Gli ebrei in Italia

La geografia degli ebrei italiani

In Italia gli ebrei iscritti alle Comunità sono 35 mila. Rispetto ai circa 60 milioni di italiani rappresentano lo 0,6 per mille della popolazione. Esiste però quella che nelle statistiche si definisce “popolazione ebraica allargata” che sarebbe di almeno 45 mila persone. Nella penisola esistono ufficialmente ventuno Comunità: Ancona, Bologna, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Genova, Livorno, Mantova, Merano, Milano, Modena, Napoli, Padova, Parma, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Vercelli, Verona. A ciascuna di queste fa capo una circoscrizione territoriale che comprende anche piccole Comunità o semplici nuclei che, per la loro esiguità, non possono costituire una Comunità organizzata a sé stante. Le dimensioni delle Comunità sono molto diverse. Due da sole, Roma (15 mila persone) e Milano (7 mila), raccolgono quasi il 70 per cento di tutti gli ebrei italiani. Accanto ad esse vi sono Comunità di media grandezza, con 1000-500 iscritti, come Torino, Firenze, Livorno, Trieste, Venezia e Genova, e altre piccole che comprendono da qualche centinaio a poche decine di iscritti, come Ancona, Bologna, Napoli, Padova, Verona, Mantova, Ferrara, Modena, Pisa, Parma, Merano, Vercelli, Casale Monferrato. Tutte, grandi o piccole che siano, hanno una vita interna organizzata e regolata dallo Statuto dell’ebraismo italiano. Tutte fanno capo all’Ucei (Unione delle Comunità ebraiche italiane), con sede a Roma, che le rappresenta a livello politico interno e internazionale.

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Com’è organizzata la Comunità

Scopo delle Comunità è quello di provvedere al soddisfacimento delle esigenze religiose, associative, sociali e culturali degli ebrei.

L’ebraismo è infatti non solo una religione ma anche una “cultura” che interessa ogni momento della vita. Le Comunità organizzano la collettività ebraica e sono un punto di riferimento non solo per gli ebrei che vivono sul posto ma per chiunque voglia stabilire contatti con loro. Molto spesso, infatti, ebrei di passaggio o trasferiti momentaneamente in Italia si rivolgono alla Comunità per avere informazioni sulla vita ebraica locale e prendervi parte. Da un punto di vista giuridico le Comunità hanno poteri di amministrazione e vigilanza sulle istituzioni ebraiche di assistenza, beneficenza, quelle culturali e provvedono alla tutela degli interessi locali degli ebrei. Le ventuno Comunità hanno competenza su circoscrizioni territoriali. Fanno parte di diritto della Comunità tutti gli ebrei che hanno residenza nella circoscrizione. L’iscrizione avviene con esplicita richiesta (e non è più obbligatoria, come secondo la legge del 1930).

È considerato ebreo, secondo il diritto ebraico, il figlio di madre ebrea, non convertito ad altra fede. Per cessare di appartenere alla Comunità occorre una rinuncia esplicita, che comporta la perdita del godimento di tutti i diritti e servizi che la Comunità offre. Organi della Comunità sono l’assemblea, il consiglio, la giunta, il presidente, il rabbino capo, la consulta (esiste solo in alcune Comunità), i revisori dei conti. Il consiglio è eletto da tutti gli iscritti che abbiano compiuto i diciotto anni e siano iscritti alla Comunità da almeno un anno. Esso è composto di un numero di consiglieri che varia da tre a trenta, in base al numero degli elettori. Sono eleggibili tutti gli elettori che abbiano compiuto i venti anni e siano “garanti della continuità ebraica”.

Il presidente, eletto dal consiglio, è capo della Comunità e la rappresenta.

La giunta, composta dal presidente e da un terzo dei consiglieri, amministra la Comunità. Il consiglio è l’organo principale che approva gli atti importanti, mentre alla giunta spettano le delibere preparatorie. Il funzionamento delle Comunità è assicurato con la riscossione di contributi a carico degli appartenenti in ragione del reddito. Essi sono esigibili con le forme e i privilegi che godono le imposte del Comune. La direzione spirituale della Comunità spetta al rabbino capo, che è amministrativamente un suo dipendente, assunto per chiamata o per concorso. Il rabbino capo interviene con voto consultivo alle sedute di consiglio e di giunta e ha piena autonomia per tutte le questioni religiose e di culto. Il rabbino, parallelamente al presidente, che è capo dell’amministrazione, è capo del culto e, in quanto tale, ha la funzione di maestro e di autorità con esclusiva competenza rispetto all’interpretazione della legge ebraica in materia rituale e all’esercizio del culto. In tali materie, di fronte agli organi comunitari, gli è garantita piena indipendenza. Egli può celebrare matrimoni tra ebrei, che durante la cerimonia nuziale devono dichiarare di uniformarsi a tutte le norme del codice civile italiano che regolano l’istituto del matrimonio. Il rabbino in questo caso è anche ufficiale di stato civile.

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Come funziona la Comunità

Una segreteria segue l’amministrazione generale della Comunità, che amministra i contributi annuali degli iscritti utilizzati per il funzionamento delle organizzazioni comunitarie (scuola, templi, casa di riposo e, in alcune Comunità, come a Roma, ospedale ebraico), per aiuti finanziari e assistenza anche domiciliare ad anziani (molte associazioni sono su base di volontariato) o a coloro che si rivolgono al servizio sociale per aiuto, per attività culturali e manifestazioni. La segreteria centrale fa anche da collegamento con il rabbinato, il consiglio della Comunità, le associazioni di carattere istituzionale e le associazioni culturali o di appoggio organizzate su base volontaria.

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L’unione della Comunità

Ucei

L’Unione delle Comunità ebraiche italiane è “l’ente rappresentativo della confessione ebraica nei rapporti con lo Stato e per le materie di interesse generale dell’ebraismo, cura e tutela gli interessi religiosi degli ebrei in Italia; promuove la conservazione delle tradizioni e dei beni culturali ebraici; coordina e integra l’attività delle Comunità; mantiene i contatti con le collettività e gli enti ebraici degli altri paesi”. Nell’ambito dell’ordinamento ebraico possono esistere altre istituzioni ed enti, designati come “enti ebraici civilmente riconosciuti”.

L’Unione delle Comunità ebraiche italiane, la cui costituzione fu prevista per la prima volta dalla legge del 1930, è l’ente rappresentativo degli ebrei in Italia. La sua vita giuridica è regolata nello Statuto, dall’articolo 37 in poi.

Essa cura e tutela i bisogni religiosi e gli interessi generali degli ebrei e rappresenta l’ebraismo italiano di fronte all’autorità e al pubblico. Esercita le competenze che le Comunità hanno sulle istituzioni ebraiche locali e su quelle con finalità generali; provvede alla conservazione del patrimonio storico, bibliografico e artistico ebraico e provvede alla preparazione dei rabbini, tramite il Collegio rabbinico italiano, Istituto superiore di studi ebraici di Roma. Fa capo all’Unione anche il corso di laurea in Studi ebraici e il seminario Almagià.

Il corso di laurea in Studi ebraici si propone come polo di diffusione della cultura ebraica mediante “corsi istituzionali” per gli iscritti alle comunità ebraiche e “corsi speciali” di durata breve aperti anche a un pubblico non ebraico, per il quale, mancando un livello adeguato di conoscenze di base, è previsto un “corso propedeutico”. Nei corsi istituzionali vengono insegnate storia, filosofia, lingua e letteratura ebraica, esegesi, letteratura rabbinica, letteratura cabbalistica e chassidica, istituzioni di diritto rabbinico, paleografia e storia del libro ebraico, scienze sociali. Nei corsi propedeutici si insegna lingua ebraica, esegesi, Bibbia e letteratura rabbinica. Si ottiene il titolo superando venti esami annuali o un numero proporzionale di corsi brevi e presentando una tesi. Sono anche previsti corsi speciali di perfezionamento su problematiche relative al rapporto tra ebraismo e il mondo esterno.

Il seminario Almagià provvede alla formazione degli insegnanti delle scuole elementari e medie e rappresenta un momento di approfondimento per le future guide di bambini e ragazzi.

Fa capo all’Unione anche il Dipartimento educazione e cultura (Dec) che, in occasione delle principali feste, invia rabbini e officianti nelle Comunità che non hanno un rabbino stabile, organizza seminari su temi culturali di attualità per adulti, ragazzi e bambini con animatori e insegnanti. Organizza poi campeggi per famiglie, nei quali offre un’immersione totale di vita ebraica, e un convegno nazionale, Mokèd, che coinvolge fino a mille persone di ogni età e tendenza religiosa, unendo cultura a divertimenti. Il Dec organizza anche corsi di formazione per giovani animatori e porta avanti il “progetto Atid”, quattro anni di studio per giovani dai quattordici ai diciotto anni che vogliano affrontare i problemi della società moderna da una prospettiva ebraica: quattro anni di studio di lingua ebraica, del pensiero, della storia e delle norme fondamentali. L’Unione non è gerarchicamente sovraordinata alle Comunità, ma si trova in posizione di preminenza, avendo alcuni poteri di coordinamento e di controllo su queste.

Organi dell’Unione sono il congresso, il consiglio, la giunta, il presidente, la consulta rabbinica, l’assemblea rabbinica, i probiviri, i revisori dei conti.

Il congresso è organo non permanente, composto da delegati nominati dai consigli delle singole Comunità proporzionalmente al numero dei membri; si riunisce ordinariamente ogni quattro anni per l’approvazione del rendiconto del consiglio uscente e per l’elezione del nuovo consiglio e dei revisori dei conti. Il consiglio è composto da quindici membri e tre rabbini, che formano la consulta rabbinica, cui sono attribuite specifiche competenze in materia religiosa; la giunta è composta dal presidente e altri quattro consiglieri.

Le Comunità versano contributi all’Unione in base a un’aliquota fissata annualmente dal consiglio dell’Unione e che dipende dai contributi riscossi da ogni Comunità. Fino alla fine del 1996 l’Intesa stabiliva per gli iscritti la deducibilità dalla dichiarazione annuale dei redditi dei contributi versati alle Comunità fino al “10 per cento del reddito e comunque per un importo complessivo non superiore a 7 milioni e mezzo” (articolo 29). Questa norma è stata modificata nel 1997 e l’Unione ha scelto di partecipare alla ripartizione dell’8 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, impegnandosi a utilizzare le somme ottenute per le attività culturali e la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale ebraico. Per questo la deducibilità dalla dichiarazione dei redditi è scesa dagli iniziali 7 milioni e mezzo di lire agli attuali mille euro (2 milioni di lire), come per tutti gli altri contribuenti.

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Intesa con lo stato Italiano

Intesa e Statuto

L’ebraismo in quanto religione e gli ebrei in quanto minoranza religiosa hanno diritto alla tutela da parte dello Stato italiano.

Il fondamento di questo diritto è nell’articolo 8 della Costituzione: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Nonostante il dettato costituzionale, fino al 1987 i rapporti tra ebraismo e Stato italiano sono stati regolati dalla vecchia legge Falco del 1930, che non garantiva un’adeguata sistemazione giuridica al diritto degli ebrei. Diritto di organizzarsi “secondo i propri statuti” che fino a quel momento non era mai esistito neppure per le altre confessioni non cattoliche. I primi a firmare una propria intesa con lo Stato furono i valdesi (1984), seguiti dalle chiese avventiste (1987/88) e dalle assemblee di Dio (1987). Dopo molti anni di riflessione, congressi straordinari, studi e proposte, in particolare da parte della commissione giuridica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) (formata dagli avvocati Guido Fubini, Vittorio Ottolenghi, Giorgio Sacerdoti e Dario Tedeschi), fu trovata una formulazione soddisfacente e l’Intesa fu firmata il 27 febbraio 1987 dal presidente del Consiglio, Bettino Craxi, e dal presidente dell’Ucei, Tullia Zevi.

L’Intesa regola i principi generali e lascia allo Statuto (58 articoli) il compito di organizzare la vita interna delle Comunità e dell’Unione. Questa impostazione rappresenta una svolta radicale rispetto al passato. “Prima, gran parte delle norme si occupavano dell’organizzazione e del funzionamento delle Comunità” conferma Giorgio Sacerdoti. “Ora questa materia scompare dalla normativa e viene invece riservata all’autonomia statutaria”.

L’Intesa garantisce libertà e parità agli ebrei e alle loro organizzazioni rispetto agli altri cittadini, prevede forme di riconoscimento degli enti ebraici e delle loro attività, in particolare delle Comunità e dell’Unione come enti che devono assicurare in concreto libertà e autonomia alla confessione. Riconosce poi, nel modo più ampio, il diritto di professare la religione ebraica, inclusa la libertà di associazione, l’attività di insegnamento da parte dei rabbini, con tutela dalle manifestazioni di intolleranza e discriminazione religiosa.

L’entrata in vigore dell’Intesa ha abrogato di fatto tutte le leggi precedenti, quella del 1929 sui “culti ammessi” e quella del 1930 (legge Falco).

L’Intesa non si occupa dell’organizzazione interna delle Comunità e dell’Unione, che è lasciata allo Statuto approvato nel dicembre 1987 da un congresso straordinario dell’Unione. Questo regola la vita quotidiana e di relazione delle Comunità e dell’Unione.

Nell’Intesa (articoli 23 e 24) vengono previsti i controlli che lo Stato esercita sulle Comunità e l’Unione, quelli stessi che regolano la vita degli altri enti morali o di culto. La Comunità, l’Unione e gli enti ebraici esistenti o futuri come “enti ebraici civilmente riconosciuti” sono tenuti all’iscrizione nel registro delle persone giuridiche ed è loro garantita l’autonomia di gestione senza ingerenza da parte dello Stato. Per l’acquisto di beni immobili, per l’accettazione di donazioni ed eredità e per il conseguimento di legati si applicano le disposizioni delle leggi civili relative alle persone giuridiche.

L’articolo 1 garantisce in sede penale la parità di tutela del sentimento religioso e dei diritti di libertà religiosa, senza discriminazioni tra i cittadini e tra i culti. Le norme del codice penale, riguardanti il vilipendio della religione cattolica, si applicheranno perciò, fino a una loro eventuale abrogazione, anche alle ipotesi di vilipendio della religione ebraica. Nell’Intesa si precisa che le norme della legge 654 del 1975, con le quali si vogliono combattere tutte le forme di discriminazione razziale, si intendono riferite anche alle manifestazioni di intolleranza e pregiudizio religioso. Agli ebrei è riconosciuto il diritto, da esercitare nel quadro della flessibilità dell’organizzazione del lavoro, di osservare il Sabato e le altre festività religiose (articoli 3 e 4). Sempre a proposito di prescrizioni religiose, vanno ricordati (articoli 5, 9, 15): il diritto degli ebrei che vivono in collettività (militari, ricoverati in ospedali, carcerati) di osservare, con l’assistenza della Comunità e senza oneri per le istituzioni in cui si trovano, le prescrizioni in materia alimentare; l’assistenza spirituale ai militari ebrei e il loro diritto di partecipare alle attività di culto; l’accesso dei ministri di culto negli ospedali, case di cura o di riposo e nelle carceri; la perpetuità delle sepolture; la conferma del diritto della macellazione rituale.

L’Intesa sancisce il diritto degli ebrei di non seguire gli insegnamenti religiosi impartiti nella scuola pubblica. Per tutelare effettivamente questo diritto, è stabilito che l’insegnamento deve aver luogo secondo orari e secondo modalità che non si risolvano in una discriminazione per chi compie tale scelta.

L’articolo 13 riconosce, con la trascrizione, effetti civili al matrimonio celebrato in Italia secondo il rito ebraico. Esso costituisce un radicale cambiamento rispetto alla situazione posta dalla legge sui “culti ammessi” del 1929 che non riconosceva valore al matrimonio religioso ebraico.

Con l’articolo 16 per la tutela del patrimonio artistico, storico e culturale dell’ebraismo italiano, è sancito il principio della collaborazione dello Stato con l’Unione e con le Comunità.

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Onlus e sistema fiscale

Ente morale

La Comunità ebraica di Milano è un ente morale riconosciuto dallo Stato italiano e, all’interno della sua struttura istituzionale, gestisce due Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale): la scuola ebraica e la casa di riposo per anziani, denominata Nra (Nuova residenza anziani).

Il Decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460 che ha istituito le Onlus ha stabilito che sono Onlus le associazioni, i comitati, le fondazioni, le società cooperative e gli altri enti di carattere privato, con o senza personalità giuridica, i cui statuti o atti costitutivi prevedono espressamente uno o più dei seguenti settori: assistenza sociale e sociosanitaria; assistenza sanitaria; beneficenza; istruzione; formazione; sport dilettantistico; tutela, promozione e valorizzazione di cose di interesse artistico e storico; tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente; promozione della cultura e dell’arte; tutela dei diritti civili; ricerca scientifica.

In base all’art. 13 del Dl n. 460, è ammessa la deducibilità delle erogazioni liberali in denaro versate a favore delle Onlus dal reddito d’impresa, per un importo non superiore a euro 2.065,83 o al due per cento del reddito d’impresa dichiarato. Detrazioni fiscali per i contributi versati alla Comunità ebraica di Milano Articolo 30 comma 2 della Legge n. 101/1989: le persone fisiche possono dedurre dal reddito Irpef le erogazioni liberali in denaro, versati alle comunità ebraiche in Italia fino all’importo complessivo annuo di euro 1.032,91.

Articolo 13 bis lettera i bis) del Dpr n. 917/1986: le persone fisiche possono detrarre dall’Irpef lorda il 19 per cento delle erogazioni liberali in denaro versate alle Onlus (casa di riposo e scuola) per importo annuo non superiore a euro 2.065,83;

Articolo 65 comma 2 lettera a) del Dpr n. 917/1986: le imprese individuali e le società possono dedurre dal reddito Irpef o Irpeg le erogazioni liberali versate a favore delle persone giuridiche che perseguono esclusivamente finalità di culto per importo complessivamente non superiore al 2 per cento del reddito d’impresa dichiarato;

Articolo 65 comma 2 lettera c sexies) del Dpr n. 917/1986: le imprese individuali e le società possono dedurre dal reddito Irpef o Irpeg le erogazioni liberali versate a favore delle Onlus per un importo complessivamente non superiore a euro 2.065,83 o al 2 per cento del reddito d’impresa dichiarato.