Yuval Avital conclude Jewish in the city #150 con musica e immigrazione

di Roberto Zadik

Yuval AvitalLe angosce dei migranti, la loro sofferenza sono sotto gli occhi di tutti nelle cronache dei mass media; ma nessuno aveva pensato di riprodurre in musica la loro disperazione e il senso di precarietà e di incertezza che deriva dalla loro difficile condizione. Prendendo spunto da questa tematica delicata e attuale, il compositore israeliano Yuval Avital, col suo “Silent Quartet”,  ha eseguito la performance “Il canto il gesto lo sguardo”, un mix di suoni e video che ha concluso, martedì 31 maggio sul palco dell’Anteo Spazio Cinema, il festival Jewish in the city #150. Un’esibizione dalle tematiche impegnate,  dalle atmosfere dense e dolorose con i volti di nove migranti che campeggiano sullo schermo, orchestrati dalle note di brani dolenti come Look at me, Into myself o Childhood.

A luci spente il pubblico ha assistito a una performance di quasi due ore, suddivisa in cinque parti scandite ogni volta, sullo schermo, da titoli brevi su sfondo nero. Sguardi,  sussurri, pianti e di silenzi  dei nove protagonisti, seguiti da un crescendo di note, virtuosismi inaspettati e momenti di cupezza o di tensione improvvisa. Notevoli  brani  come My hope e My Mother che ha concluso la suite. Uno spettacolo senza dubbio originale, al quale sono seguite brevi dichiarazioni conclusive del vice assessore alla Cultura della Comunità, Gadi Schoenheit, e del compositore Yuval Avital.

Soddisfatto del risultato dell’iniziativa, Gadi Schoenheit ha sottolineato la «straordinaria risposta di questa città alla terza iniziativa di questo Festival –  affermando che – per costruire la propria identità è necessario coltivare relazioni col mondo esterno e mettersi a confronto con esso. Non è un momento sereno per la Comunità e il mondo ebraico e penso a quei bambini che entrando in Sinagoga o a scuola vedono la polizia e i militari fuori da questi edifici. Questo non accade in nessuna scuola o luogo di culto cristiani o di altre religioni, ma succede quotidianamente fuori dagli edifici ebraici». In merito alla manifestazione, Schoenheit ha specificato come questo Festival sia stato una sfida: «abbiamo fatto tutto di corsa e se ce l’abbiamo fatta è stato grazie a una grandissima squadra formata da Rav Della Rocca, Cristiana Colli, Dalia e Giuliana Habib e Daniela Haggiag. Ho imparato tante cose su Milano e gli ebrei che prima non sapevo e ho scoperto le vicende dell’Umanitaria, dell’Asilo Mariuccia, fondate da ebrei, dell’Università Bocconi che ha avuto come rettori personaggi importanti come Del Vecchio e Angelo Sraffa».

Subito dopo è intervenuto anche Yuval Avital che ha sottolineato come  questa fosse la prima volta che lui e i suoi musicisti collaborassero con la Comunità ebraica. «Volevamo fare qualcosa di diverso, che andasse oltre la musica klezmer o l’Olocausto – ha detto il musicista e compositore 39enne. – Sono molto felice e onorato di aver concluso questo Festival col mio Quartetto. Questo spettacolo tratta del rapporto fra noi e gli altri; spesso trattiamo gli altri e i diversi come un qualcosa di estraneo a noi. Ma dobbiamo ‘sentire’ di più il prossimo, metterci nella sua condizione», ha concluso il compositore.

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