Israele, 20 mila cittadini ancora bloccati all’estero per la guerra

Israele

di Nina Prenda
La maggior parte di chi non è ancora riuscito a tornare si trova in aree geograficamente lontane, in particolare nel Sud-Est asiatico e in Nord America. È proprio la distanza a rendere il rientro più difficile, anche perché l’unica compagnia in grado di coprire queste distanze è El Al, che dovrebbe compiere tra i 65 e i 70 voli.

 

Sono ancora circa 20 mila gli israeliani bloccati all’estero dall’inizio della guerra. Un numero ormai residuale rispetto ai circa 100 mila cittadini già rientrati nel Paese, ma che racconta una fase delicata dell’operazione di rimpatrio.

A fare il punto è il ministero dei Trasporti, secondo cui la maggior parte di chi non è ancora riuscito a tornare si trova in aree geograficamente lontane, in particolare nel Sud-Est asiatico e in Nord America. È proprio la distanza a rendere il rientro più difficile.

Per coprire tratte di questo tipo servono infatti aerei a lungo raggio, i cosiddetti wide-body, con una capacità tra i 270 e i 320 passeggeri. In Israele, l’unica compagnia in grado di sostenere su larga scala un’operazione di questo tipo è El Al, che dispone di una flotta composta da Boeing 777 e Dreamliner. Le altre compagnie nazionali operano invece principalmente velivoli a corto e medio raggio.

In teoria, El Al potrebbe gestire gran parte del ponte aereo. In pratica, però, è il sistema nel suo complesso a rallentare le operazioni. L’aeroporto Ben-Gurion, che resta operativo sotto regime di sicurezza, impone limiti stringenti: può atterrare un solo aereo wide-body all’ora, oppure due velivoli a fusoliera stretta. Restrizioni analoghe riguardano anche i decolli, per ridurre al minimo il tempo di permanenza a terra di aerei e passeggeri.

Considerando una media di circa 300 passeggeri per volo, il rientro dei 20 mila israeliani ancora all’estero richiede tra i 65 e i 70 voli. Ma il dato teorico si scontra con una realtà molto più frammentata: i passeggeri non sono distribuiti in modo uniforme e spesso il numero di persone in una determinata località non coincide con la capacità degli aerei disponibili o con gli slot autorizzati.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la necessità di coordinare ogni singolo volo con aeroporti e autorità di più Paesi. Anche quando uno slot è disponibile a Tel Aviv, non è detto che lo sia nello scalo di partenza. Basta un vincolo su una delle due estremità per rallentare l’intera catena operativa.

A questo si aggiungono le restrizioni imposte dal Comando del Fronte Interno, che limita il numero di passeggeri presenti contemporaneamente al Ben-Gurion per ragioni di sicurezza. L’obiettivo è evitare assembramenti in caso di allerta o attacchi, ma l’effetto è un’ulteriore compressione dei tempi e dei flussi.

Nonostante le difficoltà, il governo sta cercando di accelerare il ritmo dei rientri, concentrando gli sforzi soprattutto nelle aree con la maggiore presenza di cittadini israeliani. Nel Sud-Est asiatico, il ministero dei Trasporti ha annunciato un incremento dei voli verso hub come Bangkok e Phuket, privilegiando le tratte a lungo raggio in grado di trasportare un numero maggiore di passeggeri. L’operazione dovrebbe consentire il rientro di circa 8 mila persone.

Parallelamente, si è aperto un secondo fronte, questa volta in direzione opposta. Migliaia di cittadini statunitensi sono rimasti bloccati in Israele dopo la cancellazione dei voli internazionali. Per rispondere all’emergenza è stato raggiunto un accordo tra il ministero dei Trasporti, il Dipartimento di Stato americano e l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

L’intesa prevede voli speciali operati da El Al tra Tel Aviv e New York: gli aerei partiranno con passeggeri americani e rientreranno in Israele con cittadini israeliani, ottimizzando così ogni tratta disponibile.