Astorre Mayer, il coraggio di ricostruire

Ci sono dei momenti o delle situazioni in cui per una serie di circostanze il salto nel passato è così intenso da sembrare quasi reale.
Questa è la sensazione che io e probabilmente molte altre persone del pubblico abbiamo percepito quando si è svolta la giornata di studio in memoria di Astorre Mayer nel centenario della nascita.

L’ evento, svoltosi presso il Museo di Storia Contemporanea, è nato per una iniziativa congiunta dell’ Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme, del Dipartimento di Scienze della Storia dell’ Università degli Studi di Milano e dal
Dipartimento di Studi Ebraici dell’ Università Ebraica di Gerusalemme.
Evocare la figura di una persona come Astorre Mayer, non era né facile né tantomeno banale. Il rischio di scivolare nella retorica incensante era grande, ma d’altro canto il personaggio era di tale statura che l’ evocazione non poteva limitarsi al banale.

Difatti, il tutto si è svolto in un mix di struggente commozione e di rigorosa evocazione, equamente suddiviso fra l’azione di Mayer nella Milano del dopoguerra e la sua figura nelle varie località che nel periodo dal 1945 al 1948 diedero luogo a quell’ epopea che andò sotto il nome di Alià Beth, ovverosia l’ immigrazione clandestina dei profughi, o meglio dei reduci dai campi dell’ Europa dell’ Est verso la Palestina di allora, futuro Stato di Israele.
Nel suo breve discorso evocativo, Rav Arbib affermò che se da un lato la prudenza ci impone di agire per piccoli passi, non dobbiamo mai smettere di avere la capacità di avere il Hazòn, la “visione”.

Ed è proprio ciò che caratterizza gli Uomini che lasciano la loro impronta nella Storia, qualunque essa sia, a possedere questa capacità.
Aver intuito a metà degli anni 50 che la scuola di via Eupili si sarebbe dimostrata nel breve tempo insufficiente, ed aver deciso di costruire quella nuova, gigantesca per quella epoca in una zona dove di norma pascolavano le pecore, e chi la frequentò allora se lo ricorda, era una scommessa che avrebbe fatto tremare i polsi a più di un anche avveduto leader.

Personalmente ricordo ancora il Novembre 1961 quando ragazzino undicenne barcollavo nella nebbia con mia madre alla ricerca di questo fantomatico e quanto mai introvabile edificio. Una scena a dir poco Felliniana.
Eppure proprio per lo Zechùt di Astorre Mayer Z.L., questa zona è oggi la nostra mini-Brooklyn, dove alloggiano alcune migliaia di famiglie, sorgono svariato Batey Kenesseth, ci sono tutti i negozi Kasher e sta per sorgere la nuova Casa di Riposo, in sostituzione della NRA, peraltro voluta sempre da lui.
Astorre Mayer filantropo, come abbiamo appena visto e non solo per quello. Ma anche Astorre Mayer diplomatico.

In anni in cui lo Stato di Israele aveva problemi ad aprire Consolati nel mondo, Milano ebbe proprio come Console Onorario di Israele lo stesso Mayer, che contrariamente a quanto si potrebbe ingenuamente pensare, non era per vantarsi di una carica onorifica. In anni in cui il fossato fra Israele ed il Vaticano era immenso, egli svolse una grande attività diplomatica, probabilmente non inferiore a quella che avrebbe svolto un funzionario di carriera.

L’ aver avuto rapporti, anche ravvicinati con personaggi come Monsignor Roncalli, futuro Giovanni XXIII ed il Cardinal Montini, futuro Paolo VI, la dice lunga sul tipo di spessore del rapporto stesso.

A livello aneddotico Sergio Minerbi, uno dei principali oratori della giornata, ricordò quanto la Direzione del Ministero degli affari Esteri Israeliano, per pedanteria burocratica, a lungo negò a Milano il timbro/sigillo ufficiale dello Stato per poter concedere i visti, e che i Passaporti dovevano continuamente essere spediti presso l’ambasciata a Roma.

E pensare che nel frattempo, Mayer gestiva trattative diplomatiche di ben altro livello.
Come dicevamo, a lato della rievocazione vera e propria affidata come detto pocanzi a Rav Bonfil per la parte filantropica ed al Professor Sergio Minerbi per la parte diplomatica, ci furono tutta una serie di interventi che facevano da contorno al quadro .

Mi limiterei a due che, facendo parte del programma di Haksharà, vale adire di preparazione all’ immigrazione verso la Palestina, mi hanno particolarmente colpito e che dimostrano quanto una stessa situazione possa essere affrontata in due maniere del tutto opposte: Il campo profughi di Grugliasco, e la scuola di pesca di Fano.

Nel primo caso le Autorità Italiane unitamente agli enti che gestivano il flusso dei profughi, trasformarono un ospedale Psichiatrico a Grugliasco in Piemonte in un locale di transito accogliendo quei miseri sopravissuti dei campi, in particolare una giovane coppia i Rubinfield, che dopo un matrimonio sommario diedero alla luce un pargoletto che le Autorità italiane in virtù di un regolamento dell’appena trascorso ventennio, si ostinavano a non voler registrare il piccolo coi nomi biblici imposti dai genitori al momento del Brìt Milà. Finalmente si optò per Roberto, ma i genitori lo chiamarono sempre Eli. Insufficienze alimentari e piccole vessazioni erano all’ ordine del giorno fino quando il campo venne smantellato, i locali puliti re imbiacati e cancellata ogni traccia dei fastidiosi occupanti, ri adibito alla ben più prestigiosa funzione manicomiale…

Di tutt’altro genere l’ accoglienza che la poverissima cittadina di Fano nelle Marche riservò ad un gruppo di superstiti che vi arrivò dopo una marcia estenuante all’ uscita dai campi.
Questi per la durata di tre anni furono ospitati nella scuola di pesca, istruiti in quella tecnica, aiutati nel comprare e costruire un peschereccio, dato loro una mano a dirittura a trasportarlo in Israele ed iniziarli quindi alla loro la nuova attività.

Al dire di chi partecipò a quell’ impresa, quelli furono i tre anni più belli della loro vita, piccola parentesi fra un passato di inferno e un incerto futuro di lotta.

Maurizio Mosseri

Al Museo di Storia Contemporanea di Milano, in via Sant’Andrea 6, è aperta fino all’8 aprile la mostra «In cammino verso la Terra d’ Israele: la sosta in Italia dei sopravvissuti».

Mosaico ha chiesto alla professoressa Anna Maria Finoli, presidente dell’Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme e organizzatrice della mostra, di spiegare i motivi dell’iniziativa.

Come è nata l’idea di questa mostra?

La mostra è nata come approfondimento e arricchimento dei temi trattati nel convegno di studi “Per ricostruire e ricostruirsi: Astorre Mayer e la rinascita ebraica tra Italia e Israele”, Determinante è stata poi la scoperta di alcuni archivi fotografici inediti in Italia e negli Stati Uniti.

E come è nata l’idea del convegno?

Abbiamo iniziato a lavorare al convegno un anno fa in occasione del centenario della nascita di Astorre Mayer.

Quali documenti sono stati raccolti?

Oltre alle foto esposte nella mostra – note o inedite – al convegno sono stati anche presentati documenti finora sconosciuti, ad esempio quelli emersi dalla recente apertura degli archivi del Ministero degli esteri israeliano dai quali risalta l’importanza del ruolo di Astorre Mayer per l’evoluzione dei rapporti ancora non ufficiali fra il Vaticano e lo Stato d’Israele nei suoi primi anni.

Cosa è emerso di nuovo sulla figura di Mayer?

A parte le scoperte di cui sopra, nuova luce è stata fatta su varie iniziative filantropiche di Astorre Mayer finora poco note, sia nell’ambito della Comunità sia nell’ambito milanese e lombardo.

Perché il museo ha deciso di dedicare tanta importanza alla storia locale degli ebrei?

Il fatto che il Museo di storia contemporanea di Milano abbia accolto con favore queste nostre iniziative rientra in una sua consolidata tradizione, come attestano altre precedenti manifestazioni, ad esempio il recente seminario per insegnanti “Cultura italiana e Israele”, la mostra sul Sionismo del 1997 e il convegno di vent’anni fa sul tema “Gli ebrei, l’Italia e Israele”.

L’analisi della storia degli ebrei italiani si presta a comprendere meglio la società locale o anche italiana di quegli anni?

In ogni epoca la storia degli ebrei italiani risulta utile per capire meglio la società italiana, con le sue luci e le sue ombre. Anche il materiale che noi abbiamo raccolto in questa occasione dà un contributo in questo senso, tanto è vero che gli storici che hanno avuto modo di vedere la mostra il giorno del convegno hanno già manifestato l’intenzione di farne la base per ulteriori, molteplici ricerche.

Che tipo di pubblico vi attendete? Avete già registrato reazioni interessanti da parte del pubblico?

Nella scelta dei materiali e dei testi abbiamo tenuto presenti i vari tipi di interesse, da quello degli studiosi a quello dei giovani a quello dei testimoni di quell’epoca. E poi sappiamo che il pubblico milanese riserva spesso delle piacevoli sorprese. Soprattutto ci piacerebbe che la mostra sollecitasse qualche visitatore a segnalare altro materiale inedito, nuove testimonianze, documenti, fotografie e altri ancora.

Questa, invece, la testimonianza di Sylvia Sabbadini, curatrice della manifestazione.

“Il convegno è nato in ocasione del trentesimo anniversario dalla morte di Astorre Mayer.
L’idea della mostra è nata dopo aver cominciato ad organizzare il convegno, in quanto nel contattare i relatori sono emersi dei contatti con persone e associazioni disposte a fornire materiale fotografico relativo alla permanenza in Italia dei sopravvissuti ai lagher. Nel caso di Cremona,Adriatica e Scuola Cadorna (Milano), Bari, Barletta,Grugliasco, abbiamo ricevuto il materiale tramite la ricercatrice Federica Francesconi che è da qualche mese negli USA, dalla YIVO che ci ha inviato più di 100 fotografie su queste località. Per quanto riguarda Fano, la ricercatrice Stefania Pirani ha svolto una ricerca dettagliata intervistando le persone che hanno vissuto in questa hachksharà e ha raccolto numerose fotografie dai privati stessi. Per la Puglia abbiamo ricevuto una mostra sulla vita dei profughi a Santa Maria al Bagno, Nardò dal 1944 al 1947 curata da Paolo Pisacane che ha aiutato personalmente quste persone, fondando l’associazione pro murales ebraici (abbiamo un opuscolo di spiegazione su questa mostra). Ci è stato inviato da Vincenzo Selleri, un bellissimo filmato con le interviste fatte ultimamente ad alcuni profughi di S.M. al Bagno,che raccontano come trascorsero gli anni più belli della loro vita in questa località di mare che per loro, dopo esssere usciti dai lagher, sembrava il paradiso terrestre.
Per La Spezia, la “Porta di Sion”, abbiamo ricevuto la mostra dal Comune di La Spezia, (questa mostra è stata al museo della Marina di Haifa nel febbraio del 2006).
Il CDEC ci ha fornito alcune foto su via Unione e l’oratorio Beth Shlomò Sheerit Aplità ci ha dato le foto su Ferramonti.Il tutto è stato organizzato in brevissimi tempi (meno di due mesi) visto che non era prevista una mostra bensì un convegno.
L’associazione Amici Università di Gerusalemme ha fatto numerosi convegni in questo museo che ha quindi accolto con piacere l’idea di fare questo convegno .
Al convegno sono venute più di 150 persone” .

L’esposizione, che offre una panoramica di grande interesse, per conoscere la realtà della «rinascita ebraica» negli anni fra il 1944-’45 e il ’48. La mostra è dedicata alla memoria di Astorre Mayer che, accanto a personalità come Ada Sereni e Yehuda Arazi, condivise i rischi e partecipò attivamente e generosamente alle fatiche della Aliyah Bet (immigrazione clandestina): un’opera, tanto appartata e schiva, rimasta tuttora pressoché ignota alla ricerca degli storici. Come il Convegno da cui ha preso le mosse, vuole essere un contributo al lavoro di recupero della memoria e di ricerca documentaria su un’epoca e su una vicenda – la tappa italiana del processo di rinascita ebraica dopo la Shoà – che merita di essere approfondita grazie a ulteriori, auspicati apporti.
Finita la seconda guerra mondiale, per i superstiti della Shoà si poneva il problema di dove andare dopo che l’Europa li aveva così barbaramente trattati: persone che negli anni dello sterminio nazista avevano perso tutto, spesso anche i loro cari, videro l’unica concreta possibilità di ricostruirsi una nuova vita nell’immigrazione verso l’antica terra dei padri (in ebraico: aliyah, letteralmente ascesa) dove, rivitalizzando una secolare presenza, il movimento sionista aveva già ricreato una moderna e vitale società ebraica.
Crollato il nazifascismo, le potenze vincitrici non avevano né tempo né voglia di occuparsi degli ebrei strappati ai loro luoghi d’origine e tragicamente sparsi nei campi d’Europa come displaced persons. Nessun paese apriva loro le porte, nemmeno per farli transitare verso i punti d’imbarco. Di più, la Gran Bretagna – che allora governava Eretz Israel (la Terra d’Israele) su Mandato della comunità internazionale – sin dal 1939 aveva decretato una chiusura quasi totale all’immigrazione degli ebrei, impegnando uomini e mezzi per fermare ogni tentativo di aggirare il blocco.
Sia in Terra d’Israele sia in Europa, agli ebrei non restò che organizzare una capillare e continua rete di soccorso, ai limiti della clandestinità. L’Italia, con le sue caratteristiche geografiche e le sue tradizioni di solidarietà umana, era naturalmente destinata a fare da ponte tra l’Europa, a cui gli scampati dalla strage volgevano le spalle, ed Eretz Israel che li attendeva.

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