Liberi grazie alla Torà

Ebraismo

Uscire dalla schiavitù d’Egitto.

Durante il sèder di Pèsach, oltre a leggere la Haggadà, siamo chiamati a osservare alcune mitzvòt fondamentali. Una di queste è quella di bere quattro bicchieri di vino, due durante la prima parte del sèder e due durante la seconda, dopo la cena. La Halakhà stabilisce che tra il 1° e il 2° bicchiere e tra il 2° e il 3° è permesso bere altro vino mentre è assolutamente vietato farlo tra il 3° e il 4°.
Per capire le motivazioni di questa strana regola dobbiamo risalire ai motivi per cui sono stati stabiliti i quattro bicchieri. Secondo i nostri Maestri questi quattro calici corrispondono alle quattro espressioni di liberazione che troviamo nella parashà di Vaerà. All’inizio di questa parashà Dio dice a Moshè che libererà il popolo ebraico dalle sofferenze, lo salverà dalla schiavitù, lo libererà dall’Egitto e infine lo prenderà come popolo. Le prime tre espressioni si riferiscono alle varie fasi dell’uscita dall’Egitto; cominciano con ciò che è più urgente, la liberazione dalle sofferenze, e si concludono con l’uscita trionfale del popolo ebraico dall’Egitto.
Apparentemente l’ultima espressione non è strettamente connessa con l’uscita dall’Egitto ma con un altro momento, quello del dono della Torà, in cui Dio fa del popolo ebraico il suo popolo. Il 3° e 4° bicchiere corrispondono alle ultime due espressioni di liberazione, cioè l’uscita e il dono della Torà.
Perché proprio qui non ci può essere un’interruzione? Perché proprio tra il 3° e il 4° bicchiere non si può bere altro vino?
Il Maharàl di Praga spiega che il momento dell’uscita dall’Egitto è indubbiamente un momento straordinario, è il momento della liberazione di un intero popolo da secoli di schiavitù, materiale e spirituale. Ma è anche un momento pericoloso. Con l’uscita dall’Egitto il popolo ebraico taglia i ponti sia materialmente che culturalmente con i suoi antichi padroni, taglia i ponti con la religione e la cultura degli Egizi, fa tabula rasa di ciò da cui era stato dominato fino a quel momento.
Questa tabula rasa è assolutamente necessaria, senza di essa la dominazione culturale dell’Egitto sarebbe continuata anche dopo l’uscita. Ma la tabula rasa è anche pericolosa perché il vuoto ha la tendenza a riempirsi. Gli ebrei si sono appena liberati da un’influenza culturale negativa ma niente impedisce che siano assoggettati da altre credenze e altre culture altrettanto negative o forse più.
Il momento in cui si è creato il vuoto è un momento pericoloso perché si sente la necessità di riempirlo e non si va tanto per il sottile con ciò con cui si può riempire.
Per questo motivo, la liberazione dall’Egitto non si conclude con l’uscita ma con il momento in cui il popolo ebraico riceve la Torà. In quel momento il vuoto viene riempito con la rivelazione dell’identità culturale e religiosa del popolo ebraico, che è contemporaneamente una novità per gli schiavi usciti dall’Egitto ma anche un ritorno alle proprie radici più profonde.
Spesso si associa la libertà con la mancanza di un’identità culturale definita che permetterebbe di scegliere tra vari stimoli culturali provenienti dal mondo che ci circonda. In realtà, la mancanza di identità rischia di renderci soggetti alla cultura dominante e ripiombare così in una nuova forma di schiavitù. Per questo motivo i chakhamìm, i Maestri, dicono che il momento in cui il popolo ebraico riceve la Torà si realizza la sua liberazione. Il midràsh dice che la parola charùt che indica le parole incise sulle Tavole della Legge deve essere letta cherùt, cioè libertà.

Le regole di Pesach
Introduzione
La festa di Pèsach ricorda l’uscita degli ebrei dall’Egitto, evento che viene ricordato non solo con le parole e il pensiero ma anche attraverso l’osservanza di una serie di regole pratiche. Nell’ebraismo, infatti, anche gli ideali più elevati non rimangono concetti astratti ma si riflettono nelle azioni pratiche e ciò è particolarmente vero per la festa di Pèsach che ricorda il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Riteniamo perciò utile e importante fornire una guida sintetica alle regole di Pèsach.

Ricerca del chamètz
La ricerca deve essere eseguita la sera del 14 di Nissàn, dopo lo spuntare delle stelle, a lume di candela, distri-buendo nella casa alcuni pezzetti di pane. Entro la stessa ora è necessario aver terminato le pulizie in tutti gli ambienti che durante l’anno possono aver contenuto chamètz.
Prima della ricerca si pronuncia la benedizione consueta “‘al bi’ur chamètz” e, una volta terminata, si dice la prima formula di annullamento “kol chamirà” che significa “ogni cibo lievitato che si trovi in mio possesso e non sia riuscito a trovare e ad eliminare sia considerato nullo come la polvere della terra” come risulta nelle prime pagine di ogni Haggadà.
È necessario porre molta attenzione nel mettere da parte quanto rimane del chamètz per il giorno dopo affinché non si disperda. Tutto il chamètz trovato va eliminato la mattina successiva entro le 11.00. Entro questa stessa ora si devono ultimare le procedure della “bollita” di pentole e stoviglie e si deve procedere alla vendita del chamètz delegando l’Ufficio Rabbinico o un rabbino esperto nelle norme della vendita.

Chamètz
La Torà vieta di mangiare chamètz, di possederlo o di trarne vantaggio. Per chamètz s’intende ogni sostanza de-rivata da: frumento, orzo, avena, segale, spelta mescolati ad acqua. Gli ashkenaziti usano estendere il divieto ad altre specie, come riso, legumi, granoturco.
Sono quindi vietati i farinacei e ogni altro cibo mescolato anche in minima parte con farina, birra, whisky e qualsiasi cibo la cui preparazione non sia stata sorvegliata da un’autorità rabbinica competente, onde eliminare qualsiasi dubbio in proposito.
Frutta e verdura fresche (esclusi i cereali di cui sopra, nonché riso e legumi per gli ashkenaziti), uova e pesce fresco non richiedono alcun controllo.
Il riso deve essere acquistato in pacchi sigillati prima di Pèsach e pulito da eventuali chicchi di grano o altri cereali.
I medicinali possono contenere sostanze proibite. È pertanto vietato l’uso di medicinali per via orale salvo casi di provata necessità.

“Kasherizzazione” dei recipienti
Durante la festività di Pesach non si possono usare le stesse stoviglie del resto dell’anno. È pertanto consigliabile servirsi di piatti, pentole, stoviglie nuovi o Kasher le-Pesach. Qualora sia necessario, si possono tuttavia adatta-re all’uso alcuni utensili adoperati durante l’anno mediante un processo speciale di kasherizzazione.
Utensili di metallo usati direttamente sul fuoco in assenza di liquidi, come girarrosti, spiedini ecc., si possono kasherizzare solo ponendoli a contatto diretto con il fuoco finché sprizzano scintille.
Utensili di metallo, nei quali gli alimenti non sono a contatto diretto col fuoco (es.: pentole per bollire o cucina-re sostanze liquide o solide), si possono kasherizzare con la hag’alà (bollitura) nel seguente modo: a) Non devono essere usati con sostanze chamètz nelle 24 ore precedenti; b) Devono essere meticolosamente puliti e grattati e, dopo, immersi interamente in un recipiente già kasher le-Pesach pieno d’acqua in ebollizione: lo stato di ebollizione deve essere mantenuto per tutto il tempo in cui avviene la sterilizzazione.
Bicchieri e recipienti di vetro, secondo l’uso sefardita, si devono lavare accuratamente. Secondo un uso più rigoroso, si lasciano a bagno in acqua per 72 ore cambiando l’acqua ogni 24 ore. Per gli ashkenaziti invece non sono kasherizzabili.
Utensili di Pyrex e Duralex. Secondo l’uso sefardita si possono kasherizzare con la hag’alà. Secondo l’uso ashkenazita, non si possono usare, se non kasher lepèsach.
I fornelli della cucina a gas possono essere resi kasher nel seguente modo. Dopo averli prima sgrassati e puliti, si tengono accesi per più di un’ora. È bene anche rivestire il piano con carta d’alluminio non sottile, tagliandola in corrispondenza dei fornelli. È preferibile non usare il forno durante tutta la festa. Se si vuole usare il forno si procede come segue: si sgrassa in profondità con detergente da forno e se ne evita l’uso per 24 ore. Trascorso tale periodo si accende il forno alla massima temperatura per almeno due ore. Le teglie da forno sono molto dif-ficili da kasherizzare ed è quindi preferibile averne di nuove.
I tavoli si devono pulire meticolosamente e coprire con della tela cerata. Il lavandino può essere kasherizzato prima lavandolo e poi versandovi acqua bollente. Il frigorifero va pulito con cura con acqua fredda.
In linea di principio utensili di legno che non presentino fenditure possono essere kasherizzati: tuttavia oggi è usanza comune non adoperarli anche se kasherizzati.
I seguenti utensili non si possono kasherizzare per Pesach:
Porcellana, ceramica e utensili porosi.
Coltelli con manici incollati e tutti gli oggetti che abbiano parti incollate.
Utensili che non si possono pulire perfettamente.
Recipienti usati per farina e pane.
Tutti gli utensili che non si possono adattare per Pesach si lavano e si chiudono in un armadio ove non siano visibili.
La plata di Shabbàt, deve essere lavata con acqua e detersivo; si deve versare poi acqua bollente e lasciarla ac-cesa per alcune ore. È necessario poi ricoprire di stagnola la plata per tutta la festa.

Norme per il sèder
I Maestri hanno stabilito di bere quattro bicchieri di vino durante il sèder di Pèsach, in ricordo delle quattro e-spressioni di salvezza con le quali la Torà promette al popolo ebraico la libertà dalla schiavitù egiziana. Si deve prestare molta attenzione ad adempiere nel modo dovuto a questa mitzvà.
I bicchieri dovranno essere abbastanza grandi da contenere circa 87 cc. Il vino va bevuto senza interruzione e con hasibà ossia appoggiati sul gomito sinistro, in segno di completa libertà e comodità. Chi ha difficoltà a bere il vino può bere il succo d’uva.
1. Kaddèsh
La prima mitzvà che l’ebreo deve rispettare nel corso del sèder è quella del Kiddùsh che deve preferibilmente essere recitato dopo lo spuntare delle stelle. Durante il Kiddùsh tutti i presenti dovranno stare in piedi e rispon-dere con attenzione Amèn alle benedizioni recitate dal capofamiglia e dopo di ciò, ogni commensale dovrà se-dersi in assoluto silenzio e appoggiare il proprio corpo sul gomito sinistro e bere il proprio bicchiere di vino.
2. Urchàtz
Prima di intingere il karpàs nell’aceto (o in acqua e sale secondo altre usanze) ognuno dei commensali dovrà prendere una brocca d’acqua e versarla prima sulla mano destra, poi sulla sinistra e ripetere 3 volte tale azione, senza recitare alcuna benedizione.
3. Karpàs
I Maestri stabilirono che si dovesse intingere e mangiare della verdura prima di cena per risvegliare la curiosità dei bambini e spingerli a porre delle domande sulla particolarità della festa di Pèsach. Se possibile si adoperi a tale scopo del sedano, ma in mancanza di questo si potrà consumare qualsiasi altra verdura.
Si prenda un piccolo pezzo di sedano (di peso inferiore ai 19 grammi) e dopo averlo intinto nell’aceto si reciti la benedizione sulla frutta della terra (Boré perì haadamà) pensando di includere in questa formula anche la bene-dizione per l’erba amara che si dovrà consumare successivamente.
4. Yachàtz
Si prenda la matzà di mezzo tra le tre riposte nel piatto del sèder e la si spezzi con le mani in due parti. Il pezzo più piccolo dovrà essere riposto tra le due matzòt intere mentre quello più grande verrà consumato come afikòmen.
5. Magghìd
È un precetto affermativo narrare ai propri figli e ai propri nipoti dell’uscita degli ebrei dall’Egitto la sera del 15 di Nissàn e chiunque si dilunga nel racconto è degno di lode. Non ci si affretti nella lettura della Haggadà e si faccia attenzione a pronunciare tutte le parole dei brani in essa racchiusi. Non è necessario che ognuno legga la Haggadà a voce alta e ci si può limitare ad ascoltare con attenzione quanto viene recitato da uno dei commensali.
6. Rochtzà (Rachtzà)
Prima di adempiere alla mitzvà di mangiare la matzà tutti i commensali (e non il solo capo famiglia) dovranno fare la netilàt yadàim e recitare la relativa benedizione.
Dal momento del Rochtzà fino alla conclusione del Korèkh è assolutamente vietato parlare, perciò tutte le even-tuali spiegazioni riguardo a tali mizvòt devono essere date prima della netilàt yadàim.
7. Motzì Matzà
È un precetto affermativo comandato dalla Torà (Esodo 12, 18), sia per gli uomini che per le donne, quello di mangiare almeno un kazàit (28 g) di matzà la prima e la seconda sera di Pèsach (in Israele solo la prima sera).
Dopo aver fatto la netilàt yadàim uno dei commensali dovrà afferrare le tre matzòt preparate per il sèder (le due intere e quella spezzata) e recitare a voce alta e con devozione la benedizione di Hamotzì. Dopo di ciò, senza interrompere, egli dovrà riporre sul piatto la terza matzà e recitare sulle due matzòt rimanenti la benedizione di ’Al akhilàt matzà.
Distribuisca quindi a tutti i commensali un pezzo di entrambe le matzòt e ognuno dei partecipanti al sèder si cu-ri di aggiungere a questo dell’altra azzima per completare il quantitativo di un kazàit (28 gr.). La matzà va con-sumata in silenzio e con hasibà.
8. Maròr
Ognuno dei commensali è obbligato a mangiare almeno 28 g di maròr senza hasibà dopo averlo intinto nel cha-ròset e dopo aver recitato la berakhà “al akhilàt maròr”.
9. Korèkh
Si prende un altro kazàit di erba amara unta di charòset assieme ad un kazàit della terza matzà rimasta nel piatto del sèder, si uniscono i due alimenti (da qui il nome korèkh = avvolgere) e si mangia tale composto seduti e appoggiati sul gomito sinistro.
10. Shulchàn ’Orèkh
La prima parte del sèder si conclude con lo Shulchàn ’orèkh, ossia con la cena festiva. È bene non mangiare troppo nel corso della cena, per poter consumare con appetito l’afikòmen prima della Birkàt hamazòn.
11. Tzafùn
Si conclude la cena mangiando almeno 28 g della matzà che era stata nascosta all’inizio del sèder (afikòmen) stando seduti, in silenzio e appoggiati al gomito sinistro. Se possibile si mangi l’afikòmen prima di mezzanotte ma se ci si fosse attardati lo si consumi ugualmente in qualsiasi altro momento della notte.
12. Barèkh
Dopo aver consumato il pasto si deve recitare la Birkàt hamazòn ossia la benedizione dopo il pasto. Prima di iniziare la Birkàt hamazònognuno dei commensali dovrà riempire il terzo bicchiere di vino e tenerlo con la ma-no destra durante tutto il corso della benedizione.
Al termine della Birkàt hamazòn si recita la benedizione di Borè perì haghéfen e si beve il terzo bicchiere di vi-no appoggiati sul gomito sinistro.
13. Hallèl
Si riempie il quarto e ultimo bicchiere di vino dopo averlo sciacquato, lo si afferra per tutta la durata dell’Hallèl e lo si beve. Si recita l’Hallèl con gioia e con attenzione, e si cerca di completare la lettura entro la mezzanotte.
14. Nirtzà
È consuetudine terminare il sèder con canti tradizionali e con parole di Torà. Terminato il sèder, è permesso sorseggiare tè o caffè o altre bevande analcoliche. È però vietato mangiare qualsiasi cibo solido o bere liquori fino al giorno successivo, affinché possa restare per tutta la notte il sapore e il ricordo dell’afikòmen consumato prima della Birkàt hamazòn.
L’ufficio rabbinico è a disposizione per ogni chiarimento e augura a tutti Pèsach kashèr vesamèach.

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