«Basta luoghi comuni: siamo figli di Abramo, fratelli umani»

Di: 

Fiona Diwan

16/07/2017

Smontare pregiudizi, andare oltre la superficialità buonista o l’ostilità preconcetta. Myrna Chayo ha dedicato tutta la vita al dialogo inter-culturale e interreligioso. Studiosa, ex docente universitaria di lingua araba, pubblica oggi un interessante  saggio su come superare difficoltà e distanza

 

Myrna Chayo

Myrna Chayo

Ha insegnato lingua e cultura araba ai milanesi, per 40 anni, all’Università statale. Nata ad Aleppo, da decenni, instancabilmente, si confronta con cattolici e islamici, in nome di un dialogo tra le fedi e le culture che risulti autentico e reale, smontando clichè e luoghi comuni e insegnando il Medioriente agli italiani. Myrna Chayo è stata una delle pietre angolari dell’insegnamento universitario della lingua e della cultura araba a Milano (oggi è in pensione), all’interno dell’Istituto di Glottologia e Orientalistica della Statale di Milano e, prima ancora, dell’Ismeo (Istituto italiano Studi per il Medio e Estremo Oriente), e da sempre sa mettere in relazione l’arabo classico e letterario col retaggio antropologico e culturale del mondo semitico.

Chayo punta tutto su una certezza: siamo Fratelli umani, tutti accomunati dagli stessi bisogni, le stesse paure, le stesse speranze. Da qui la necessità del dialogo, e la sua disponibilità a trovare i punti di contatto e di saldatura tra le diverse culture, a ricomporne strappi e ferite, sempre in prima linea nello spiegare la controversa odissea degli ebrei nei Paesi del Nord Africa e del Medioriente. Nata in Siria nel 1946, vissuta a Beirut e poi sbarcata tra le nebbie padane nel 1958, Chayo si laurea a Venezia, a Ca’ Foscari. «Ma l’esame più difficile ho dovuto superarlo in famiglia. Mio zio Tobe Shammah mi fece l’esame di grammatica, altri zii mi interrogavano su poesia e letteratura… Erano ebrei che amavano profondamente la cultura araba e volevano accertarsi che avessi le capacità per poter trasmettere la bellezza di quella lingua, la sua musicalità. Ho amato e fatto amare agli italiani la grammatica araba, quella dell’arabo classico, la lingua del Corano, che pochi possiedono (vista la divisione netta tra l’arabo scritto e quello parlato), la poesia del periodo pre-islamico in cui il mondo arabofono si specchia, incantato dalla forza immaginativa di quei versi», spiega Myrna Chayo.
Ma come interagire con chi spesso non sa nulla di ebrei e Medioriente o, nel peggiore dei casi, si offre a noi con troppi pregiudizi? «Uso dolcezza e pazienza, un approccio inizialmente psicologico. Insegnare in ambienti impregnati di pregiudizi anti-ebraici e anti-israeliani non è stato facile. Ma amo il contraddittorio, amo sfatare i pregiudizi». Myrna Chayo racconta che quando deve affrontare un pubblico eterogeneo, usa sempre lo stesso schema: «Punto sul fatto che abbiamo tutti le stesse paure, le stesse aspirazioni e speranze. L’Onnipotente ci ha creato così, imperfetti e fallaci, noi non abbiamo colpa. Siamo Fratelli umani, ciò che ci rende simili è molto di più di ciò che ci separa. Nei dibattiti, sono sempre paziente. Cito Levitico e Deuteronomio, cito il rispetto verso lo straniero, smonto il concetto dell’occhio per occhio, dente per dente -il più diffuso dei pregiudizi-, e spiego che altro non è che la metafora dell’indennizzo pecuniario proprozionato all’entità del danno subito, cosa che ogni diritto civile e penale prevede, almeno nelle democrazie.

Altro pregiudizio diffuso? Che l’ebraismo non conosce l’amore, arrivato solo con il messaggio di Gesù Cristo. Mi arrabbio quando mi impongono la lettura del brano del buon samaritano, che pone gli ebrei in luce negativa, ovvero come coloro che non sanno amare né dare. Allora cerco di spiegare le parabole evangeliche alla luce dell’ebraismo. Ciò che in fondo mi preme è testimoniare come una persona possa essere fedele alla propria tradizione ebraica e insieme essere aperta ad altre culture, anche se antagoniste. Il Bene ha la facoltà di irradiarsi intorno a sé, di espandersi e di illuminare. Se facciamo il Bene, il Bene risplende. C’è una preghiera ebraica che dice Ufros aleinu sukkat shelomekha, stendi su di noi il riparo della tua pace. Tradotta in arabo ha la stessa radice ed è quasi identica: uafrosh aleina khaimat salamika. Con queste parole ebrei e arabi chiedono a Dio di aiutarli a riconoscersi come fratelli. Aiutandoli a costruire le condizioni per un salaam-shalom completo».
Nel saggio Fratelli umani, contenuto nel volume Nati da Abramo (Marietti, vedi qui sotto), Chayo sottolinea le similitudini tra le fedi. Una matrice comune che si evidenzia ad esempio in preghiere in ebraico che sono identiche nella liturgia della Chiesa, così come identiche sono le massime di amore per il prossimo, le raccomandazioni di aiuto alla vedova e all’orfano, «l’insegnamento di amore e giustizia che è l’essenza della fede ebraica. Papa Giovanni Paolo II ha usato varie volte, in ebraico, la parola teshuvà rivolgendosi alla Chiesa. Teshuvà, ossia pentimento e ravvedimento, verso il popolo ebraico, diceva, nel senso di un ritorno a se stessi e alle origini ebraiche del cristianesimo».

 

Tre voci per raccontare drammi  e prospettive
dei tre monoteismi

Nati-da-abramoNati da Abramo è scritto da un’ebrea, un cristiano e un musulmano. Visti i disordini della Storia e gli sconquassi prodotti dai tre monoteismi, talvolta accarezzo l’idea che forse sarebbe stato meglio fare a meno di Abramo, dei suoi figli e dei lontani nipoti. Un modo per fugare la questione è dire che le religioni “autenticamente vissute” siano in sé “strumenti di pace” e che i problemi siano dovuti a forze estranee e rapacità economica. È una lettura de-responsabilizzante, ipocrita e pericolosa della storia delle religioni, che non le prende sul serio. L’altra campana, altrettanto erronea, sostiene che le religioni siano solo fonti di violenza, costrizione e asservimento. Nel libro non troverete un dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani, che a me suona spesso ambiguo, carico com’è di silenzi, autocensure, ideologie e riletture storiche. Per lo più, per non affrontare queste difficoltà, le si negano, discettando così di argomenti generalissimi, buoni sentimenti e propositi e magari di cucina mediterranea. Chiunque sia dotato di buon senso coglie l’assurdità di infingimenti simili.
Al contrario, le voci di Myrna Chayo, Paolo Branca e Moulay Zidane El Amrani si dipanano una dopo l’altra, dignitosamente, da prospettive e storie diverse, senza preoccuparsi di convenire tra loro, offrire messaggi morali congiunti o compiacere: voci che si rispettano -cosa non scontata-, disvelando ineluttabilmente distanze e disomogeneità. Credo che sia una soluzione culturale ed editoriale efficace, perché onesta; e qui sta l’originalità positiva del libro.
El Amrani ha accettato di pubblicamente figurare accanto a una voce ebraica, restituendoci momenti di convivenza recente tra musulmani, ebrei e cristiani in Marocco, come pure il dramma coloniale e post-coloniale patito dal suo popolo. Myrna Chayo, docente di arabo, ha dato voce, attingendo alla sua biografia, alla storia e al pensiero della minoranza ebraica, calata tra le altre due grandi maggioranze religiose. Il suo scritto, con argomenti suggeriti da psicologia, sociologia e storia dell’antisemitismo, è un efficace invito a pensare. (Vittorio Robiati Bendaud)

Myrna Chayo, Paolo Branca, Moulay Zidane El Amrani, Nati da Abramo. Un’ebrea, un cristiano e un musulmano: dalla conoscenza al dialogo. Prefazione Franco Cardini Marietti, pp. 156, euro 14,00

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