Festival / Memorie sullo Shabbat

Lo shabbat in una famiglia ebraica fiorentina d’inizio Novecento: è quello che, attraverso i ricordi, ripercorre nelle sue memorie il rabbino Alfonso Pacifici alla metà degli anni ’50.
Allievo del rabbino Samuel Hirsch Margulies, Pacifici nel 1915 fondò (insieme a Dante Lattes) la rivista “Israel”, e dieci anni dopo, la “Rassegna Mensile di Israel”. Sionista, elaborò nel 1912 l’idea dell’ “ebraismo integrale”, le cui tesi espose in un volumetto dal titolo “Israele l’Unico – Ricerca di una definizione integrale dell’Ebraismo”.

Il brano che segue è tratto da: Alfonso Pacifici, “Israel Segullà. La nostra sintesi programma”, vol. I, Gerusalemme, 1955, pp. 58-60.

“Per quel che l’ambiente ebraico-italiano di allora poteva offrire, io nacqui in una situazione di relativo possesso di tradizione ebraica. Era tutto in pericolo, questo è vero […], ma parlare di me come di un figlio dell’assimilazione, di un ritornante o simili espressioni, è non solo un’inesattezza storica ma anche un’ingiustizia verso i miei antecessori – genitori, nonni, e generazioni precedenti – per virtù dei quali io nacqui e crebbi con un “possesso ebraico” che, ripeto, in confronto alla generale povertà dell’ambiente ebraico di allora – e ancor più, di ora – in Italia, deve considerarsi ricco. […]

Dunque sta di fatto che io mi trovai ad essere fra i pochissimi giovani della mia generazione , in Italia, ai quali la tradizione familiare dello shabbat, per esempio, era arrivata senza interruzione, E’ vero che era uno shabbat fatto più di lo ta’asé che di ‘asé; è vero che non vidi mai un ner shabbat acceso ( e nemmeno, credo, spento…) fino all’età di ventidue anni, quando lo vidi per la prima volta a Verona in casa del rabbino della città, di cui fui ospite per una sera, che rimase indimenticabile nella mia vita. In quell’occasione assaggiai anche per la prima volta il sapore della challà, di cui sono molto incerto se prima di allora avessi mai nemmeno sentito nominare l’esistenza.

E’ vero che il kiddush e la havdalà, come mio padre, di buona memoria, li faceva erano ridotti ai minimi termini, sia per la quantità di vino, poche goccie di vino kasher, inacetito […] in fondo al bicchiere, un bicchiere qualunque senza nessuna distinzione speciale; le parole della formula non cantate ma dette, rapidamente e a bassissima voce, perchè le serve non ebree non sentissero […]. E’ vero dunque che questo avanza di shabbat che io conobbi in casa mia da bimbo era una povera cosa, senza ‘òneg, […] e tuttavia lo shabbat c’era, se non altro ripeto come lo ta’asé. Mio padre non lavorava, mia madre, beninteso, anche no; non si toccava fuoco, non si accendevano o spegnevano lumi […], darei per certo che non si cucinava, certo tutto doveva essere cucinato dal venerdì e riscaldato poi di shabbat dalle persone di servizio non ebree […]. Non si scriveva; mio padre, non so se anche mia madre, non aveva mai scritto di shabbat; io non scrissi mai a scuola, di shabbat e di mo’èd, salvo verso la fine del liceo quando capitarono alcuni esami trimestrali di mo’èd e, non so veramente perchè, si ebbe la debolezza di trasgredirlo, ma, mi ricordo benissimo con mio grande dispiacere, e forse senso di vergogna.”

Alfonso Pacifici (Firenze 1889- Gerusalemme 1981), ottenne il titolo di “Maskil” al Collegio Rabbinico Italiano di Firenze tra il 1915 e il 1916. Durante la Prima guerra mondiale fu rabbino militare. Emigrò in Eretz Israel nel 1934, dove rimase per il resto della vita.

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