Kolel, l’entusiasmo di studiare insieme, in nome della Chavrutà

Ebraismo

di Roberto Zadik

Ebrei, una dimensione di studio e socialità

Grazie a un donatore che ha voluto restare anonimo, parte il Kolel, luogo “aperto” per lo studio di testi e tradizioni ebraiche, tutti i giorni e per tutti i livelli, dal più basico all’avanzato. Dalle feste alle questioni etiche, dalle leggende agli episodi chiave della Torà, dalla liturgia alle norme. Si viene, si mangia, si studia con gli Avrechim, si scelgono insieme i temi da approfondire. Un omaggio all’ideale ebraico della “Chavrutà, l’amicizia di studio”

Siamo tutti ebrei assimilati e tutti noi abbiamo bisogno di avvicinarci all’ebraismo e di ricreare un rapporto non superficiale con le nostre radici. Ciò che conta è avere un rapporto con la tradizione ebraica e non interromperlo. Il Kolel è destinato a tutti, a chiunque voglia studiare e aprirsi alle conoscenze ebraiche in compagnia degli insegnanti, gli Avrechim, disponibili. A differenza di altri Kolelìm, quello di via Guastalla è decisamente particolare perché si rivolge soprattutto a persone molto lontane dallo studio e dall’ebraismo. L’idea centrale è quella di fare lezioni sui testi, sia teoriche che pratiche, dal Tanach alle feste, dalla Tefillà al Siddur. La difficoltà principale è quella di rompere il ghiaccio, superando barriere e diffidenze, e questa è una sfida non semplice e molto importante.

Come si svolge? Si entra, si mangia qualcosa insieme e si inizia a studiare in due, in tre, in quattro. Non c’è nulla che unisca di più dello studiare insieme. Abbiamo voluto cominciare oggi per non perdere altro tempo; anche se ci sarà una inaugurazione ufficiale, credo che sia giusto iniziare da subito». Così il Rabbino Capo, Rav Alfonso Arbib ha presentato il Kolel di Milano che si terrà in via Guastalla, nei locali adiacenti al Tempio Maggiore: un luogo di studio e approfondimento dei testi della tradizione ebraica aperto tutti i giorni e gratuito.

Un ciclo di iniziative che ha preso il via il primo novembre e che continuerà per tutto il 2018. Realizzato grazie al contributo di un donatore che ha voluto restare anonimo, il costo del Kolel non peserà in alcun modo sul bilancio della Comunità di Milano, offrendo così un servizio di qualità a costo zero per le casse ebraiche milanesi. Un dono che è anche un’occasione unica per studiare insieme a un gruppo di valenti insegnanti e Avrechim come Rav Levi Shaikewitz o Rav Yoel Gitler, Jonathan Schultz e Zwi Blechstein, Rav Roberto Della Rocca e Rav Elia Richetti, e per conoscere persone condividendo e «discutendo su argomenti di Torà, Midrash, Halachà, feste ebraiche… e scoprendo che la vera unità del popolo ebraico è nello studio. Il Kolel rappresenta una sfida e una grande opportunità per tutti», ha sottolineato Rav Arbib ringraziando chi si è impegnato per la messa a punto di questa iniziativa, dall’Assessore al Culto Sara Modena, al Viceassessore Alberto Levi a Zvi Blechstein.

Cuore dell’iniziativa sarà la Chavrutà, «un classico metodo di studio tipico della tradizione ebraica. Si tratta di un rapporto alla pari fra due persone che studiano, laddove uno dei due ne sa un po’ di più dell’altro e trasmette informazioni e dubbi, con vicendevoli domande che stimolino reciprocamente i due soggetti, ciascuno imparando dagli errori dell’altro, errori che studiando da soli è molto più facile commettere», spiega rav Arbib. «C’è un episodio della storia ebraica che vorrei ricordare oggi, in questa occasione: l’acerrima discussione che si scatenò tra due giganti del pensiero come Ramban Gamliel e Rav Yehoshua. Ramban Gamliel ne esce male, viene destituito dal suo ruolo e gli viene tolto il potere di capo del Sanhedrin. Eppure, malgrado questo smacco, Gamliel non mancherà mai un giorno di recarsi al Beth HaMidrash per studiare con coloro con cui ha litigato e che lo hanno destituito. Ecco, io credo che proprio questo significhi davvero essere uniti, credo che lo studio sia il vero collante del popolo ebraico. Si può discutere insieme, studiare, non essere d’accordo, litigare ma comunque confrontarsi. Questo è il senso del Kolel. Il Kolel è di chi partecipa, appartiene a tutti coloro che vengono a studiare e non importa a che livello di studio tu sia, basico, principiante o avanzato».

Dopo Rav Arbib è stata la volta di Rav Roberto Della Rocca, con una lezione sulla Parashà di Vayerà e sull’episodio dell’Akedat Itzchak, il sacrificio di Isacco. «Si tratta – ha detto Della Rocca, – di un brano fortemente tragico e lo si capisce fin dalla prima parola Vayehi. Questo termine viene ripetuto 24 volte nella Torà e contiene la stessa parola che indica un lamento, un gemito». Esplorando concetti, termini e protagonisti di questa Parashà, Della Rocca ha sottolineato che Isacco «non era affatto un bambino ma un uomo fatto, di 37 anni». In merito al confronto fra Isacco e Ismaele, il Rav ha sottolineato che «i due erano molto diversi e Ismaele si faceva bello con Isacco sul suo presunto modo di servire l’Eterno con maggior zelo religioso essendosi circonciso a 13 anni, diversamente da Isacco che viene circonciso a otto giorni, nello stato di incoscienza». Della Rocca ha poi sottolineato come il Monte Morià, su cui Abramo lega suo figlio all’altare, contiene sia la radice della parola Yirà che significa brivido, paura, sia la radice di Or’aà, insegnamento, Torà. «Il filosofo danese Soren Kirkegaard vide qui solo una storia di timore e tremore, ma nell’episodio del sacrificio di Isacco c’è soprattutto un gigantesco insegnamento sulla necessità della separazione tra padre e figlio, anche a costo di guardare in faccia la pulsione di morte. Ebbene, io credo che la risposta ebraica alla pulsione di morte e alla distruttività umana, che abita ciascuno di noi, sia lo studio della Torà e la costruzione di una famiglia. Solo così si può forse sconfiggere la depressione e la negatività. Abramo e Isacco sono stati due sommi esempi di spiritualità, di timore dei Cieli, capaci di arrivare ai vertici della kavvanà, dell’intensità di fede, e alla capacità di tornare alla realtà».

Infine, Della Rocca sottolinea come «in tutta la Tradizione rabbinica il termine “sacrificio di Itzchàk” non esiste. Il sacrificio non è mai avvenuto e non era neanche programmato dal Signore che chiede ad Abramo solo di destinare suo figlio ad essere sacrificato, cosa che coincide con la legatura di Itzchak sull’altare. Il testo della Torà ci ripete due volte che Avraham ed Itzchak andarono yachdàv insieme. Rashì commenta che ciò significa che andavano a compiere il precetto in armonia e unione. Viceversa nel momento in cui il Signore rifiuta il sacrificio e inizia la discesa dalla montagna, la Torà non ci dice che padre e figlio tornano assieme. Il Rabbi di Kotzk ha descritto questo avvenimento in questo modo: voi credete, ci dice, che il sacrificio di Isacco sia stato quando essi hanno salito la montagna. Il vero sacrificio è invece cominciato quando sono scesi dalla montagna. È naturale che salire sia stato difficile: che il padre e il figlio salgono sulla montagna, l’uno per uccidere e l’altro per essere ucciso, è terribile, è grandioso. Ma malgrado tutto c’è, per il Rabbi di Kotzk, una dimensione ancora più straordinaria: la discesa dalla montagna. Il merito di Abramo è di aver capito che Dio vuole la vita e non la morte. Si capisce dunque che la vita diventa assai difficile per Abramo e per Isacco, poiché da quel momento in avanti devono imparare a vivere, ed è infinitamente più difficile vivere per Dio che morire per Dio». Ma quale sarà il programma, che cosa si studierà e con chi? Da domenica a venerdì mattina, a ingresso libero e dal mattino alla sera ci saranno tefillot, lezioni e appuntamenti ad personam. «Non ci sarà solo studio – conclude Rav Arbib-, ma anche incontri, Shabbaton e occasioni di socializzazione e scambio di idee».

 

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