Memoriale della Shoah, l’idea di un progetto e la “memoria come progetto”

di Ilaria Ester Ramazzotti

momoriale

 

“Abbiamo affrontato il problema della dimenticanza. Questo sarebbe potuto essere un luogo di rimozione. Noi abbiamo immaginato un sistema di architetture che riuscisse a narrare una storia”. Una storia tale da essere inenarrabile. “È stata dura confrontarsi con questa storia, sentire che qui emergeva qualcosa dal buio”, svela Guido Morpurgo, architetto del gruppo dei progettisti del Memoriale della Shoah di piazza Safra a Milano. Lo abbiamo ascoltato in occasione dell’incontro pubblico dedicato alla presentazione del progetto del Memoriale svoltosi nell’ambito delle iniziative del festival Jewish in the City #150.

“Un esempio di come la memoria possa diventare un progetto e uno spazio pubblico che parla di memorie alle future generazioni” ha introdotto Cristiana Colli, che con rav Roberto Della Rocca fa parte della direzione scientifica, culturale e organizzativa dell’edizione 2016 del festiva di cultura ebraica che ha coinvolto la città in un calendario di eventi e appuntamenti. “Questo luogo ci dice che l’Italia ha partecipato alla Shoah, alla macchina tecnica della deportazione”, ha sottolineato Guido Morpurgo, e questa “idea coinvolgere la città nel processo di riattivazione della memoria”.

“Ma il memoriale non bastava, bisognava costruire un laboratorio”. E poi, più nel dettaglio, l’atrio del memoriale, dominato dal muro con la scritta ‘indifferenza’, simbolicamente lacerato al centro, l’osservatorio affacciato sull’area dei binari e la sala delle testimonianza, che offre una visuale sulla banchina dove avvenivano le deportazioni, il binario dalla destinazione ignota. E ancora il muro dove si leggono i nomi di tutti i deportati dalla stazione centrale di Milano, alla volta dei campi di sterminio. Fino ad arrivare alla sala di riflessione e all’osservatorio, un tunnel che segna “lo spostamento traumatico dalla vita normale della città a un luogo che non comprensibile, verso quei vagoni”, ha spiegato Morpurgo illustrando la genesi e lo svolgersi del progetto, del quale manca ancora la realizzazione della biblioteca.

“Il progetto ha cercato di interrogare il luogo”, per ridare vita a uno spazio attivo e di testimonianza, non a un museo, compiendo “una sorta di scavo archeologico in un grande luogo pieno di presenza per cercare di trovare legare le varie parti della struttura e della narrazione”. Parti e spazi “che fanno vedere qualcosa che non si capisce, miraggi di qualcosa di cui non si comprende il senso, ma che ci vede protagonisti, anche se a testa in giù” poiché “le strutture non mentono, ma raccontano la loro storia, gli elementi che veicolano la violenza di cui il posto è stato testimone, come le lettere di una scrittura”. Si riafferma mediate l’architettura “un principio di responsabilità, che ha reso questo luogo ancora presente nella geografia della Shoah – ha evidenziato l’architetto – che concentra il visitatore sul senso della memoria etica e narrata”.

Esperienze e architetture della memoria

L’incontro pomeridiano è proseguito con una conferenza dell’architetto Luca Zevi, incentrata su una serie storica di progetti architettonici dedicati alla memoria, tesa fra rimozione ed elaborazione. “Dal Dopoguerra assistiamo a un momento di rimozione, poi negli anni Cinquanta e Sessanta inizia un percorso di memoria letteraria, capace solamente di nominare la Shoah, ma non di rielaborala – sottolinea – e nascono monumenti come quello alle Fosse Ardeatine a Roma”.

“Diversamente, in Israele, alla metà degli anni Cinquanta nasce lo Yad Vashem di Gerusalemme”, ma ancora non è possibile una rielaborazione della memoria” e il progetto espone “una serie di grida” e “l’opera straordinaria, la Sala dei bambini”. Dagli anni Sessanta che comincia a guardare alla Shoah più ‘da dentro’. “A Carpi nasce il museo e monumento alla deportazione, con frasi di Primo Levi e Guttuso, un racconto più memorialistico che museale, dove si introduce il tema dei nomi”. Inoltre, il museo e monumento di San Sabba, che conserva i resti del campo, dà “forte potenziamento agli spazi e capacità evocativa”.

“A partire dagli anni Ottanta la memoria emerge e riemerge, si ascoltano i testimoni, e dopo anni di rimozione la Shoah vene vista nella sua specificità, così nascono le istituzioni che la raccontano”. Ne sono esempio il museo della Shoah di Washington e il museo di storia ebraica di Berlino. “Il percorso di riproposizione in chiave letteraria della Shoah esplode nel memoriale di Berlino degli anni Ottanta, una sorta di cimitero non reale che occupa il centro della città, con carattere punitivo che non si sposa col progetto di memoria che invoglia a vivere in un modo diverso da quello che ha prodotto la Shoah”. “Negli anni Novanta inizia invece un percorso verso una memoria che diventa strumento attivo di lotta per una società diversa, la si rielabora, e nasce il museo delle intolleranze e degli stermini di Roma”, ma anche il memoriale della sinagoga sulla Lindenstasse Berlino, luogo di riflessione più che di ‘spettacolarizzazione’, come ancora il memoriale ai caduti del bombardamento di san Lorenzo del 43 a Roma. “Bello anche il museo Yad Layeled sito nel Kibbutz lochamei Hagetaot, che racconta la Shoah ai bambini”.

Nel 2003 viene finalmente inaugurato nello Yad Vashem a Gerusalemme il museo della Shoah, un “passaggio importante dove la memoria, da grido di dolore, trova la dimensione del racconto storico, che testimonia l’avercela fatta e l’aver costruito lo stato nazionale, Israele”. Su questa linea, il futuro museo della Shoah di Roma esprimerà altresì un punto di vista di dimensione europea sulla Shoah, con i nomi delle vittime, dialettica fra luce e buio e l’eliminazione delle barriere architettoniche per un percorso che non trovi ostacoli.

“Anche il memoriale della Shoah a Milano evita la dimensione museale, per riconoscere la specificità della Shoah”, ha concluso Luca Zevi citando anche le pietre d’inciampo, “memoria diffusa in maniera sottile, discreta e non retorica, ma efficace, nelle città. Memoria capace di costruire la società”.

 

 

 

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