di David Zebuloni
Nonostante le delicate fasi già in atto e l’indiscutibile superiorità militare di Israele e Stati Uniti, l’ultima parola non è ancora stata pronunciata. Il regime iraniano potrebbe ancora sorprendere con mosse inattese o escalation locali, ma il quadro complessivo resta chiaro: un gatto che miagola difficilmente potrà mai sconfiggere un leone che ruggisce. E finora, sembra che il regime abbia fatto ben poco per cambiare questa realtà. (Nella foto un carro armato dell’IDF nel sud del Libano).
Dieci giorni sono trascorsi dall’inizio dell’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del Leone” contro il regime iraniano e il suo impero terroristico in Medio Oriente, e il ruggito degli eserciti democratici, in effetti, si è fatto sentire eccome. Il regime, invece, sembra piuttosto limitarsi a un flebile miagolio. La grande risposta difensiva iraniana, almeno finora, pare ridursi infatti a una serie di attacchi caotici e maldestri in diverse aree della regione. Secondo molti analisti, potrebbero essere gli ultimi colpi di coda di un regime sempre più in difficoltà.
Persino in Israele molti cittadini si dicono sorpresi. Nonostante le sirene continuino a suonare senza sosta, giorno e notte, i missili iraniani non sembrano aver provocato le stragi che molti temevano. “Non c’è dubbio che la difesa israeliana si sia notevolmente evoluta, e altrettanto chiaro è che gli attacchi dell’aeronautica contro i lanciatori e i missili in Iran, condotti in collaborazione con gli Stati Uniti, abbiano un impatto significativo”, spiega l’ex generale Gershon Hacohen, senior research fellow al Centro Begin-Sadat per Studi Strategici, in un’intervista a Makor Rishon. “Allo stesso tempo, però, sembra che la capacità del regime di prendere decisioni e coordinare le proprie strutture stia diventando più complessa”.
Sullo sfondo dell’intervista continuano a risuonare le sirene antimissile, ma al contempo emerge chiaramente il fallimento iraniano nel minacciare davvero la routine quotidiana israeliana. Tuttavia, Hacohen invita a non abbassare la guardia. “Non si tratta di una partita di calcio, in cui chi è in vantaggio numerico vince, ma di una guerra in cui conta la direzione strategica”, osserva. “Questa è la grande differenza rispetto al calcio, dove il risultato è tutto e non ha conseguenze oltre il fischio finale. In una guerra prolungata, invece, entrano in gioco anche lo spirito e la resilienza dei popoli”.
Un elemento particolarmente evidente della guerra in corso è l’ampiezza molto maggiore degli obiettivi delle Forze di Difesa Israeliane e, in questo caso, anche di quelle americane. “Oltre al fine principale di rovesciare il regime, dall’inizio evidente come obiettivo strategico centrale, Israele punta oggi a distruggere anche il sistema missilistico iraniano, l’industria che produce i missili, i comandi e le basi, oltre i siti legati al programma nucleare”, conferma Hacohen. “In altre parole, l’insieme degli obiettivi è molto più ampio rispetto a quello dell’operazione precedente”.
Un altro elemento da considerare è che il regime degli ayatollah oggi non è lo stesso di quello di giugno: si presenta come un organismo profondamente mutato, con capacità e risorse diverse rispetto a qualche mese fa. “Il regime è certamente più debole, su questo non c’è dubbio”, sottolinea l’ex generale, «ma la peculiarità di regimi di questo tipo è la capacità di resistere anche da una posizione di debolezza. È un sistema che, fin dall’inizio, si basa su flessibilità e capacità di assorbire gli urti. Questo è uno dei suoi tratti fondamentali e più pericolosi”.
Posizioni simili, talvolta quasi identiche, sono espresse anche da Moran Alaluf, ricercatrice esperta di Iran e Medio Oriente e membro del Forum Deborah. Come Hacohen, anche lei, pur riconoscendo le notevoli capacità di difesa di Israele e la sorprendente debolezza del regime, adotta un tono ottimisticamente cauto, sottolineando però che la campagna è ancora in corso e non si può considerare conclusa.
“Non c’è dubbio che i sistemi di difesa di Israele siano tra i migliori al mondo, e questo fa certamente la differenza”, spiega la ricercatrice in un’intervista a Libero Quotidiano. “Inoltre qui operano anche sistemi americani giunti nella regione: si tratta quindi di uno sforzo congiunto. Presumo che vi siano anche altri attori nell’area che partecipano alle operazioni di intercettazione”.
Nonostante il netto vantaggio di Israele e degli Stati Uniti, Alaluf individua un’altra ragione alla base della debolezza emergente del regime degli ayatollah. “Finora, gli iraniani non hanno lanciato salve su larga scala: non sparano decine o centinaia di missili”, spiega. “Ma questo non significa che vadano sottovalutati: la situazione attuale non esclude che possano verificarsi eventi gravi in futuro”.
Secondo l’esperta, infatti, il tema della sicurezza in Israele è più complesso di quanto sembri. “Il regime è senza dubbio sotto pesanti bombardamenti”, chiarisce. “I satelliti individuano i siti di lancio e li distruggono. Tuttavia, non ho dubbi che il regime cercherà di sorprendere i propri avversari. Abbiamo già visto l’ingresso di Hezbollah, per esempio. Gli Houthi, invece, no. Probabilmente vogliono riservarli a una fase successiva, nel caso Hezbollah subisca danni significativi. Monitorano costantemente la situazione sul terreno”.
In altre parole, c’è una spiegazione per cui finora non abbiamo assistito alla stessa intensità di lanci vista durante l’operazione precedente. “Il regime deve gestire la sua capacità di colpire l’intera regione, come promesso”, spiega Moran Alaluf. “A mio avviso, la vera ragione per cui verso Israele vengono lanciati solo pochi missili è la volontà di preservare l’arsenale per il futuro. Gli iraniani sanno che si tratta di una guerra lunga: se ora impiegassero tutta l’artiglieria, esaurirebbero rapidamente le risorse”.
Sì, nonostante le delicate fasi già in atto e l’indiscutibile superiorità militare di Israele e Stati Uniti, l’ultima parola non è ancora stata pronunciata. Il regime iraniano potrebbe ancora sorprendere con mosse inattese o escalation locali, ma il quadro complessivo resta chiaro: un gatto che miagola difficilmente potrà mai sconfiggere un leone che ruggisce. E finora, sembra che il regime abbia fatto ben poco per cambiare questa realtà.



