Qabbalah: un pensiero che governa le emozioni e che può cambiare la vita

Ebraismo

di Ester Moscati

Daniela Abravanel al Grand Canyon

«L’idea fondamentale della Qabbalah è che lo scopo dei precetti ebraici sia quello di riunire l’aspetto trascendente del divino con quello immanente, ovvero di rivelare la presenza della Shechinà in ogni cosa che vediamo, che benediciamo, di cui godiamo». Così dice Daniela Abravanel, reduce da una serie di conferenze in Puglia, nell’ambito della settimana di arte, cultura e letteratura ebraica “Lech Lechà” (Va’ verso te stesso). Incontri in luoghi come San Nicandro, dove qualche decennio fa un folto numero di persone si convertì (o meglio “tornò”) all’ebraismo e fece l’alyià. È infatti terra di marrani, quella; terra di ebrei nascosti, conversos, che per evitare la cacciata dal Sud Italia spagnolo accettarono la conversione alla Chiesa, ma rimasero segretamente legati all’ebraismo dei padri.

«È stata un’esperienza incredibile, la gente, laggiù, ha una cultura ebraica che non mi sarei aspettata di trovare. E un interesse, un coinvolgimento, profondissimi». Il microcosmo pugliese è un esempio di qualcosa che sta succedendo in tutto il mondo, un interesse crescente verso l’ebraismo, in particolare verso la sua tradizione nascosta, quella mistica, che ormai viene studiata anche da molti non ebrei. Ma perché tanto interesse per la Qabbalah ebraica? «Perché dà una risposta alle angosce del presente, alla difficoltà di vivere una vita piena di significato, appagante. È davvero impressionante il numero di persone che vogliono approfondire lo studio dell’ebrasimo e anche di quelle che desiderano convertirsi. A parte la giusta prudenza verso chi vuol fare un ghiur per sposare un ebreo, troppe persone da anni aspettano la conversione e non possono fare aliyà in Israele, che ha invece bisogno di immigrati di vera e profonda fede, per controbilanciare la crescita demografica araba e il milione di russi in buona parte laici o addirittura non ebrei che hanno cambiato con la loro aliyà il volto di Israele. I veri convertiti sono invece una benedizione per noi e per Israele: hanno l’entusiasmo che manca a chi come noi si comporta spesso con Dio come un coniuge annoiato, sposato da troppo tempo. Non assolviamo al compito di insegnare i Sette Precetti universali di Noè e di essere Or La Goym, una Luce per le nazioni: è per questo scopo che siamo in esilio, non per autoghettizzarci. E finché non lo faremo, saremo costretti a restarci; così dice il Rebbe: non aiutare chi deve avvicinarsi al popolo di Israele vuol dire leakev ha geula, ritardare il giorno della Redenzione».

Se fino a qualche anno fa l’altra sponda della Qabbalah erano le filosofie orientali, -specie se si cercava un sincretismo veicolato dalla comune simbologia dell’albero della vita, con i chakrà e la filosofia ayurvedica-, oggi è la scienza, in particolare le neuroscienze e la fisica quantistica a dare valore alla Qabbalah, a dirci “era già tutto lì, scritto chiaro”.

«I tefillin si appoggiano sulla fronte e si legano sulla nuca. Mettono in comunicazione i lobi frontali, dove risiede il pensiero razionale, e la zona dell’amigdala, sede del cervello primordiale che genera le emozioni più profonde e cova i terrori ancestrali. Grazie a quel gesto, il pensiero governa le emozioni», spiega Abravanel. «La fisica quantistica, inoltre, ci dice in termini scientifici cos’è la Provvidenza. Quando parla di eventi sincronici all’interno di uno spazio tempo che si adatta alle necessità evolutive dell’umanità, non fa altro che parlarci di Provvidenza, come quella che fece cadere Amman sul letto di Ester proprio nel momento in cui Ahashverosh stava rientrando nella stanza. L’assenza del nome di Dio nella Meghillà di Ester, il libro più ricco di coincidenze e di eventi sincronici, allude proprio alla quotidianità del miracolo e della gestione nascosta della nostra esistenza da parte del Divino travestito nel Campo Quantico…».

Ma com’è possibile l’incontro tra scienza e Qabbalah, tra fisica e fede? «È possibile perché la scienza si è svegliata, si sta realizzando la profezia dello Zohar ‘Nel tempo della redenzione le acque superiori della conoscenza (Torà, pensiero spirituale) e le acque inferiori della conoscenza (scienza), si uniranno. E da qui arriverà il Messia’. Leggere un libro di fisica quantistica oggi vuol dire trovare innumerevoli spunti che corrispondono alla cosmogonia ebraica così come rivelata dalla Qabbalah». Spesso, Abravanel insegna la Torà in mezzo alla natura, sia quella di Eretz Israel (dove, secondo i saggi, ogni lettera della Torà è inscritta, in ogni pietra, albero o ruscello), sia nella diaspora. «Uno dei Nomi di Dio è Hateva, Natura, e se gli ebrei hanno passato 40 anni nel deserto per riuscire a conoscere il divino, noi possiamo passare qualche giorno di riflessione camminando in mezzo alla natura. I grandi rabbini di un tempo erano spesso astronomi, l’osservazione del cosmo e della infinita grandezza divina non poteva essere sostituita dallo studio dei testi sacri. Dobbiamo imparare a vivere la fede anche attraverso il corpo, con tutto il nostro essere, e capire quanto bene può fare la forza del pensiero positivo e della preghiera». Insomma, dovremmo scegliere Maimonide come medico di base, suggerisce Abravanel. I capisaldi del suo pensiero erano la prevenzione e la cura dell’alimentazione, evitare ciò che fa male e concentrarsi sul pensiero e la volontà di guarigione. «I rabbini ci insegnano a rispettare lo Shabbat. Benissimo. Ma se il fumo fa male alla salute, smettere di fumare è una mitzvà altrettanto importante. I rabbini dovrebbero proibire di fumare, dovrebbero prescrivere di mangiare con moderazione e di non ingozzarsi come accade durante i kiddushim. Perché il nostro corpo non è un involucro senza importanza, datoci solo per contenere la nostra anima, ma è la merkhavà, il cocchio con cui attraversare la vita, muoverci e affrontare tutte le prove della nostra esistenza terrena».

Abbiamo incontrato Daniela Abravanel alla vigilia di Rosh Hashanà e Kippur, il periodo più importante per ogni ebreo per il rinnovamento spirituale, quasi una rinascita, che porta con sé. «Dobbiamo avere la capacità di accettare serenamente la vita che la Provvidenza ha ‘cucito’ per noi, in tutti i suoi aspetti, più o meno piacevoli. Dobbiamo studiare la Torà per vivere meglio, per trovare la serenità e per imparare ad accettare ciò che Dio ci invia. In fondo Qabbalah letteralmente significa accettare, ricevere, leqabel. Al festival di Trani, Francesco Lotoro ha presentato musiche scritte nei lager nazisti. Ha raccontato con voce rotta dalla commozione la vita dei compositori che tuttavia riuscirono nel campo di transito di Westerbork, o a Therezin, a produrre musica da cabaret. E abbiamo ascoltato le loro composizioni musicali piene di gioia, comprendendo la profondità della loro fede. La determinazione di non cedere mai alla disperazione. Asur leitiaesh, è un peccato deprimersi, diceva rabbi Nahman, e le composizioni musicali dei campi di concentramento trasmettono tale insegnamento come solo la musica può fare: accettare con serenità e con gioia ogni passo di danza che Dio ci invita a danzare con Lui nella danza della vita, come facevano i musicisti dei lager. E qui vorrei introdurre un concetto assolutamente ebraico ma che, per via del fatto che viviamo in un Paese cattolico -e ne siamo condizionati-, non viene evidenziato abbastanza: la reincarnazione, l’unica cosa che può dare un senso all’Olocausto. L’energia e la forza morale che avevano molte vittime dei lager nazisti, milioni di vittime, non può essersi dispersa senza un ritorno. Ci sono tre preghiere, nella liturgia ebraica, che la nominano espressamente: a Kippur preghiamo che il Signore ci perdoni per ogni peccato passibile di reincarnazione in una pietra o in un vegetale o in un animale; nella tefillà che si recita prima di dormire perdoniamo chi ci ha fatto del male in questa incarnazione o in un’altra incarnazione; a Pesach si va a pregare vicino agli alberi in fiore, benedicendo tutti gli spiriti, le anime e i soffi vitali trasmigrati nel mondo vegetale».

La Qabbalah insegna infine ad amare la vita e a gioire della Creazione: «Un verso della parashà Kitavò dice: In cambio che non hai servito il Signore, Iddio tuo, con la gioia e con la contentezza del cuore; dovrai servire il nemico che il Signore manderà contro di te, (28: 47-48). Secondo un proverbio hassidico ‘la tristezza non è un peccato. Ma il danno spirituale che essa può causare è superiore al più grave dei peccati’. E Rabbi Shimon Bar Yochai insegnava a trasformare l’oscurità in luce e l’amaro in dolce».

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