Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Capite adesso cosa significa poter alzare gli occhi e guardare quante persone lasciano case confortevoli per stare in spazi limitati e precari, ma pieni di luce. È questo il senso di Sukkot: uscire, per qualche giorno, dalla sicurezza di ciò che abbiamo costruito e scoprire che si può essere felici anche dentro ciò che è fragile e temporaneo perché sappiamo che la luce che viene dal cuore è quella di chi sa di aver scelto una vita di gioia.
Ogni giorno cammino molto per le strade di Jerushalaim. Attraverso quartieri, vicoli, vie, e ogni volta riesco a stupirmi per qualcosa di bello che lo sguardo non può fare a meno di incontrare.
Queste giornate prima di Sukkot sono un dono per l’anima di ogni ebreo. La città esplode di colori e di odori: i colori delle tante Sukkot, diverse per forme, rivestimenti e dimensioni, e gli odori delle centinaia di bancarelle che offrono una varietà quasi impensabile di lulavim.
Se cammini, ti stupisci di quante famiglie e di quanti luoghi pubblici non rinuncino alle loro mitzvot. Sukkot modeste o sfarzose, lulavim costosi o più a buon mercato: tutti fanno quello che possono. E la gioia ti contagia senza che nemmeno te ne accorga.
Il Talmud dice: “Chi non ha visto la gioia del Simchat Beit HaShoevah, non ha mai visto gioia in vita sua.” (Talmud Bavli, Sukkah 51a)
Forse basta camminare oggi per le strade di Jerushalaim per capire almeno un po’ cosa volessero dire queste parole.
A volte penso a quanto siamo fortunati. Perché quante persone possono dire di avere tutto questo?!
Oggi è quasi Shabbat e quasi Sukkot.
Ci siederemo alle tante tavole, faremo quello che ci è stato insegnato e tramandato. In qualsiasi posto ci troveremo, sarà Shabbat e sarà Sukkot per tutti. E in qualche modo questo ci connetterà virtualmente.
Il Talmud ci insegna: “Esci dalla tua dimora permanente e siedi in una dimora temporanea.”
צֵא מִדִּירַת קֶבַע וְשֵׁב בְּדִירַת עֲרַאי Talmud Bavli) Sukkah 2a)
E infatti, per questi sette giorni, la Sukkà diventa la nostra dimora principale e la casa, quella stabile e confortevole, diventa quasi la dimora provvisoria. (Talmud Bavli, Sukkah 28b)
Capite adesso cosa significa poter alzare gli occhi e guardare quante persone lasciano case confortevoli per stare in spazi limitati e precari, ma pieni di luce. È questo il senso di Sukkot: uscire, per qualche giorno, dalla sicurezza di ciò che abbiamo costruito e scoprire che si può essere felici anche dentro ciò che è fragile e temporaneo perché sappiamo che la luce che viene dal cuore è quella di chi sa di aver scelto una vita di gioia.
E così, ovunque saremo, in qualsiasi tavola ci siederemo, saremo tutti un po’ qui. A Jerushalaim. Sotto un’unica, grande Sukkà!



