Memoria dell’Esodo degli ebrei dai Paesi Arabi e dall’Iran: una serata al Noam

di Sofia Tranchina

Il 30 novembre, fissato nel 2014 come giorno internazionale della memoria dell’espulsione degli ebrei dai paesi arabi e dall’Iran, ASTREL (Associazione Salvaguardia Trasmissione Retaggio Ebrei di Libia) ha organizzato un convegno dal titolo «dalla sofferenza alla gioia», diretto dallo psicologo e presidente dell’associazione David Gerbi, per ricordare i morti e per ascoltare le storie dei profughi e delle vittime, ma anche per celebrare i progetti che stanno nascendo.

Si tratta di un capitolo tragico e tuttavia poco conosciuto: l’espulsione violenta di oltre 850mila ebrei dai territori arabi tra il ’45, il ‘48 e il ’67, tra aggressioni, omicidi e depredazioni dei beni personali, spinta in particolare dalla propaganda antisemita del Presidente della Repubblica Egiziana Nasser.

Un capitolo culminato all’alba della guerra dei sei giorni, nel 5 giugno del 1967, e nei giorni immediatamente successivi, quando la polizia entrò nelle case degli ebrei e dichiarò ipocritamente che «non avrebbero potuto più garantire la loro sicurezza».

La folla ostile, incitata dai discorsi di odio trasmessi alla radio, si riversò nelle strade in una caccia all’ebreo, a bruciare negozi e case e a massacrarne gli abitanti, picchiandoli a morte e urlando «Uh Uh al Jehud Edbah al Jehud» (“sgozzate gli ebrei, morte agli ebrei”). Alcune famiglie, protette dal silenzio e dal buio, si sono salvate. Altre, invece, sono state sterminate.

Spogliati di ogni bene, i sopravvissuti che avevano i passaporti hanno avuto la possibilità di imbarcarsi su dei piroscafi verso l’Europa: sequestrati i documenti e scambiati con un permesso di viaggio di sola andata, le autorità hanno permesso a ciascuno di portarsi dietro solo venti sterline, con le quali iniziare la nuova vita da zero. 

Tra i progetti presentati, in particolare si è parlato del Cimitero Virtuale, realizzato grazie a Judy Saphra Roumani: essendo il cimitero ebraico di Tripoli stato distrutto e costruitesi sopra case e strade, non vi era più un posto per dove fare kaddish e ricordare i propri cari. È dunque stato creato un database online con i nomi e le epigrafi di tutti gli ebrei che erano stati sepolti in Libia, affinché possano restare nella memoria ed essere commemorati con rispetto dalle generazioni a venire.

Il convegno, benché si concentrasse nello specifico sulle storie degli ebrei libici, si è svolto al tempio persiano di Milano, il Noam, giovedì 1 dicembre.

D’altronde, come ha detto lo stesso presidente del Noam David Nassimiha,  anche gli ebrei mashadi (provenienti da Mashad, Persia) hanno subìto la violenza dei pogrom perpetuati dagli arabi, e per questo capiscono bene l’importanza di dedicare una giornata per insegnare ai giovani chi siamo e da dove veniamo: «tutti hanno sofferto per essere ebrei, e quella sofferenza ci ha dato l’orgoglio di essere riusciti a restare uniti. Dopo i pogrom della primavera del 1839 a Mashad, fu imposta agli ebrei persiani una conversione forzata. Così per cento anni andavamo nelle scuole coraniche e nelle macellerie dei musulmani, vivendo pubblicamente una vita islamica, mentre di nascosto nelle nostre case praticavamo la shechità per mangiare carne kasher, e insegnavamo Talmud Torah, e tenevamo viva con forza la tradizione ebraica».

Il rabbino capo della comunità di Milano Alfonso Arbib, di Tripoli, ha ricordato che la storia degli ebrei è da sempre macchiata da espulsioni (nel 1182 re Filippo II espulse gli ebrei dal regno di Francia; nel 1290 re Eduardo I dall’Inghilterra; nel 1492 i re Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona dalla Spagna e via dicendo), ma «l’espulsione dai paesi arabi non è accaduta nel Medioevo, bensì nel ‘900 quando si pensava fossero finite. E ciononostante, la qualità straordinaria degli ebrei è che, ovunque sono arrivati, senza soldi, senza stabilità, hanno ricostruito la propria vita fisica e quella spirituale, hanno ricostruito le sinagoghe e hanno ricostruito la comunità».

A questo ha risposto il vicepresidente della comunità Ilan Boni: «gli ebrei sono sopravvissuti ed hanno continuato ad esistere grazie al loro attaccamento alle proprie tradizioni».

Il convegno ha visto la partecipazione e le testimonianze del Presidente della Comunità Ebraica di Milano Walker Meghnagi e di altri otto profughi libici: Guido Hassan, Yoram Ortona, Shimon Doron, i coniugi Giulio Hassan e Jasmina Mimun Hassan, Penina Meghnagi Solomon, Manuela Buaron, e Gelsina Naman Debash.

Hanno raccontato le loro storie, fatte di aggressioni civili subite per strada, le munizioni di olio bollente con le quali si dovevano difendere, i pogrom di Tripoli e di Bengasi, il colpo di stato di Gheddafi del ’69 e l’aggravamento della situazione per chi era rimasto, le incarcerazioni ingiustificate, i maltrattamenti, le violenze, le perdite. Hanno raccontato la famosa “valigia con venti sterline” con cui era permesso scappare, la vita nei campi profughi, il difficile arrivo in Europa, ma anche, per chi è scappato ancora prima, l’eccidio del Lago Maggiore, il nazismo, e altre sofferenze.

Lo spettacolo di Eva Terracina


Eva Terracina
, una bambina della comunità ebraica di Roma, ha messo in scena in un breve spettacolo musicale la storia di Gelsina Naman Debash: la notte del 5 giugno del ’67, prima dell’aggressione araba contro Israele, gli arabi avevano messo dei cartelli su tutte le sinagoghe per bruciarle il giorno dopo, in modo che gli ebrei non avessero un posto dove andare a pregare durante la guerra. Avendo visto il marchio sulla propria sinagoga, Gelsina ha preso coraggio e ha strappato il foglio, ed è andata poi a nascondersi da sua suocera. Quando il marito l’ha raggiunta, l’ha avvisata di aver visto il foglio ancora sulla porta. Gelsina ha quindi strappato il secondo foglio, ma un esponente di Al Fatah l’ha minacciata di ammazzarla e ha attaccato un terzo foglio. La famiglia, ormai nel mirino dei nemici, è quindi scappata nella notte, ma Gelsina ha strappato anche il terzo foglio e l’indomani la sinagoga non è stata bruciata. Anni dopo, è tornata in Libia a vedere cosa ne è stato della sinagoga, e ha recuperato 4 Sifrei Torah ancora perfettamente intatti.

Come scrive David Gerbi, tuttavia, sono passati 55 anni e dalla Libia non ci sono stati riconoscimenti né risarcimenti, e l’Onu non ha ancora riconosciuto i rifugiati ebrei: «siamo profughi dimenticati perché non abbiamo fatto rumore. Il nostro silenzio deriva dal fatto di aver investito il tempo, le energie e gli sforzi per rifarci una vita».

Riguardo all’occultamento dell’espulsione degli ebrei dai paesi arabi, vengono in mente le parole del regista Ruggero Gabbai, che ha realizzato i due documentari Starting Over Again e Libia, ultimo esodo (disponibile gratuitamente su raiplay): «alla fine ci hanno negato i permessi (di girare in Egitto). Non volevano che girassimo nei luoghi di allora, hanno posto un veto. Perché? Per paura che potessero nascere rivendicazioni, per evitare imbarazzanti richieste di poter tornare in possesso del mal tolto, case, terreni, immobili, insomma rivendicare lo scippo del passato».

Alla fine dell’evento, sono state consegnate delle targhe e dei doni ad alcuni ospiti della serata, ed è stata offerta una cena a base di piatti tipici libici.