di Nina Prenda
La comunità ebraica della città ha reso noto che l’Astor Film Lounge non parteciperà all’edizione 2026 delle Jewish Film Days, rassegna biennale dedicata al cinema e alla cultura ebraica, motivando la scelta con la riluttanza di parte del personale a lavorare durante l’evento e con le esigenze di sicurezza. Un segnale “inequivocabile” di esclusione della vita ebraica, per la comunità, che denuncia il rischio di una resa alle pressioni antisemite.
La rinuncia di un noto cinema di Francoforte a ospitare un festival cinematografico ebraico ha acceso un acceso dibattito in Germania, tra accuse di antisemitismo e rivendicazioni di natura puramente economica.
La scorsa settimana, la comunità ebraica della città ha reso noto che l’Astor Film Lounge non parteciperà all’edizione 2026 delle Jewish Film Days, rassegna biennale dedicata al cinema e alla cultura ebraica. Secondo quanto riferito, la direzione del cinema avrebbe motivato la scelta con la riluttanza di parte del personale a lavorare durante l’evento e con le esigenze di sicurezza legate alla sua organizzazione.
Una posizione che la comunità ebraica ha duramente contestato. In una nota ufficiale, ha parlato di un segnale “inequivocabile” di esclusione della vita ebraica, denunciando il rischio di una resa alle pressioni antisemite. “Se la presenza ebraica viene limitata per timore di reazioni ostili, si tratta di una capitolazione”, si legge nel comunicato, che definisce inoltre “scandaloso” l’uso delle esigenze di sicurezza come motivo per cancellare eventi culturali.
“La decisione significa inequivocabilmente che la vita ebraica, il popolo ebraico e una presenza mediatica ebraica non sono più i benvenuti all’Astor Film Lounge”, ha detto la comunità in una dichiarazione. “Questa linea di ragionamento non è solo deludente, ma invia un segnale sociale devastante: se la vita e la presenza ebraica vengono soppresse per paura di potenziali reazioni, allora questo equivale effettivamente a una capitolazione alla pressione antisemita”, ha continuato la dichiarazione. “Il fatto che la vita ebraica possa svolgersi solo sotto la protezione della polizia è già vergognoso. Che questa necessità di protezione della polizia venga ora usata come pretesto per prevenire completamente gli eventi ebraici è uno scandalo”.
Di tutt’altro tenore la replica dell’amministratore delegato del circuito, Tom Flebbe, che respinge le accuse e riconduce la decisione a valutazioni di sostenibilità economica. In un’intervista a un quotidiano locale, Flebbe ha spiegato che le proiezioni dello scorso anno avevano registrato una partecipazione limitata, con appena 40-50 spettatori per evento, rendendo difficile giustificare nuovi investimenti.
Il manager ha inoltre precisato che eventuali riferimenti a problemi di sicurezza sarebbero frutto di dichiarazioni “imprecise e non autorizzate” da parte di un responsabile di livello inferiore. “La redditività è un criterio legittimo per qualsiasi decisione aziendale”, ha sottolineato, ribadendo che la struttura continuerà a collaborare con la comunità ebraica su altri progetti. “La vita ebraica è parte integrante e benvenuta della nostra società”, ha aggiunto, escludendo qualsiasi intento discriminatorio.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di crescenti tensioni nel mondo culturale internazionale. Negli ultimi mesi, diversi festival cinematografici sono stati teatro di polemiche legate al conflitto israelo-palestinese e al tema dell’antisemitismo. In Germania, la Berlinale è stata scossa da controversie interne, mentre in Canada un festival di Toronto ha suscitato reazioni contrastanti per la gestione di un documentario sull’attacco del 7 ottobre 2023. In Svezia, infine, un festival ebraico è stato cancellato per la mancanza di sale disponibili a ospitarlo.
Nonostante le spiegazioni fornite dalla direzione dell’Astor Film Lounge, le critiche non si sono placate. L’Iniziativa per i valori ebraico-tedeschi, think tank apartitico con sede a Berlino, ha definito la motivazione economica “un mero pretesto”. In una lettera aperta, l’organizzazione sostiene che la comunità ebraica fosse pronta a garantire un introito minimo per l’evento, accusando il cinema di aver ceduto a “pressioni e minacce antisemite” e di aver, di fatto, contribuito a restringere lo spazio pubblico per la presenza ebraica.



