Il popolo ebraico? Una pura invenzione

Ebraismo

di Liliana Picciotto

Il popolo ebraico? Una pura invenzione. È la provocatoria tesi dello storico israeliano Shlomo Sand. Che sostiene non vi siano basi storiche serie per dire che gli ebrei provengano da uno stesso ceppo culturale. Dopo aver suscitato la bagarre in patria, ora il libro esce anche in Italia.

La tesi di Shlomo Sand nel suo L’invenzione del popolo ebraico, uscito in Israele nel 2008 (e oggi in Italia per Rizzoli), provocò a suo tempo polemiche, discussioni (e molte vendite). Ma la genesi di questo testo controverso si origina molto tempo prima: nel 1965 e nel tormentone che fu di quella generazione e che si potrebbe riassumere con la domanda, “sono ancora ebrei gli ebrei d’Israele?”. L’espressione compiuta di questo interrogativo si trovava nel libro del sociologo francese Georges Friedmann, Fine del popolo ebraico? che ebbe allora grande successo e diffusione. Quest’opera, largamente dimenticata, mi è venuta immediatamente in mente leggendo il recente libro di Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, non perché i due abbiano niente da spartire tra loro, ma perché, a loro modo, contengono la stessa carica provocatoria ed eversiva nei confronti del senso comune della maggior parte degli ebrei del mondo. Sand propone nel suo libro una visione diversa del passato ebraico dello Stato d’Israele rispetto a quella accreditata dai padri fondatori. Per fare ciò egli rifiuta perfino il lessico tradizionale. Le espressioni “popolo ebraico”, “terra avita”, “esilio”, “diaspora”, “terra d’Israele”, “terra di liberazione” e altre simili servirebbero secondo lui soltanto a rafforzare il pensiero dominante e a modellare la memoria collettiva israeliana allo scopo di fornire una giustificazione storica, peraltro inesistente, alla presunta origine ebraica della terra d’Israele. Questa politica identitaria sarebbe per l’appunto solo una politica e non avrebbe niente di veritiero, servirebbe soltanto a creare un mito delle origini, necessario allo Stato d’Israele per determinare la coesione della nazione intorno a un’idea di sé. Fin qui, direi, niente di nuovo. Nella storia, ogni processo di formazione di una nazione si è appoggiata via via: 1- ad un’antica origine; 2- ad una unità di territorio; 3- a una comunità religiosa; 4- ad una omogeneità linguistica. Queste idee, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, sono state riserve fondamentali di materiali culturali per la costruzione delle nuove nazioni. Così i francesi si richiamano all’antica Gallia che resisté alle legioni romane, i greci si considerano eredi di Solone e di Alessandro Magno, gli egiziani sono fieri dei fasti dell’antico Egitto, la nazione Italia si rifà all’antichità romana invocata da Dante e da Leopardi, eccetera.

Quello che non è chiaro è perché l’autore non ammetta che la nazione israeliana, seppur nata molto dopo le altre in ordine di tempo, necessiti anch’essa di ancoraggi memoriali nel passato. La storiografia ebraica, e non solo israeliana, presuppone che esista una nazione ebraica risalente a Mosè, educata alla convivenza civile e all’osservanza delle leggi e degli statuti durante i quarant’anni nel deserto, la quale conquistò a caro prezzo la terra promessagli da Dio. Sand non l’ammette perché questa convinzione porterebbe a pensare che il popolo ebraico sia uno in tutte le latitudini della terra e di conseguenza l’unico avente diritto a quella terra promessa. Il fatto che Israele si definisca come Stato ebraico che appartiene a tutti gli ebrei del mondo provocherebbe ingiustizie verso gli abitanti non ebrei d’Israele. Ora, la questione dell’uguaglianza di tutti i cittadini dello Stato d’Israele è innegabilmente sul tappeto e politici ed intellettuali non se lo nascondono di certo (naturalmente, a patto di considerare come ugualmente cogente la questione della sicurezza), ma dire come fa Sand che NON vi siano basi storiche per affermare che gli ebrei provengono tutti da uno stesso ceppo culturale mi sembra come minimo fantasioso.

L’autore giustifica la presenza di comunità ebraiche sefardite nell’Africa settentrionale e poi in Spagna, e degli ebrei ashkenaziti nell’Europa centrorientale con l’espansione della religione ebraica, a cui si sarebbero convertite le tribù berbere e i kazari, che nel Medioevo furono a capo di un vasto impero a cavallo del Volga. Si tratterebbe in realtà di popolazioni eterogenee che in epoche e luoghi diversi si sono convertite alla stessa fede ebraica.

La storiografia più seria ha però considerato l’esistenza delle “tribù disperse” come romantiche ipotesi e abbiamo da tempo superato tali semplificazioni storiografiche. Inoltre, chi ha una seppur vaga nozione di che cosa sia l’ebraismo così come si è venuto determinando nei secoli fino ai giorni nostri sa che si tratta di un originalissimo insieme di tradizioni, di norme comportamentali, di leggi morali che traggono origine dalla Torà, cui tutti gli ebrei del mondo si richiamano, in maniera diversa e con diversa intensità. La comune sorgente, pur se declinata nei più diversi modi, fa per l’appunto degli ebrei un unico popolo. La particolarità dell’ebraismo è di essere un’esperienza religiosa e sociale basata sull’azione, in cui sfera religiosa e sfera civile, almeno fino alla metà dell’Ottocento, non sono mai state separate. In questo contesto, le tradizioni hanno valore fondante e sono allo stesso tempo garanzia per la sopravvivenza del popolo ebraico nella storia. Non vi è nulla di etnico, non vi è nulla di mitologico in questo. Con buona pace di Sand -che propone di limitarci a pensare l’ebraismo soltanto come un’affascinante religione la cui diffusione ha preceduto l’affermazione delle altre religioni monoteiste, il cristianesimo e l’islam-,  le cose non stanno così. Io credo che nell’ebrasimo non ci sia alcuna differenza tra idea-fede, idea-nazione, idea-storia, idea-popolo, ed è normale che i padri fondatori della moderna nazione di Israele si siano richiamati alla memoria collettiva ebraica per sottolineare (non per inventare) il legame ebraico con la terra d’Israele.

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