«È impossibile avere successo fuori da Israele»: artisti e atleti raccontano il dopo 7 ottobre»

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Dalle parole della cantante Eden Golan alle esperienze della pop star internazionale Noa Kirel e del portiere Daniel Peretz, un ritratto delle difficoltà crescenti per gli israeliani sulla scena globale. Ciò nonostante la sfida è di andare avanti, di non mollare mai. Anche se dimenticare è impossibile.

A quasi due anni dall’Eurovision Song Contest 2024, per Eden Golan quel palco non è rimasto solo un ricordo artistico. È diventato qualcosa di più profondo, difficile da lasciarsi alle spalle.

«Ho sempre paura. Guardo in ogni direzione come una guardia di sicurezza», racconta. «Ho un’ansia ricorrente dall’Eurovision… ho incubi ricorrenti in cui le persone mi inseguono e mi uccidono».

Le sue parole apprensive, riportate da Jewish News, non hanno il tono della polemica, ma quello di chi prova a mettere ordine in una sensazione persistente. Golan descrive uno stato di allerta continuo, una tensione che la accompagna nei luoghi pubblici, nei viaggi, nelle esibizioni. Eppure non c’è resa: «Sto imparando a conviverci. Nessuno mi farà più tacere».

Dopo il 7 ottobre, e con l’inizio della guerra a Gaza, per molti artisti israeliani la dimensione internazionale è cambiata radicalmente. Non è solo una questione di percezione: è qualcosa che accade, concretamente, attorno a loro. Concerti accompagnati da proteste, gesti simbolici e ostili.

In Svizzera, racconta Golan, qualcuno ha lanciato vernice rossa all’ingresso del locale dove avrebbe dovuto esibirsi. «C’era una protesta con cartelli contro Bibi e contro di me», dice. E poi aggiunge, senza enfasi: «Le minacce mi fanno davvero temere per la mia vita».

Nonostante tutto, la sua carriera non si è fermata. Anzi. Decine di paesi, voli continui, un’agenda piena. Una vita che corre veloce, a tratti troppo: «A volte mi sveglio in qualche paese e non ricordo dove mi trovo… perché tutto si confonde».

Parallelamente, resta una presenza costante anche in Israele, tra cerimonie ufficiali e programmi televisivi. E continua a fare musica. Il suo ultimo singolo, Sexy, ha suscitato polemiche per un video giudicato provocatorio. La sua risposta è diretta, quasi istintiva: «Faccio ciò che sento giusto per me e in cui credo. Dovrei coprirmi con un hijab… così nessuno dice niente?».

Non è solo una questione artistica. È il punto in cui identità, percezione pubblica e sicurezza personale finiscono per sovrapporsi.

E quella sensazione non è isolata.

Anche la performer Noa Kirel e Daniel Peretz, portiere del Bayern Monaco e della nazionale israeliana, tra le coppie più note in Israele, raccontano un cambiamento simile – più silenzioso forse, ma altrettanto profondo. Abituati da sempre all’esposizione pubblica, dopo il 7 ottobre si sono trovati davanti a qualcosa per cui non esiste preparazione.

Visitando i sopravvissuti al festival Nova e le famiglie evacuate dal sud del Paese, si sono scontrati con un dolore difficile persino da ascoltare.

«Nessuno mi aveva preparata e ho iniziato a piangere», dice Noa. «Ero venuta per renderli felici, ma mi stavano raccontando le loro storie e non potevo credere a quello che sentivo». Daniel le fa eco, con semplicità: «Abbiamo pianto insieme».

Ma è fuori da Israele che il cambiamento si fa più netto.

«È impossibile essere israeliani e avere successo fuori da Israele al giorno d’oggi», dice Kirel, come si sente nel video

Poi prova a spiegare meglio quella frattura tra aspettative e realtà:
«Quando ho finito l’Eurovision, pensavo che si sarebbero aperte molte porte per me in Europa. Poi è successo il 7 ottobre e tutto si è come chiuso per gli israeliani nel mondo. Oggi mi sembra impossibile avere successo in televisione fuori da Israele. Questo è quello che sento nella mia carriera. Esibirsi in tutto il mondo è uno dei miei sogni più grandi, e ora sembra un po’ impossibile. Però è una sfida, e voglio provarci».

Peretz porta un esempio concreto, lontano dai riflettori ma rivelatore:
«Avevo ricevuto un’offerta, ma i proprietari della squadra hanno deciso di non ingaggiarmi solo perché sono ebreo e vengo da Israele. A dire il vero, per me è stato facile accettarlo: immaginate se fossi andato lì e poi fosse successo qualcosa. Sono stato contento che sia accaduto prima».

C’è una parola che resta sullo sfondo, anche quando non viene detta: esposizione. Non solo mediatica, ma identitaria.

«Questo fa sempre parte di noi», dice Noa. «Ovunque vada nel mondo… è sempre una parte di me».

«Quando vai all’estero», aggiunge Peretz, «sai che non rappresenti solo te stesso, ma tutto il Paese…».

E Noa chiude, con una consapevolezza che non rinuncia alla volontà: «Ma siamo felici di farlo».

In definitiva, nonostante tutto, qualcosa resiste. Anche nelle condizioni più complesse.

In un’intervista pubblicata sempre da Jewish News, la coppia si racconta e riconosce una forma di fortuna. Monaco, spiega Peretz, è stata un’eccezione: «Il club mi offriva tutto ciò di cui avevamo bisogno e, nel centro città, sventola ancora un’enorme bandiera israeliana».

Nel frattempo, Noa non ha rallentato. Si è buttata in un nuovo progetto, una serie argentina – Noa – affrontando una sfida quasi surreale: imparare lo spagnolo in poche settimane. «Ho iniziato a lavorarci a marzo e abbiamo girato ad aprile», racconta. Le serate a Monaco erano fatte di copioni sparsi ovunque. «Era una follia. Daniel ripassava le battute con me».

La vita continua, accelera, si riempie. Ma non cancella. Dimenticare, semplicemente, non è un’opzione.