La serata sull'Armenia organizzata da AMATA al Teatro Franco Parenti

Grande successo per la serata A.M.A.T.A sul popolo armeno

Feste/Eventi

di Redazione
Grande affluenza di pubblico per la serata in onore del Popolo Armeno, la sua memoria e il suo presente, che si è svolta martedì 16 gennaio presso il Teatro Franco Parenti di Milano.

La serata – organizzata da A.M.A.T.A, gli Amici del Museo d’Arte di Tel Aviv, la più antica e prestigiosa istituzione culturale della metropoli israeliana gemellata con Milano -, di intesa con il Sindaco di Tel Aviv, S.E. Ron Huldai, ha dato il via a una serie di incontri che si svolgeranno nel corso del 2018 in occasione del 70esimo anniversario della Fondazione dello Stato di Israele.

Sono intervenuti ospiti d’eccezione tra cui la scrittrice italo-armena Antonia Arslan, voce internazionalmente riconosciuta della diaspora armena e amata letterata italiana, l’insigne filosofa cattolica statunitense Siobhan Nash-Marshall e il grande linguista israeliano Cyril Arslanov, ebreo e armeno. Ha moderato Vittorio Robiati Bendaud.

L’evento si è svolto nell’accogliente e affollatissima Sala Café Rouge alla presenza delle istituzioni e di un folto pubblico accorso per l’occasione: gli amici armeni provenienti da tutto il mondo, tra cui Rafi Tanielian, figura eminente della Comunità Armena di Londra; Marina Mavian, Presidente della Casa Armena di Milano; Pietro Kuciukian, Console Onorario della Repubblica di Armenia in Italia; gli amici cattolici Monsignor Gianantonio Borgonovo, Arciprete del Duomo di Milano; il biblista Monsignor Luigi Nason; gli ebrei della Comunità Ebraica di Milano e i suoi rappresentanti, tra cui il Presidente Raffaele Besso, l’Assessore alla Cultura Davide Romano, Rav David Sciunnach, del Tribunale Rabbinico del Nord Italia, la Direttrice dei media della Comunità, Fiona Diwan, il Vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, Roberto Jarach, e il board di A.M.A.T.A, l’Associazione impegnata a promuovere l’amicizia fra i popoli attraverso l’arte e la cultura: la Presidente Anna Sikos, il Vicepresidente Jean Blanchaert e i Consiglieri Fabio Aghion, Marina Gersony, Luisa Grego, Vittorio Robiati Bendaud, Emma Treves.

«In occasione del 70esimo Anniversario della Fondazione dello Stato d’Israele – ha dichiarato Anna Sikos -, siamo orgogliosi di avere aperto le attività di quest’anno con la storia e la cultura armene, espressioni di un Popolo la cui tragica storia si avvicina a quella del popolo ebraico in modo diverso eppure simile. Sono due minoranze creative, ponte tra Oriente e Occidente, sospese tra universale e particolare e  sottoposte a durissime prove nel corso dei secoli, eppure sopravvissute fiere e tenaci».

Nel corso della serata è stato anche annunciato il conferimento de Il premio “Uomo dell’anno del Museo d’Arte di Tel Aviv” per il 2018 a Claudio Magris, uno dei massimi scrittori contemporanei italiani di chiara fama internazionale. La cerimonia si svolgerà l’8 maggio durante una cena di Gala alla presenza delle istituzioni italiane, israeliane e lo scrittore Amos Oz.

Dopo gli interventi vivaci e ricchi di spunti dei relatori, sono stati letti i messaggi appassionati di S.E. Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica di Armenia presso la Repubblica Italiana e di Padre Khachatrian Toma, l’Archimandrita della Chiesa Apostolica Armena d’Italia, che non hanno potuto partecipare in prima persona alla serata.

L’intervento di Raffaele Besso

Riportiamo qui di seguito l’intervento incisivo del Presidente Raffaele Besso. Farà seguito prossimamente su questo sito il video integrale con gli interventi di tutti i relatori della serata.

Non sta certo a me, qui, oggi, parlare degli armeni e del genocidio che hanno subito. Una minoranza così simile a quella ebraica se, nel 1913, come ricordò rav Laras z.l. in un suo scritto, l’ambasciatore tedesco Wangenheim scrisse con parole spregiative ma significative: «È noto che gli armeni sono gli ebrei di oriente… Le attività economiche, che altrove sono portate avanti dagli ebrei, ossia la spoliazione dei poveri, sono qui condotte esclusivamente dagli armeni. Nemmeno gli ebrei sefarditi ivi residenti possono competere con loro».

In una mostra che si organizzò presso il Memoriale della Shoah qui a Milano si parlava infatti di ebrei e di superebrei, dove questi ultimi erano, appunto, gli armeni. E, come ci ricordava ancora rav Laras, nel 1916 Aaron Aaronsohn descriveva il popolo armeno, dopo aver personalmente visto i corpi di donne, uomini e bambini lasciati in pasto ai cani, come «una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco», divenuto poi «un popolo di mendicanti affamati e calpestati».

Armeni ed ebrei con un destino simile, dunque; entrambi esigui quanto ai numeri, entrambi accusati di doppia fedeltà e di tradimento, entrambi hanno sperimentato la diaspora come le deportazioni ferroviarie e le marce della morte. E come degli armeni salvarono degli ebrei durante la Shoah, così degli ebrei salvarono degli armeni nel Metz Yeghern.

Furono aguzzini turchi, con l’aiuto proprio dei tedeschi e del jihad, a perseguitare e trucidare un milione e mezzo, o forse più, di armeni. Il numero è controverso, ma cambia forse per la gravità del genocidio?

Si dovette giungere fino al 1965 perché finalmente un paese, l’Uruguay, riconoscesse il genocidio armeno; altri stati seguirono, ma molto più tardi, a partire dal 1994, col riconoscimento russo. Noi italiani lo riconoscemmo solo nel 2001.

Obama, prima di essere eletto, si era impegnato a farlo, ma, una volta entrato alla Casa Bianca, forse a causa degli stretti rapporti che mantenne a lungo con Erdogan, dimenticò gli impegni presi.

Il 27 gennaio, inizialmente scelta come giornata dedicata alle vittime della Shoah, è diventata, per le Nazioni Unite, a partire dal 2009, la giornata della Memoria dei Genocidi e della prevenzione dei Crimini contro l’umanità.

Per entrambe le minoranze ebraica ed armena va ricordata anche la vergogna del negazionismo che dura tuttora. Mentre la negazione del genocidio armeno è sanzionata in pochi paesi, come la Svizzera e la Slovacchia, per la Corte europea, con una sentenza del 2013, processare e condannare chi nega il genocidio armeno è considerato un attentato contro la libertà di espressione.

Ogni genocidio deve essere ricordato con le sue particolarità, altrimenti si cade nel relativismo, e, se tutto si equivale, allora nulla è grave. Manfred Gerstenfeld ha parlato di «minimizzazione della Shoah»; e da un’indagine del professor Israel Charny su 106 persone, 67 delle quali professori, e i restanti 39 studenti, è risultato che il 59% degli articoli dell’autorevole Journal of Genocide Research sono stati considerati falsi e destinati a minimizzare la Shoah.

Ma noi, al contrario, abbiamo il dovere di ricordare sempre, di non dimenticare quelle vite che furono falciate, quelle sofferenze che furono subite.

Oggi, di nuovo, molte minoranze sono minacciate e subiscono i drammi dell’esilio e della sottomissione, se non addirittura la morte; in oriente i copti, i cristiani assiri, gli yazidi ed altre chiese minori più patiscono perché purtroppo nulla sembra cambiare, nonostante tutti gli sforzi fatti dalla società che noi chiamiamo civile.

Ma oggi noi celebriamo Israele viva e l’Armenia viva.

(Foto credits: Paolo Sacchi)

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