La morte dei due sacerdoti figli di Aharon

Parashat Sheminì. L’insegnamento: osservare i limiti per vivere correttamente

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Nella parasha di Sheminí leggiamo la storia di Nadav e Avihu, i due figli maggiori di Aharon che morirono il giorno in cui venne inaugurato il Mishkan, è una delle più tragiche della Torah. Ha trasformato un giorno che avrebbe dovuto essere una celebrazione nazionale in uno di profondo dolore e tristezza. Il dolore di Aharon era così grande che non riuscí a parlare. Un senso di lutto cadde sull’accampamento e sulla gente.

Ma cosa hanno fatto di sbagliato Nadav e Avihu? Ci sono molte spiegazioni date dai saggi. Alcuni dicono che volevano guidare il popolo e stavano aspettando con impazienza la morte di Moshe e Aharon. Altri commentano che il loro peccato fu che non si erano mai sposati perché pensavano che nessuna donna fosse abbastanza buona per loro. Altri pensano che il loro peccato fosse quello di essersi ubriacati. Altri ipotizzano che non avevano chiesto una spiegazione su cosa avrebbero dovuto fare e cosa non erano autorizzati a fare in quel giorno. Ancora un’altra spiegazione afferma che erano entrati nel Santo dei Santi, dove solo il Sommo Sacerdote poteva andare.

La risposta più semplice, tuttavia, è in realtà quella trovata nella descrizione della storia della Torah. Offrono “uno strano fuoco che non è stato comandato”. Perché avrebbero dovuto fare una cosa del genere? E perché è stato un errore così grave?
È probabile che in questo momento di grandi festeggiamenti siano stati portati via dall’umore del momento. Hanno agito in una specie di estasi (da tale gioia e passione così profonde, forse hanno perso il controllo). Furono catturati dalla pura eccitazione per l’apertura della prima casa di culto collettiva nella storia dei figli di Abramo. Il loro comportamento era spontaneo. Volevano fare qualcosa in più, senza alcun permesso, per esprimere il loro fervore religioso. Ma sono andati troppo lontano. Avrebbero dovuto seguire le istruzioni fornitegli.

Cosa ha reso Nadav e Avihu meritevoli di una punizione così severa? I sacerdoti abitano in un mondo senza tempo, antichissimo, in cui non cambia nulla di significativo. I sacrifici giornalieri, settimanali e annuali erano sempre gli stessi. Ogni elemento del servizio del Mishkan era vincolato. I verbi chiave per il Kohen era “lehavdil” per distinguere e “lehorot” per insegnare. I Kohanim fecero delle distinzioni e insegnarono alla gente a fare altrettanto.
La vocazione sacerdotale era di ricordare alla gente che ci sono dei limiti. C’è un ordine nell’universo e dobbiamo rispettarlo. La spontaneità non ha posto nella vita del Sacerdote o nel servizio del Santuario. Questo è ciò che Nadav e Avihu non hanno onorato. Potrebbe sembrare una trasgressione minore, ma in realtà era una negazione di tutto ciò che il Mishkan e il Sacerdozio rappresentavano.

Ci sono dei limiti, quello era il ruolo del Kohen da osservare e far osservare, ed è il ruolo continuo dell’halachah. Entrambi sono espressioni di limiti: regole, leggi e distinzioni. Senza limiti, le civiltà possono essere tanto emozionanti e di breve durata quanto i fuochi d’artificio. Per sopravvivere hanno bisogno di trovare un modo per contenere l’energia in modo che duri e non diminuisca. Quello era il ruolo del sacerdote e ciò che Nadav e Avihu hanno tradito, introducendo spontaneità, non apparteneva a quella condizione.

Credo che dobbiamo recuperare il senso dei limiti perché, nella nostra ricerca incontrollata di ricchezza sempre maggiore, stiamo mettendo in pericolo il futuro del pianeta e tradendo la nostra responsabilità verso le generazioni che ancora non sono nate. Ci sono cose che non dovremmo mangiare e fuoco che non dovremmo portare.

Di Rabbi Jonathan Sacks

(Immagine: I due sacerdoti vengono distrutti, acquerello di James Tissot, 1896–1902 ca.)

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