L’inchiostro e il silenzio: gli editori ebrei sotto il Fascismo

Kesher

di Lia Mara
Il destino delle case editrici ebraiche colpite dalle leggi razziali del 1938 raccontato lungo un viaggio tra storia e memoria, attraverso la dignità di chi non smise di pubblicare. Queste le linee che hanno tratteggiato l’incontro del 18 gennaio 2026, intitolato “Quale senso e quali storie. Editori ebrei durante il fascismo”, svolto nella sinagoga di Via Guastalla a cura di Anna Ferrando, Gian Arturo Ferrari, Andrea Jacchia e moderato da Fiona Diwan, che ha riacceso le luci sulle storie di resistenza intellettuale e sulle tragiche sorti di chi aveva fatto dell’editoria la propria missione di vita.

 

Il destino delle case editrici ebraiche colpite dalle leggi razziali del 1938 raccontato lungo un viaggio tra storia e memoria, attraverso la dignità di chi non smise di pubblicare. Queste le linee che hanno tratteggiato l’incontro del 18 gennaio 2026, intitolato “Quale senso e quali storie. Editori ebrei durante il fascismo”, svolto nella sinagoga di Via Guastalla a cura di Anna Ferrando, Gian Arturo Ferrari, Andrea Jacchia e moderato da Fiona Diwan, che ha riacceso le luci sulle storie di resistenza intellettuale e sulle tragiche sorti di chi aveva fatto dell’editoria la propria missione di vita.

Il censimento del pensiero: la mannaia del 1938

L’entrata in vigore delle leggi razziali nel 1938 non rappresentò solo un trauma civile e umano per la popolazione ebraica italiana, ma segnò l’inizio di una metodica e violenta operazione di chirurgia culturale. Nel panorama intellettuale dell’epoca l’editoria non era un settore qualunque, ma era il settore in cui l’integrazione e il contributo ebraico alla costruzione dell’identità nazionale italiana avevano raggiunto l’apice. Analizzare ciò che accadde alle case editrici ebraiche durante il Ventennio significa osservare da vicino il meccanismo con cui un regime tenta di riscrivere la tradizione culturale di una nazione, estirpandone alcune radici fra le più fertili e cosmopolite.

Dall’Unità d’Italia in poi, gli editori ebrei avevano infatti giocato un ruolo di primo piano nella modernizzazione del Paese. Case editrici fondate dagli imprenditori Treves, Bemporad, Formiggini, Olschki, Loescher, Belforte e Lattes non furono solo imprese economiche, ma motori di innovazione che contribuirono introdurre in Italia la grande letteratura straniera, a dare spazio alla nascente saggistica scientifica e psicologica, nonché a curare l’editoria scolastica che avrebbe formato generazioni di italiani.

Per contro, la politica del Ministero della Cultura Popolare si mosse su un doppio binario: l’annientamento economico e la cancellazione simbolica. La “bonifica libraria” non colpì solo gli autori, ma l’intero processo di produzione del libro: se un editore era ebreo, il libro stesso era considerato “infetto” indipendentemente dal suo contenuto. Questo portò a una distorsione della realtà editoriale senza precedenti, dove opere classiche o testi tecnici sparirono improvvisamente dalla circolazione o vennero ripubblicati sotto nomi fittizi.

Un aspetto meno noto ma altrettanto devastante fu la distruzione sistematica dei cataloghi. Non si trattava solo di non pubblicare più libri nuovi, ma di eliminare quelli già esistenti nei magazzini e nelle biblioteche. Gli elenchi di “autori non graditi” venivano aggiornati continuamente, costringendo i librai a distruggere migliaia di volumi.

La spoliazione economica e il fenomeno dell’arianizzazione

Il processo di espropriazione delle case editrici ebraiche fu un’operazione complessa, articolata fra ideologia, espropriazione e privazione. Le leggi del 1938 imposero limitazioni drastiche alla proprietà di aziende di proprietà di ebrei, costringendo molti editori a svendere le proprie quote o a ricorrere a prestanome “ariani”. Il caso della Bemporad di Firenze è emblematico di questa transizione forzata. Da colosso dell’editoria scolastica e per ragazzi, l’azienda fu trasformata nella “Marzocco”, passando sotto il controllo di commissari governativi e perdendo la propria anima originaria. Così, molti editori videro le proprie creature commerciali passare nelle mani di imprenditori o speculatori vicini al regime. Ma la spoliazione non fu solo un trasferimento di capitali, piuttosto un atto di umiliazione volto a dimostrare che l’ebreo non poteva più essere “maestro” o “divulgatore” per il popolo italiano.

La protesta estrema di Angelo Fortunato Formiggini

Angelo Fortunato Formiggini di Modena non era solo un editore, bensì un intellettuale convinto che il libro potesse elevare l’uomo attraverso il sapere, lo spirito critico e l’ironia. La sua collana “Classici del Ridere” voleva essere un inno alla libertà di pensiero. Quando comprese che le leggi razziali avrebbero annientato non solo la sua attività, ma la sua dignità di cittadino e di uomo di cultura, scelse il suicidio pubblico. Il suo lancio nel vuoto dalla Torre Ghirlandina fu un messaggio di denuncia contro un regime che discriminava chi aveva contribuito a fare grande l’Italia e un atto di resistenza intellettuale ante litteram. Formiggini aveva compreso che la censura libraria era il preludio alla cancellazione in toto.

La “doppia identità” degli editori ebrei

Un contenuto centrale della riflessione storica su quegli anni riguarda la percezione di sé di questi editori. Molti di loro erano profondamente laici, patrioti e totalmente integrati nella società italiana, alcuni erano persino stati inizialmente vicini al fascismo nella sua fase embrionale o nazionalista. Per loro, la sorpresa e il dolore di venire traditi dalla propria patria fu una dura costante. Le case editrici ebraiche non promuovevano una “cultura ebraica” in senso stretto, ma una cultura universale fatta da ebrei italiani. Il regime, invece, impose loro un’identità “razziale” che molti di loro non sentivano come primaria rispetto alla propria identità di editori e cittadini italiani. Questa imposizione costrinse molti a riscoprire una solidarietà comunitaria, ma anche a sviluppare una sorta di resistenza intellettuale e civile o a cercare rifugio nell’esilio, come il gruppo di intellettuali ebrei riparatisi in Svizzera e in seguito coinvolti nella genesi della Adelphi.

Strategie di sopravvivenza e “lavoro sommerso”

Alcune realtà editoriali riuscirono ad andare avanti in una sorta di semiclandestinità o attraverso complesse manovre burocratiche, anche se il prezzo da pagare fu il silenzio. Molti intellettuali ebrei continuarono a collaborare con le case editrici “arianizzate” come traduttori o revisori anonimi, lavorando nell’ombra per necessità di sussistenza e per non interrompere del tutto il legame con il mondo del libro.

Questa “editoria sommersa” racconta di un’Italia divisa, dove il regime dettava le regole formali, ma la necessità di competenze tecniche e culturali costringeva a utilizzare ancora, seppur illegalmente e sotto falso nome, alcune delle menti che si volevano ufficialmente bandire. È un capitolo di storia che rivela le contraddizioni interne del fascismo e la resilienza di una classe intellettuale che, pur privata dei propri diritti fondamentali, cercava di preservare i fili di un discorso culturale tanto profondamente intessuto e radicato nella società italiana. Se è vero che il regime riuscì a sequestrare le rotative e a silenziare i nomi, non poté estirpare quell’eredità di pensiero critico e di azione sociale.