Vittorio Bendaud e Ugo Volli “Discutere in nome del cielo”. Una serata all’insegna del dialogo interreligioso come sfida e risorsa.

di Roberto Zadik

Una serata all’insegna del dialogo interreligioso come sfida e risorsa. Presentazione del libro “Discutere in nome del cielo” di Vittorio Robiati Bendaud e Ugo Volli alla Sinagoga Centrale di via Guastalla 

Il dialogo interreligioso e la sua complessa storia, la sua evoluzione e i rapporti fra i tre grandi monoteismi, ma anche le difficoltà del presente, quello che è stato fatto e quel tanto che c’è ancora  da fare. Questi sono stati alcuni degli argomenti che hanno guidato la presentazione dell’ultimo libro di Vittorio Robiati Bendaud e Ugo Volli Discutere in nome del cielo (Guerini e Associati editore, 20 euro) introdotta dall’assessore alla Cultura della Comunità ebraica milanese Gadi Schoenheit e condotta dal giornalista e saggista Giuseppe Altamore. In apertura di incontro l’assessore Schoenheit ha rievocato, ispirandosi agli interventi di Rav Arbib vari esempi di dialogo nella Torah come quello fra Abramo e Dio nella vicenda di Sodoma e Gomorra e il “non dialogo fra Caino e Abele, una incomunicabilità che porta alla violenza”. Prendendo spunto dal libro, egli ha ricordato come il dialogo serva ad appianare le diversità e che “nella  religione ebraica non si impone nulla ma si dialoga”.

Successivamente Altamore ha presentato i vari relatori da Maryan Ismail guida spirituale islamica sufi, docente di antropologia dell’immigrazione e rappresentante della Comunità somala, a Don Lorenzo Maggioni  sacerdote e docente di teologia all’Università Cattolica, il Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib fino ai due autori del testo Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del tribunale rabbinico di Milano e impegnato nel dialogo interreligioso anche a livello internazionale, filosofo del pensiero ebraico, autore di diversi libri e Ugo Volli semiologo e filosofo del linguaggio, ha scritto per vari quotidiani e opere come “Lezioni di filosofia di comunicazione”. Molto colpito dal testo di Bendaud egli ha ricordato come sia “un libro più da studiare che da leggere che rappresenta una boccata d’ossigeno in un periodo dominato dalla dittatura dei social in cui il dialogo sta subendo una vera e propria involuzione”. Sintetizzando l’argomento del testo, egli ha sottolineato come nella prima parte Ugo Volli si soffermi su alcuni grandi dialoghi biblici, passando dalla filosofia greca fino ai filosofi ebrei mentre nella seconda parte Bendaud affronti le complessità del dialogo e dei suoi ostacoli esaminano quanto accaduto nei secoli fra ebraismo, cristianesimo e ebraismo “in 235 pagine molto dense da leggere con grande curiosità”.

Subito dopo Rav Arbib ha ricordato “che si tratta del primo evento dal vivo in Guastalla dall’inizio del Covid” definendo il testo “un libro notevole da studiare perché scritto da persone che hanno studiato e questo non è scontato”. Fra i temi, il Rav ha evidenziato, citando la prima parte di Volli,  il confronto fra dialogo nella cultura ebraica che diversamente da quello greco “non subisce verità ignote ma piuttosto esprime verità rivelate e perfette come la Legge Divina”. Citando il trattato di Baba Metzià del Talmud, egli ha ricordato la discussione fra due maestri come Rabbi Yochanan e Resh Lakish e la terribile conclusione della loro conversazione e l’importanza di un dialogo in cui “non serva avere ragione ma porre obiezioni perché attraverso questo si allarga la conoscenza.” “Il dialogo nella tradizione ebraica non è pacifico e discutere non è semplice” ha evidenziato “ma fa arrivare alla Verità, perché qualcuno afferma qualcosa di diverso da quello che sostengo” e la grandezza del Talmud “è che le idee di minoranza vengono studiate come quelle di maggioranza”.

Collegandosi al testo di Bendaud e al dialogo interreligioso ha detto “ non c’è ‘niente di pacifico quando si affronta questo argomento, non è possibile che le contrapposizioni fra le religioni spariscano e Vittorio cita autori come Maimonide, Nachmanide  e Rabbi Yehuda Ha Levi che hanno visioni particolari del cristianesimo e dell’Islam capaci nonostante tutto di trasmettere alcune idee fondamentali della Torah Scritta e Orale”. Riguardo alla situazione attuale Rav Arbib ha messo in luce “che  nonostante si siano fatti molti passi avanti nella contrapposizione verso l’ebraismo ma come dice Vittorio, la cartina tornasole per capire come sta andando dialogo è il rapporto con Israele”.

Fra gli interventi, Maryan Ismail ha ricordato che “ognuno di noi dice che la sua religione è la migliore, ma bisogna costruire una piattaforma che cerchi di ridurre le tensioni, lo scontro e quello che ci rende contrari e lo sforzo più grande deve farlo la mia religione”. Evidenziando l’importanza di “mettersi in discussione” e di superare una “lettura contemporanea alla nascita dell’Islam e molto sbagliata e arcaica, includendo le donne nella teologia islamica, attualizzando l’interpretazione del Corano alla società odierna”. Nel suo discorso la studiosa ha evidenziato l’importanza da parte dell’Islam “di riconoscere Israele separando i problemi politici dalla religione”. “Dobbiamo considerarci fratelli e sorelle anche nelle differenze” ha proseguito “perché siamo la religione più simile all’ebraismo, all’inizio si pregava verso Gerusalemme poi la scelta fu di cambiare verso la Mecca”.

Don Maggioni invece ha ricordato l’importanza dello studio della Bibbia “che è un testo dimenticato e non è più considerato un serbatoio di senso” e dell’approfondimento e della conoscenza dei suoi racconti. Soffermandosi sulla parte del testo firmata da Ugo Volli  il sacerdote l’ha definita “magistrale nella passione per il testo sacro con disegni che aspettano un interprete” ha evidenziato che nonostante le contrapposizioni esistenti  fra filosofia greca e ebraica, vi sia un “nesso fra loro molto forte”. Invitando al dialogo “con l’altro per quello che è, ammettendo la centralità dello Stato di Israele per il popolo ebraico, Don Maggioni , ha espresso l’urgenza “ di una crescita collettiva passando da uno sguardo inclusivo e omologante a una prospettiva plurale cercando di scrivere la storia assieme e di discutere tutto come si faceva nel Talmud”. Fondamentale per dialogare per lui è tenere presente “la logica talmudica, tenendo conto della propria specificità riconoscendo il punto di vista altrui”.

Ultimi due interventi, quelli dei due autori, Volli e Bendaud. Il primo ha ricordato che “il contrario del dialogo è la chiacchiera che è parlare di cose poco importanti mentre il dialogo è qualcosa di profondo e rischioso i cui pericoli sono non riconoscere l’altro o confondere le proprie ragioni”. “Bisogna capire” ha continuato “ che non siamo invincibili, ma dialogare trovando il modo di coesistere non rendendosi dipendente dall’opinione altrui prendendo sul serio la nostra tradizione e confrontandola con gli altri”. Intervento finale è stato quello di Bendaud che ringraziando i relatori ha descritto l’attuale situazione ribadendo che “la realtà è estremamente drammatica in una secolarizzazione generale della società con forze che fanno paura sia a conservatori che progressisti e le religioni non sono soggetti innocenti”. Nella sua esposizione estremamente articolata egli ha messo in luce la condizione particolare dell’ebraismo che è  “religione di minoranza ma fondatrice di maggioranze come cristianesimo e Islam e che spesso essa ha sofferto o è sopravvissuto in merito a queste due fedi” Ricordando i due maestri come Rav Laras e Rav Arbib, Bendaud ha descritto una serie di concetti importanti, dall’attuale confusione sul web e sui social rispetto alle religioni, al rapporto di discendenza dall’ebraismo degli altri due monoteismi evidenziando le influenze fra la mistica islamica e ebraica e gli scontri fra cristianesimo e ebraismo “religioni vicine fra loro e in cui questa prossimità è stata molto problematica”. “Il dialogo è una missione difficile” ha concluso e spesso i due “poli opposti sono la demonizzazione o quello ben più dilagante della chiacchiera che è estremamente pericolosa”.

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