“Rabbi Goldman”: il rabbino creato dall’AI per diffondere l’antisemitismo online

Personaggi e Storie

di Pietro Baragiola
Attivo da anni, l’account è esploso all’inizio del 2026 presentandosi come un rabbino di New York e sfruttando l’autorevolezza associata alla carica religiosa per legittimare contenuti basati su stereotpi e teorie complottiste. Nei suoi video questo avatar sosteneva che gli ebrei conoscessero “tutti i segreti del mondo da migliaia di anni”, collegando l’idea a una serie di narrazioni infondate. Prima della rimozione su Instagram il profilo aveva già superato 1,5 milioni di follower.

 

Un rabbino che parla di fede, successo, consigli finanziari e tropi antisemiti, ma che in realtà non esiste. È il caso del Rabbino Goldman, il personaggio generato dall’intelligenza artificiale che in questi giorni ha raccolto milioni di follower sui social, diventando uno dei più recenti esempi di come l’antisemitismo possa adattarsi e diffondersi nell’ecosistema digitale.

Attivo da anni, l’account è esploso all’inizio del 2026 presentandosi come un rabbino di New York e sfruttando l’autorevolezza associata alla carica religiosa per legittimare contenuti basati su stereotpi e teorie complottiste.

Nei suoi video questo avatar sosteneva che gli ebrei conoscessero “tutti i segreti del mondo da migliaia di anni”, collegando l’idea a una serie di narrazioni infondate: dallo sbarco sulla Luna considerato falso, al controllo totale del governo statunitense sui cittadini, fino a improbabili frodi orchestrate da “miliardari ebrei”.

Prima della rimozione su Instagram il profilo aveva già superato 1,5 milioni di follower, ed oggi, nonostante gli interventi delle piattaforme, contenuti analoghi continuano a circolare, spesso replicati con facilità grazie agli strumenti di intelligenza artificiale.

 

I video del Rabbino Goldman

Il successo del Rabbino Goldman non è casuale. I suoi video seguono una struttura pensata per funzionare attraverso gli algoritmi dei social: un’apertura enigmatica costruita per catturare l’attenzione; la promessa di conoscenze esclusive; spiegazioni complottiste e, infine, un invito all’acquisto.

Il pubblico viene così indirizzato verso un sito che vende a 9 dollari un manuale digitale, presentato come “guida per fare soldi come gli ebrei”. Questo pdf di 62 pagine propone consigli finanziari generici rivestiti da riferimenti casuali al Talmud e da una narrazione che attribuisce il successo economico ebraico a una presunta strategia collettiva. Un’operazione che sfrutta uno degli stereotipi più radicati: il fatto che gli ebrei siano “naturalmente portati per gli affari”.

Il modello ricalca dinamiche già viste in altri ambiti del web, in particolare nella cosiddetta “manosphere”: contenuti che combinano auto-aiuto, retorica anti-élite e ricerca di capri espiatori. In questo caso gli ebrei vengono accostati proprio alle élite, finendo per diventare bersaglio implicito del discorso.

Anche dopo la rimozione dell’account Instagram, il profilo di Rabbi Goldman resta attivo su Facebook con centinaia di migliaia di follower e un alto livello di interazione. I commenti mostrano un pubblico non solo esposto, ma spesso coinvolto e molto partecipe nella retorica proposta.

Il successo del personaggio evidenzia una dinamica più ampia, l’antisemitismo trova nuova linfa negli ambienti digitali, soprattutto quando si intreccia con contenuti di intrattenimento e linguaggi motivazionali, portando così ad una forma di odio “normalizzato”.

 

 

Negli ultimi giorni sono comparsi decine di account simili a quello del Rabbino Goldman e alcuni persino in altre lingue, segno di una replicabilità tipica dei contenuti generati con l’intelligenza artificiale.

Un esempio è l’avatar “Rabbi Menachem Goldberg”, che ha raccolto decine di migliaia di follower su Instagram e TikTok, prima che utenti e giornalisti iniziassero a notare incongruenze sul suo profilo: testi ebraici privi di senso, ambientazioni artificiali e assenza totale di risconti nel tempo reale.

L’allarme AI

Questi nuovi casi hanno sollevato notevoli preoccupazioni tra gli esperti del mondo digitale e le organizzazioni che sa sempre si battono contro l’odio antisemita.

“È un episodio che evidenzia l’urgenza di maggiori garanzie e controlli sull’uso dei contenuti generati dall’AI” ha dichiarato Sarah Abramson dell’Anti-Defamation League. “Non possiamo permettere che queste tecnologie vengano usate come arma contro comunità vulnerabili.”

Persino il Tzohar Center for Jewish Ethics ha descritto questo fenomeno come un segnale d’allarme, sottolineando il fatto che “presentare contenuti artificiali come voci religiose possa ingannare il pubblico spingendolo a compiere gesti inauditi”.

“La guida etica e spirituale non può essere in alcun modo sostituita da sistemi privi di giudizio umano e responsabilità” ha confermato un portavoce del Centro.

Il caso del Rabbino Goldman tocca proprio il dilemma della fiducia nelle autorità nell’era delle copie AI, in quanto è proprio l’uso dell’immagine digitale di un rabbino che rende questi contenuti particolarmente persuasivi e aumenta il rischio di manipolazione.

Per molti utenti inoltre diventa sempre più difficile distinguere tra contenuti reali e quelli generati artificialmente.

Avvertendo i gravi danni che questi problemi possono portare, le principali piattaforme continuano ad intervenire in modo reattivo, anche se ormai i video impiegano sempre meno tempo a raggiungere milioni di utenti.

In questo scenario il Rabbino Goldman rappresenta qualcosa di più di un semplice fenomeno virale: è il segnale di una trasformazione dell’odio online, capace di adattarsi ai nuovi strumenti tecnologici e di trasformarsi in prodotto commerciale.