Il Kotzker Rebbe e la lotta all’ipocrisia

Ebraismo

di Rav Paolo M. Sciunnach

The_House_of_Kotzker_RebbeRabbi Menachem Mendel di Kotzk (1787-1859), conosciuto come il Kotzker Rebbe, nacque nel 1787 in una famiglia di ebrei ortodossi (mitnagdim) a Goray, vicino a Lublino, in Polonia. Nella sua giovinezza si avvicinò al pensiero chassidico e fu allievo del famoso Rebbe Bunim di Peshischa. Allievo del Kotzker Rebbe fu invece il famoso Rabbi Yitzchak Meir Alter (1798-1866), considerato il fondatore della dinastia dei Chassidim di Ger (o Gur). Morì a Kotzk nel 1859, dopo anni di auto isolamento: si spegnerà quasi cieco, a 72 anni, quasi disgustato dall’esistenza.
Non ha mai pubblicato i suoi scritti, ma i suoi chassidim hanno raccolto alcuni dei suoi insegnamenti nell’opera Emes VeEmunah. (Si veda anche il testo di A. J. Heschel, Kotzk: In gerangl far emesdikeit).
Rabbi Menachem Mendel di Kotzk era un uomo esigente: o tutto o niente. Pretendeva la piena integrità da parte dei suoi chassidim: una mitzvà senza la più pura kavvanà, intenzione, non valeva nulla. Pretendeva per gli uomini la stessa giustizia e integrità del Creatore.
Un rigorista assoluto. Dai detti del Kotzker appare chiaro che il dare troppa importanza alla stretta osservanza delle regole di comportamento religioso rischia di offuscare la relazione individuale con D-o.
Ciononostante, egli non mise mai in discussione la validità dei modelli tradizionali, perché riteneva essenziale vivere secondo la Halachà. Ciò che invece considerava detestabile era l’automatismo dell’osservanza, la devozione meccanica. La Torah ci comanda i “doveri del corpo” ma anche i “doveri del cuore”, diceva. Quello che indignava il Kotzker era il ristagno dell’esistenza religiosa, la caduta dell’ebraismo nella mediocrità. Disprezzava la preghiera detta meccanicamente. Giunse a dire che ha maggior valore spirituale il modo in cui ci si prepara a pregare, che la preghiera stessa: «Non ci si deve alzare a pregare, se non in stato di reverenza interiore. Gli uomini pii delle antiche generazioni aspettavano anche un’ora prima di pregare, per poter concentrare i loro cuori verso il Padre nostro che è nei Cieli».
Essere pronti, predisposti, concentrati. La kavvanà deve precedere l’atto della preghiera. Riuscire a mantenere il proprio impegno interiore con l’intensità del suo primo ardore è impresa che trascende l’obbedienza. Il senso di avventura spirituale, la ricerca di nuovi significati interiori, sono tutti ingredienti necessari a una completa osservanza religiosa ebraica. Ai suoi chassidim, il Kotzker richiedeva che evitassero assiduamente di ingannare se stessi, ma di essere invece presenti in ognuna delle parole che pronunziavano, in ogni Mitzvah che compivano.
Nell’istante, nel momento in cui noi compiamo la volontà di D-o, il risultato e la persona devono essere una cosa sola. Così come non è possibile dissociare parole o azioni dalla persona che le agisce, altrettanto si deve evitare di dissociare la persona da esse. L’esigenza di un cuore puro che echeggia attraverso tutta la storia del chassidismo, spesso risuona come un segnale di allarme: «Formami, o D-o, un cuore puro, e infondi in me un nuovo spirito costante», grida il Salmista. Questo grido attraversa l’intera Torah e impregna di sé tutta la liturgia ebraica. Attenzione, dice il Rebbe: il disinteresse verso gli altri, che nasce con tanta facilità dall’amor di sé, nelle sue forme estreme, conduce l’uomo ad autodistruggersi. L’Io è  un limite, un falso movimento, un elemento di inciampo che si frappone tra l’Uomo e D-o.
Una storiella narra che uno studente andò a trovare il Rebbe. Non era più giovanissimo, aveva circa trent’anni, non era mai stato prima da un Rebbe. «Che cosa hai fatto in tutta la tua vita?», gli chiese il Rebbe. «Ho percorso l’intero testo del Talmud per sette volte consecutive», rispose l’interrogato. «Sì, ma quante volte il Talmud ha percorso te?», indagò il Rabbi.A che cosa serve conoscere i testi sacri, se non conosciamo noi stessi? Il testo può scorrerci attraverso senza cambiarci nell’intimo, nelle profondità della nostra interiorità.
Rabbi Menachem Mendel era fortemente convinto dell’ampio potere della volontà nel dominare il nostro Ego, i nostri istinti, di allontanare le deviazioni, l’indolenza e l’inerzia, l’ipocrisia. Egli combatteva contro l’impoverimento del significato profondo dei comandamenti, non tollerava compromessi: «dovrai essere santo» è scritto, «sarete santi», queste sono le esigenze di base.
Qual è la verità sulle finalità e le prospettive della fede e della osservanza ebraica? Dovremmo cercare di adattare le esigenze della fede alle debolezze umane, o viceversa, dovremmo cercare di elevare la natura umana a un piano superiore di spiritualità e grandezza?
Non c’è dubbio che la via giusta, per il Rebbe di Kotzk, sia la seconda. In tal senso egli giunse quasi a ripudiare la tradizionale preminenza religiosa attribuita all’azione sopra le intenzioni del cuore, sbilanciando così l’ordine della vita ebraica.
Dovremmo dunque, forse, considerare i suoi insegnamenti come una bizzarria religiosa nella storia dell’ebraismo, fondati sugli sghiribizzi di una personalità eccentrica? O le sue posizioni furono davvero fondamentali per il raggiungimento di una forma di autenticità religiosa? La verità è che il Kotzker Rebbe non ha insegnato nuovi principi, ha fatto propri i valori fondamentali del chassidismo: voleva il pieno equilibrio tra azione e intenzione. L’ebraismo è per pochi eletti, insegnava il Kotzker. La trascendenza di D-o sulla mente umana è uno degli attributi necessari del Suo essere: «Non potrei credere in un D-o che potesse essere capito da un qualsiasi sudicione», diceva il Kotzker. «D-o guarda gli uomini dal cielo per vedere se vi è un maskil che cerchi D-o» (Tehillim 14, 2).
Rabbi Menachem Mendel interpretava il verso in questo senso: «D-o dal cielo osserva gli uomini per vedere: c’è forse un maskil che cerca D-o?». È possibile per un razionalista (maskil) cercare D-o? La fede non si conquista con la speculazione razionale.
La fede ebraica è un «salto nell’azione». La fede non consiste nel credere in un concetto indiscutibile. La fede ebraica è «sentire D-o e vivere in Lui», è battersi contro gli impedimenti, sfidare le confutazioni e accettare le difficoltà, trascendere le contraddizioni dell’esistenza per eseguire la volontà del Creatore.
Se il Kotzker fosse vivo oggi, guarderebbe con orrore alla sostituzione della spiritualità ebraica con l’estetica, della spontaneità chassidica con il decoro.
Condannerebbe con veemenza il concetto per cui l’ebraismo viene presentato solo come un insieme di norme, di abitudini, costumi e cerimonie: la riduzione dell’ebraismo ad una mera adesione esteriore, a leggi; si ribellerebbe a una rigida e stretta osservanza mischiata con la disonestà, alla esecuzione dei rituali come forma di opportunismo ipocrita. Insomma, il Kotzker cercava di estirpare dalle anime ebraiche  un ipocrita autocompiacimento.
Insegnò, prima di ogni altra cosa, che la spiritualità ebraica non si eleva al di là dell’aspetto etico e che le due dimensioni sono inseparabili. Nel XIX secolo, il Kotzker torreggiò come un’immensa figura di grandezza morale e audacia di spirito. E tuttavia il suo spirito e i suoi accenti sono forse già quelli dell’era del dopo Auschwitz. Chi sarà in grado di ascoltarli? Forse alcuni di noi getteranno finalmente la maschera: le nostre presunzioni e ipocrisie, le nostre nozioni distorte e corrotte; e forse allora la redenzione messianica potrà avere inizio.

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