Livia Ottolenghi, presidente UCEI: «Il mio obiettivo principale? Rafforzare l’identità e la vita ebraica in Italia»

Italia

di Michael Soncin
L’intervista alla neo presidente dell’UCEI, Livia Ottolenghi, dove esplicita le priorità del suo mandato, una fra tutte: rafforzare l’identità e la vita ebraica in Italia, sostenendo tutte le 21 comunità. Gli altri temi affrontati riguardano l’antisemitismo crescente, che incide sulla qualità della vita di giovani e famiglie e la gestione di un ebraismo italiano, che sembra andare verso l’assimilazione

Livia Ottolenghi, la nuova presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha parlato a Bet Magazine – Mosaico di come intende gestire il suo mandato. Romana, 63 anni, sposata e madre di tre figli è professoressa di Odontoiatria presso la Sapienza Università di Roma. Conosciuto è il suo impegno nel mondo ebraico: dagli asili e le scuole fino al CER e all’UCEI. Nel suo precedente ruolo di assessora alla Scuola e all’Educazione ha collaborato con esperti di pedagogia e formazione, sia interni sia esterni all’UCEI. È stata eletta in Consiglio con la lista Ha Bait, ottenendo la maggioranza assoluta e portando avanti un progetto di coordinamento ampio e rappresentativo di tutte le componenti del Consiglio.

Cosa significa per lei diventare presidente dell’UCEI e rappresentare tutti gli ebrei d’Italia, soprattutto in questo momento storico?

La rappresentanza degli ebrei in Italia è sempre molto impegnativa e comporta una grande responsabilità, perché richiede la capacità di interpretare e rappresentare le diverse esigenze delle 21 comunità ebraiche del Paese, ciascuna con le proprie specificità, diversità e tradizioni. È chiaro che c’è una responsabilità verso l’interno e una nel rappresentare le comunità ebraiche davanti alle istituzioni. Questo richiede naturalmente un forte senso istituzionale. Il momento storico? È sicuramente impegnativo, ma ogni epoca ha le sue criticità.

Quindi è un impegno duplice?

Sì, è un impegno duplice, bello e anche molto stimolante. Nei prossimi quattro anni non sappiamo cosa accadrà e sarà quindi fondamentale avere capacità di analisi. Per questo ritengo molto importante che nella giunta siano rappresentate tutte le componenti del Consiglio.

Cosa l’ha spinta personalmente a candidarsi? Ci sono stati momenti o esperienze particolari che l’hanno convinta a fare questa scelta?

A parte un vago senso di incoscienza, la mia esperienza in giunta negli ultimi nove anni – prima come assessora all’educazione e giovani e poi alle politiche educative – mi ha portata a dare la mia disponibilità. Devo dire che è stato determinante l’appoggio dei miei colleghi di lista romani di Ha Bait, oltre al sostegno che ho trovato a livello nazionale. Tutto questo mi ha aiutata ad affrontare questo passo, un passo difficile anche dal punto di vista di scelta di vita.

Quali sono le priorità e gli obiettivi che vorrebbe realizzare durante il suo mandato? Ci sono progetti o iniziative che vorrebbe introdurre?

La priorità è costruire una modalità di governo dell’Unione delle Comunità Ebraiche il più possibile condivisa, con deleghe chiare e solide che favoriscano la massima partecipazione ai processi decisionali. Un altro obiettivo fondamentale è rafforzare l’identità e la vita ebraica in Italia, sostenendo le comunità e promuovendo iniziative culturali significative. Naturalmente non partiamo da zero: il lavoro svolto sotto la presidenza di Noemi Di Segni rappresenta un solido punto di partenza. Questo patrimonio va valorizzato, anche grazie alle competenze di molte persone che operano nelle strutture. La presenza di tutte le componenti in giunta potrà essere la chiave per attivare strumenti ancora più efficaci.

Cosa altro c’è da implementare?

Serve una modalità di comunicazione aggiornata. Oggi le dinamiche della comunicazione, interna ed esterna, cambiano rapidamente. Per questo avvieremo una riflessione su come migliorarla.

Ha parlato di valorizzare la vita ebraica Italia. Due grandi comunità come Roma e Milano, che ruolo giocano in tutto ciò?

Roma e Milano sono due realtà importanti: dispongono di strutture, scuole e organizzazioni interne che permettono una vita comunitaria piena, costante e molto attiva. Altre comunità, su alcuni aspetti, incontrano maggiori difficoltà e l’UCEI ha anche il compito di sostenerle per rafforzarne le attività, anche in collaborazione con le due comunità più numerose. Per quanto riguarda Milano, la città è ben rappresentata in giunta con uno dei vicepresidenti, Milo Hasbani, e con l’assessore Michele Boccia.

 Come intende gestire un ebraismo italiano, che sembra andare verso l’assimilazione e verso il calo demografico?

L’assimilazione non equivale all’adesione ad altre correnti dell’ebraismo. L’UCEI insieme all’Assemblea Rabbinica Italiana ha aperto un tavolo di lavoro con la FIEP (Federazione Italiana dell’Ebraismo Progressivo), avviando un lungo periodo di confronto: da una parte i rappresentanti dell’ebraismo tradizionale italiano, dall’altra quelli delle comunità progressive. In questi colloqui sono state individuate alcune aree di possibile collaborazione, di cui ora occorre verificare lo sviluppo. Quanto all’assimilazione, la risposta resta la stessa: rafforzare la vita ebraica nel nostro Paese.

Per quanto riguarda invece il modello delle congregazioni, considerando le diverse spinte e controspinte presenti, cosa ne pensa?

È un tema un po’ più complesso. A differenza di quanto avviene a livello internazionale — ad esempio negli Stati Uniti, dove l’ebraismo è organizzato per congregazioni — in Italia esiste la comunità ebraica unica come rappresentanza territoriale, con un’organizzazione interna regolata da norme precise. Se dovesse emergere questa esigenza, andrà affrontata insieme alle comunità e ai rabbini. Al momento, però, non è un tema all’ordine del giorno e non posso indicare una linea di orientamento.

Come pensate di arginare l’attuale grave marea antisemita?

L’ondata antisemita è preoccupante. Il rapporto del CDEC registra un forte aumento rispetto a un paio di anni fa, con una crescita particolarmente grave degli attacchi fisici contro gli ebrei. Per contrastare il fenomeno serve un’analisi multidimensionale: non bastano interventi legali, sui social o istituzionali, ma è fondamentale anche l’aspetto culturale. Il pregiudizio si nutre di ignoranza: molte persone non conoscono la realtà ebraica in Italia, una presenza radicata da oltre duemila anni.

Il punto è che molti pensano di sapere, pur non conoscendo. C’è una grande inconsapevolezza. Non è così?

Esatto, ed è per questo che dobbiamo investire sui giovani e intercettare questa marea montante. Siamo consapevoli che fenomeni del genere non potranno essere eliminati del tutto. Oltre a far conoscere la storia degli ebrei, dobbiamo però lavorare per rafforzare la nostra identità, così da essere più preparati ad affrontare e rispondere alle sfide di oggi.

A tal proposito, il suo commento sul DDL antisemitismo?

Il disegno di legge è stato discusso e approvato dal Senato e ora deve completare l’iter parlamentare. È una norma importante e siamo soddisfatti dell’impegno dimostrato da tutte le forze politiche, che hanno presentato diversi testi e animato un confronto significativo. Avremmo però auspicato una convergenza più ampia sul testo approvato, visto che alcuni partiti hanno votato contro o si sono astenuti. Nel complesso, resta comunque il segno di una forte sensibilità della politica verso un fenomeno reale, documentato dai dati, che va affrontato nella sua specificità.

C’è chi ha scritto (e si è limitato a dire) che questa legge è una censura alla critica di Israele. Lei cosa replica a questi commenti?

Questo è il principale motivo di opposizione alla legge. Tuttavia, la definizione di antisemitismo dell’IHRA adottata nel testo è chiara: le critiche a Israele non sono considerate antisemitismo. È un punto che va chiarito con fermezza. Il dibattito si è concentrato spesso quasi esclusivamente su questo aspetto, ma il problema reale è l’antisemitismo presente in Italia. Ridurre tutto alla questione di Israele è limitante. Gli ebrei in Italia vivono con una qualità della vita inferiore alla media: scuole protette con grate alle finestre e presenza costante della polizia, studenti universitari che temono di esprimersi liberamente, rappresentanti della comunità sotto scorta. I nostri ragazzi, ad esempio, partecipano alle gite scolastiche accompagnati dalla sicurezza. Tutto questo ha un impatto significativo su di loro e sulle famiglie. La politica, però, ha dato un segnale importante e questo va riconosciuto: è fondamentale affrontare il fenomeno con serietà.