Ripensare se stessi a Rosh Hashanà, un esame di coscienza personale e collettivo

di Rav Alfonso Arbib, Rabbino capo della Comunità di Milano

Nel pensiero ebraico nessuno può dire “io vivo la mia vita”, perché la vita degli altri è anche la nostra. Perché il mondo umano poggia su tre cose: sulla Torà, sulla tefillà e sulla ghemilùt chassadim (far del bene al prossimo). Le feste solenni come check point etico-morale, comportamentale, interiore

Rosh Hashanà è il momento dell’esame di coscienza e dei buoni propositi. È un momento in cui siamo chiamati a metterci in discussione, a provare a capire quali errori abbiamo commesso e in quale correggerli e intraprendere una strada positiva. È un momento fondamentale per ogni essere umano, senza quell’esame di coscienza non ci può essere progresso ma questo esame di coscienza non parte da una tabula rasa; il nostro punto di riferimento deve essere l’insegnamento millenario della tradizione ebraica. Faccio riferimento a uno di questi insegnamenti che può essere utile sia per gli esami di coscienza personali sia per quelli collettivi delle comunità
Nei Pirkè Avòt è scritto che il mondo poggia su tre cose: sulla Torà, sulla avodà (sulla tefillà) e sulla ghemilùt chassadim (far del bene al prossimo).

In queste tre cose i Chakhamin individuano gli elementi fondamentali della nostra vita sia personali sia collettivi. Lo studio della Torà è un elemento di straordinaria importanza della nostra tradizione; l’ebraismo ha messo al centro di tutto l’educazione e ciò non è scontato e questa centralità non è presente in tutte le culture. Studiare ed educare i propri figli allo studio della Torà è alla base della nostra vita ebraica.
Una volta qualcuno mi ha detto che non vedeva i risultati concreti dello studio della Torà, personalmente credo che chiedere in continuazione qual è il risultato e qual è il vantaggio sia una deformazione tipica della nostra società. Si studia perché è una mitzvà, si studia perché così si formano le persone. Quali saranno i risultati? I risultati ci sono, magari non sono immediati ma formano la nostra identità individuale e collettiva.

Il secondo elemento è la avodà, la tefillà. La tefillà è un colloquio continuo con Hakkadòsh Barukh Hu. La tefillà indirizza le nostre emozioni e i nostri sentimenti ma la tefillà è anche un elemento fondamentale della nostra vita collettiva, al centro della vita di ogni comunità c’è il Bet Hakkeneset, senza legami con questo non esiste comunità. Il Bet Hakkeneset è il luogo del rapporto con Dio ma è anche il luogo del rapporto tra persone, è il luogo dove ogni comunità può crescere sia da un punto di vista spirituale sia sociale.

Il terzo elemento è la ghemilùt chassadim, occuparsi del prossimo, tentare di capire le esigenze, i bisogni, le gioie e le sofferenze delle persone che ci stanno vicino. La nostra comunità vive un’emergenza sociale causata da vari fattori ed è nostro dovere fondamentale occuparci di chi è in difficoltà.
La ghemilùt chassadim non è soltanto il tentativo di risolvere i problemi economici di chi ha bisogno ma la capacità di sentirsi coinvolto nella vita degli altri sia venendo incontro alle necessità materiali sia attraverso un coinvolgimento emotivo.
Nell’ebraismo nessuno può dire “io vivo la mia vita”, la vita degli altri è anche la nostra.
Vorrei aggiungere un ultimo elemento. I nostri Maestri dicono che uno degli elementi fondamentali della vita ebraica è l’osservanza dei chukkim, cioè delle mitzvòt di cui non capiamo il significato. Credo che dietro questa affermazione ci sia un grande insegnamento. Non possiamo illuderci di capire tutto, la vita ebraica è formata da tanti elementi, alcuni sono perfettamente comprensibili, altri meno ma questo complesso di elementi ci ha portato fino qui.
Pensare di poter scegliere o di capire che cosa è attuale e che cosa è superato è in realtà un atto di grande presunzione. Ognuno di noi deve fare la sua parte.