Pesach 5786: vivere e assaporare l’amarezza e la libertà

Ebraismo

di Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano

Il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico è incarnato in Miriam, sorella di Moshè Rabbenu: nel buio più profondo, riesce a vedere la luce della liberazione dal male

Durante il seder di Pèsach abbiamo l’obbligo di mangiare matzà e maròr e secondo l’opinione di Hillèl i due cibi vanno mangiati insieme. Si tratta di due cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù e della persecuzione e la libertà raggiunta con l’uscita dall’Egitto. Non è sufficiente ricordare la liberazione, bisogna ricordare – anzi vivere e assaporare l’amarezza e, se seguiamo l’opinione di Hillèl, i due simboli vengono addirittura intrecciati, assaporiamo quindi insieme amarezza e liberazione.

Quale può essere il significato di questa mitzvà?

La famiglia di Ya’akòv arriva in Egitto per raggiungere Yosèf che è diventato viceré d’Egitto. Vengono accolti con tutti gli onori, diventano ricchi e si integrano nella società egizia ma a un certo punto tutto cambia, arriva un re che non ha conosciuto Yosèf e comincia la persecuzione. Il re afferma che gli ebrei sono troppi e pericolosi, potrebbero unirsi ai loro nemici e cacciarli dalla loro terra, bisogna pensare a qualcosa di intelligente per affrontare questo pericolo.

Quello che viene descritto subito dopo è una vera e propria discesa agli inferi. Prima gli ebrei vengono costretti ai lavori forzati, devono costruire due città per pagare fantomatiche tasse speciali pensate solo per loro. Vengono poi costretti a lavori di tutti i tipi facendo bene attenzione che si trattasse di lavori particolarmente sfiancanti e umilianti. Secondo il midràsh ognuno veniva impegnato volutamente in lavori che non sapeva fare; comincia poi un vero e proprio tentativo di sterminio. Prima incaricando le levatrici di uccidere i bambini maschi appena nati, tentativo che fallisce grazie all’eroico atteggiamento delle levatrici che si rifiutano di eseguire l’ordine, poi con l’organizzazione di un vero e proprio pogrom ante-litteram.

Il Faraone dice al popolo di gettare nel Nilo tutti i bambini maschi. Si tratta di un terribile salto di qualità, la persecuzione diventa di massa e coinvolge l’intera popolazione. Nel momento del buio più profondo nasce Moshè Rabbènu e secondo il midràsh la casa si riempie di luce. È un raggio di luce in mezzo al buio. Moshè viene salvato dal decreto del Faraone grazie a Miriam e alla figlia del Faraone che, pur essendo perfettamente consapevole che si tratta di un bambino ebreo, lo salva e lo crescerà alla corte del Faraone.

È l’inizio del processo che porterà all’intervento di Dio e alla salvezza del popolo ebraico conclusasi con l’uscita dall’Egitto. Abbiamo parlato di raggio di luce nel buio, in realtà però ci sono altri raggi di luce in quel buio, le levatrici che salvano i bambini, la figlia del Faraone, le donne ebree che non si rassegnano alla persecuzione. Vorrei portare l’attenzione su uno di questi raggi di luce, la sorella di Moshè, Miriam.

Il midràsh racconta che quando il Faraone decretò l’uccisione di tuti i bambini, il padre di Moshè e tutti i Maestri dell’epoca decisero di smettere di avere figli per sottrarli a quell’atroce destino. Miriam, che all’epoca aveva 8 anni intervenne sul padre dicendo che il suo decreto era peggiore di quello del Faraone perché con quella decisione di non avere figli non sarebbero nate neanche le femmine. Ma secondo lei quella decisione era sbagliata soprattutto per un altro motivo: Miriam dice che il Faraone è un malvagio e la malvagità non dura in eterno, prima o poi finirà il suo decreto e finirà il Faraone.

Quello di Miriam è un discorso di grande emunà ma paradossalmente è un discorso estremamente realistico. Miriam riesce a vedere la liberazione nel momento della più profonda persecuzione. Questa capacità di visione è sempre stata il segreto della sopravvivenza del popolo ebraico, della sua resilienza e della sua capacità di uscire dalle situazioni più difficili. Credo che l’opinione di Hillèl secondo cui matzà e maròr debbano essere assaporati insieme possa avere questo significato: a volte la luce è presente anche nel buio.