possibilità di sopravvivere. Le ferite del nazifascismo restano vive, ma anche il contributo alla Liberazione — dalla Brigata ebraica ai tanti combattenti — è parte integrante di quella storia.
Negli ultimi anni quella presenza è stata talvolta contestata, marginalizzata, quando non apertamente osteggiata. Eppure le comunità ebraiche hanno continuato a esserci, anche in contesti difficili, a differenza di alcune forze che oggi si impongono come protagoniste del 25 aprile e che durante la guerra erano dalla parte degli aguzzini.
L’assenza di quest’anno pesa, ma non è un passo indietro. Tiene insieme memoria della Liberazione e fedeltà alla propria identità. Essere ebrei ha sempre significato abitare questa complessità, non una doppia lealtà, ma un’identità che rifiuta le semplificazioni.
C’è però un’altra questione che questa coincidenza porta alla luce. Molte celebrazioni del 25 aprile sembrano essersi trasformate in qualcosa di confuso, talvolta caricaturale: slogan vuoti, contrapposizioni ideologiche che prendono il posto della riflessione storica, un improprio miscuglio di memorie diverse che rischia di diventare esso stesso una forza disgregante.
Il pericolo è smarrire il senso profondo della ricorrenza, ridurla a un palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende davvero. In questo scenario lo Shabbat introduce una discontinuità silenziosa. La tradizione ebraica lo sa da sempre: anche la liberazione dall’Egitto non coincide con la libertà piena.
La libertà non è un grido, né un evento improvviso; è un percorso interiore. Come ricorda un noto insegnamento rabbinico, «è stato più facile uscire dall’Egitto che far uscire l’Egitto da dentro noi stessi».
Dichiararsi antifascisti non basta per esserlo; celebrare la Liberazione non significa averne interiorizzato i valori. A più di ottant’anni dal 1945 la domanda rimane aperta: il fascismo è stato sconfitto solo nei fatti storici o anche nelle coscienze?
Quanto delle sue logiche — intolleranza, semplificazione, esclusione —, sopravvive ancora sotto altre forme, nel dibattito pubblico?
La coincidenza tra Shabbat e 25 aprile non è un incidente di calendario, ma un invito a rallentare e distinguere. A riconoscere che la libertà non è mai definitiva. E che, forse, il modo più autentico per celebrarla non è sempre il più rumoroso.
Foto in alto: Rav Roberto Della Rocca (ph © Christian Penocchio)



