Rav Roberto Della Rocca (Foto Ester Moscati)

«Ciao “Rav Rock”, questo è un arrivederci». Dopo 8 anni a Milano, rav Roberto Della Rocca ci lascia. E traccia un bilancio

di Fiona Diwan

Caloroso e sorridente, ha saputo creare intorno a sé un clima di studio e amore per l’ebraismo facendo “innamorare” delle materie ebraiche anche gli scettici più irriducibili. Dal progetto Kesher all’impegno per i giovani, dalle lezioni universitarie al Festival Jewish in the city… Un impegno a 360 gradi, al servizio di una comunità ricca e complessa

 

Rav Roberto Della Rocca non ne fa mistero. La sua esperienza in questi otto anni con la Comunità ebraica di Milano è stata intensa e appassionante, a tratti sorprendente, ma anche, per alcuni aspetti, una scommessa vinta a metà. Luci e ombre, laddove tuttavia a prevalere sono state le tante soddisfazioni scaturite dall’affetto e dalla stima di uno zoccolo duro di persone e allievi che lo hanno seguito fin dall’inizio, dalle lezioni di Torà e Talmud del martedì sera agli eventi culturali di Kesher, agli incontri cittadini al Teatro Franco Parenti, apprezzandone il calore umano e l’approccio “italiano”, così peculiare della secolare tradizione rabbinica di casa nostra.
Un bilancio doveroso quello che si accinge adesso a fare “Rav Rock” (soprannome datogli dai giovani), dopo otto anni di impegno e di lavoro al servizio dell’ebraismo milanese che oggi giunge al suo termine: rav Della Rocca lascerà a fine giugno il capoluogo meneghino per tornare a operare su Roma e Venezia, comunità quest’ultima dove era già stato in passato Rabbino Capo.
Caloroso e sorridente, nello sguardo un immancabile guizzo di allegria – anche nei momenti più bui e difficili-, rav Della Rocca ha saputo creare intorno a sé un clima di studio e amore per l’ebraismo davvero speciali, facendo innamorare delle materie ebraiche anche scettici e post-illuministi tra i più irriducibili. Una capacità unica di saper parlare a tutti, ebrei e non, religiosi e secolarizzati, atei e mistici, facendosi ascoltare da ciascuno. Dell’esperienza milanese, Della Rocca disegna un affresco sazio di incontri e di progetti realizzati, un quadro positivo, con il senso profondo di aver costruito e seminato bene. Della Rocca non si nasconde tuttavia qualche inciampo, sfumature in grigio e zone di opacità.

«In questi otto anni a Milano è stato per me fondamentale confrontarmi anche con questa realtà ebraica, così peculiare. Una comunità ricca e complessa, con tante anime in cerca di coesione e di un collante che vada al di là delle scelte personali e degli stili di vita di ciascuno. Resta il fatto che forse avrei voluto e potuto fare molto di più se me ne fossero state offerte le possibilità», spiega il rav. «Milano mi ha dato molto, anche su un piano civile, penso ad esempio alla cattedra all’Università del S. Raffaele, al corso di Filosofia Ebraica che vi ho svolto. Poi al ciclo organizzato per la cittadinanza al Teatro Franco Parenti e al sodalizio con Andrèe Ruth Shammah in questa occasione. O ancora al Festival di cultura ebraica Jewish in The City… Tutte occasioni uniche in cui tanti milanesi hanno potuto conoscere e apprezzare la cultura e la storia ebraica».

Gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni. Come per ogni esperienza vissuta intensamente, Della Rocca racconta anche delle tante, inattese sorprese: «penso di avere avvicinato all’ebraismo molte persone, gente che non mi sarei mai aspettato; viceversa, sono testimone anche di allontanamenti di persone che mi avevano fatto credere di poter essere un loro punto di riferimento, una volubilità che non avevo messo in conto. Tuttavia, confesso che la cosa più entusiasmante – non l’avevo mai fatto prima d’ora -, è stata quella di insegnare alla scuola ebraica, nei due cicli degli ultimi tre anni del liceo scientifico. In particolare, è stata davvero sorprendente la ricettività dei ragazzi: insegnare il Qohelet e il libro di Giobbe – col suo tema del Male e della sofferenza – è stata un’esperienza unica. Una grande sfida quella di tentare di appassionare adolescenti ai valori dell’ebraismo e fornirgli un kit adeguato per poter affrontare le innumerevoli sfide del mondo contemporaneo».
Anni di grande coinvolgimento quelli di Della Rocca a Milano, un impegno a tutto tondo e su molteplici fronti. «Penso ad esempio alle famiglie in percorso di ghiur, a cui è necessario fornire sensibilità, accompagnamento, senso di appartenenza. Penso all’accoglienza festosa che abbiamo saputo costruire – pazientemente e con determinazione -, con Kesher, grazie allo straordinario lavoro di Paola Hazan Boccia, grazie alla sua competenza e generosa motivazione: serate comunitarie e sociali – dalla cena in Sukkà alle tante feste, per Purim e Chanukkà…-, alle occasioni di studio, dibattito, approfondimento con grandi oratori, un’offerta che ritengo di altissimo profilo, che ha saputo coinvolgere professionisti, ospiti e personaggi di prima grandezza e levatura», dice rav Della Rocca. «Penso tuttavia che la vita proceda per cicli e che anche questa esperienza milanese sia giunta al suo naturale termine di scadenza».

Quali sono state quindi le maggiori soddisfazioni?
«Beh, il progetto più incisivo è stato certamente Kesher nel quale ho creduto e credo moltissimo. Un progetto, già avviato da rav Colombo circa quindici anni fa, necessario per una comunità come Milano, così frammentata. Kesher è un ponte tra le tante anime di questa Comunità e i diversi approcci all’ebraismo, e sollecita opportunità di approfondimento uniche, nonché la costruzione di una identità consapevole. Ritengo inoltre che Kesher sia stato in grado di agire nel rispetto della sensibilità culturale dei diversi partecipanti, al di fuori da un contesto bigotto o ideologico. Che dire degli incontri sociali? Un successo, con cene in cui abbiamo messo insieme 300 persone che abitualmente non si vedono mai in Comunità! Un tentativo riuscito di recupero di famiglie “lontane” dalla vita ebraica. Kesher è stato la ricerca di un denominatore comune, la Cultura, ma non una cultura accademica e polverosa quanto un affondo nel cuore di temi sensibili e attuali, che toccano in presa diretta la nostra vita quotidiana».
Un impegno molteplice, a 360 gradi, quello di Della Rocca. L’elenco delle cose realizzate in questi anni è lungo e variegato: l’insegnamento al Bet haMidrash e al Kollel, le occasioni di studio settimanale – prima in casa sua e poi presso la residenza Arzaga-, dove si è creato un vero e proprio gruppo di affezionati discepoli; l’organizzazione dello Yom Ha Torah; e poi il progetto per famiglie in percorso di conversione fatto in Guastalla per 5 anni consecutivi, l’idea di Rav Rock con incontri mensili con i giovani universitari, dove si sono affrontate tematiche sensibili che toccano i problemi dei più giovani, spesso con il contributo di esperti. Un lungo elenco: l’idea di impiantare nella scuola un luogo di preghiera italiano, come i tre Kippur organizzati con la Tefillà di rito italiano arricchita da commenti e spiegazioni, una sorta di start up di quello che poi è diventato il tempio italiano nella Scuola con un vero e proprio minian fisso diretto da Daniele Cohenca; la connessione tra i giovani del Bené Akiva e quelli della Hashomer Hatzair, con la ricerca di punti di contatto e argomenti in comune. E poi: la consulenza culturale per la Giornata Europea della Cultura Ebraica e la direzione scientifica delle quattro edizioni del Festival Jewish in the City. Gli approfondimenti sull’ebraismo studiati per la cittadinanza milanese al Teatro Parenti assieme ad Andrèe Ruth Shammah, che hanno visto un grande successo di pubblico.

Uno dei temi di acceso confronto nella Comunità di Milano è quello del ghiur. Lei se ne è occupato per diversi anni…
«Mi riconosco il merito di avere anticipato ciò che la gente oggi reclama: ovvero l’esigenza di una figura di tutor o di mediatore che agisca nelle famiglie in percorso di conversione. Inizialmente, fui chiamato a Milano proprio per questo, dopo un importante Moked a Viareggio nel 2007 sul tema del Ghiùr dove, accanto a rav Laras e a rav Arbib, parteciparono anche famosi dayanim tra cui il rav Pinchas Goldshmit, oggi Presidente della Conferenza rabbinica europea. Venni quindi a Milano sulla scia del progetto UCEI che avevo varato nel 2008, appunto quello di un tutoring per i futuri gherim e per quelle famiglie alla ricerca di un percorso ebraico per i loro figli. All’epoca, sia il Presidente Leone Soued che rav Alfonso Arbib mi chiesero di sperimentare qui, con le famiglie in questione, questo progetto. Fu sulla scorta di questa idea che la Giunta della CEM in carica nel 2011 decise di chiamarmi stabilmente a Milano, offrendomi di traslocare qui. Per questo accettai con gioia. In seguito, è stato proprio il progetto Kesher a raccoglierne l’eredità spostando l’asse dell’impegno, da un piano rabbinico e psicologico, a un piano più sociale e culturale. Fondamentale è stato poter offrire un’esperienza ebraica con il Moked e i raduni estivi e invernali dell’Ucei, in modo che le famiglie in questione fossero coinvolte in un tempo di vacanza, che potessero toccare con mano l’esperienza di uno Shabbat “comunitario”. Ci sono state persone che si sono commosse partecipando per la prima volta all’Havdalà, una cerimonia che non avevano mai visto…».

Come vede il futuro dell’ebraismo milanese oggi?
«Credo sia un ebraismo sempre più radicalizzato, anche se non credo alla definizione di laici e religiosi. Vedo piuttosto un ebraismo a due velocità: tanto rapido nei percorsi di ritorno e riappropriazione dell’ebraismo, quanto veloce nei percorsi di allontanamento. Insomma, c’è una grande divaricazione, la forbice che divide queste due parti si è fatta più ampia. Mi sembra più appropriato parlare di ebrei impegnati e ebrei “qualunquisti”. Ci sono comunque coni d’ombra e ambiguità sia negli uni che negli altri. Percepisco oggi un pericolo di “qualunquismo” con il suo inevitabile bagaglio di stereotipi mal digeriti che si esprimono attraverso formule passe-partout, formule che non impegnano a niente se non ad apparire. In particolare, la componente più secolarizzata spesso parla di ebraismo come “monoteismo etico”, come una via maestra del giusto agire e per una moralità comportamentale ad ampio spettro. Personalmente ritengo che l’etica ebraica non vada vista strumentalmente in alternativa all’osservanza delle regole e mitzvot, poiché si tratta di un’unica e stessa Torà. Non basta parlare di scrittori ebrei per garantire una continuità ebraica; così come non basta mettersi una kippà in testa per essere legittimati a proferire sentenze di halachà e ammonire gli altri. Prima del Glatt kosher e altri rigori vi sono anche regole di onestà commerciale e di etica che vanno perseguite e insegnate. Ciò su cui si dovrebbe impegnarsi tutti di più oggi è l’Aavat Israel, l’amore per ogni ebreo e sentirsi un pezzo dello stesso puzzle. In questo senso penso ancora all’esperienza di Kesher; e devo constatare con una punta di amarezza che, malgrado il suo successo, le sue sollecitazioni culturali e sociali non sono state sempre capite appieno. Non sempre la dirigenza della Comunità ne ha colto l’importanza. E soprattutto coloro che, con non poca demagogia, invocano cultura e socialità, dibatti e accoglienza, hanno snobbato moltissime di queste offerte e proposte. Proprio quelli da cui ho sentito invocare maggior Cultura in comunità non si sono mai fatti vedere! Uno scarso riscontro proprio da parte di coloro che più invocano contenuti culturali: ovvero da quegli ambienti dell’ebraismo squisitamente italiano, spesso autoreferenziale, ripiegato su un modello elitista di ebraismo da salotto buono».

Da ogni esperienza si porta via qualche cosa…
«Non posso negare di sentirmi più a mio agio in comunità calorose e omogenee come quella di Roma e di Venezia e confesso che ho faticato non poco a capire la comunità di Milano, così articolata e complessa, talvolta un po’ anaffettiva. Ci vorrebbe un po’ più di “cuore” romano a Milano e un po’ più di “testa” milanese a Roma. Del resto la sfida di ogni ebreo è proprio quella di mettere sempre testa e cuore assieme.

Che cosa farà adesso?
«Torno a Roma per continuare a dirigere il Dipartimento Culturale dell’Ucei e per i prossimi due anni sarò impegnato periodicamente a Venezia per essere rabbino di riferimento, fintanto che non ci sarà un nuovo rabbino capo. Inoltre proprio a Venezia, con la comunità locale e l’Ucei sono chiamato ad avviare un Centro di Studi Ebraici Internazionale che possa essere un punto di riferimento culturale, una finestra importante dell’ebraismo italiano nel mondo».

Che cosa suggerisce, all’indomani dalle elezioni Comunitarie?
«Penso che, soprattutto, i dirigenti della CEM debbano interrogarsi con onestà su qual è l’immagine culturale ebraica che vogliamo acquisire, comunicare e trasmettere. Questo è il quesito che dobbiamo porci e le risposte che daremo saranno decisive per le nostre scelte, tali da misurare i valori di vita che ha per noi l’identità ebraica. La vera distinzione non è fra religiosi e laici, fra diasporici e sionisti, fra progressisti e conservatori. La scelta è fra due scommesse culturali ebraiche (ugualmente rispettabili ma antitetiche) fra una cultura ebraica centrata sulla storia passata degli ebrei e una cultura ebraica centrata sulla storia futura degli ebrei: fra un’immagine degli ebrei buoni, geniali e perseguitati e un’immagine degli ebrei come cultura di minoranza che vive e che lotta affinché ci siano sempre culture di minoranza. Da parte mia non ho dubbi che la Comunità di Milano potrà garantirsi una sopravvivenza fintanto che ci saranno ebrei che vivranno e studieranno la Torà. Il mio augurio è che qualunque forma avrà il mondo nei prossimi 100 anni, i figli di questa Comunità parleranno ebraico e inventeranno nuovi Midrashim».

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