Chanukkà: come lottare e difendere il diritto di essere diversi

di Rav Roberto Della Rocca

Gli ebrei come la luna. L’astro notturno che si nasconde, poi cresce e splende. La sua luce che illumina un’identità difesa a tutti i costi, contro l’omologazione culturale e religiosa. Nel nuovo libro di Rav Roberto Della Rocca, Camminare nel tempo (Giuntina), c’è un insegnamento di grande attualità

…bayamim haem bazemàn hazè, in quei giorni, in questo momento (dalle tefillot di Chanukkà)

Chanukkà, dalla radice chinukh, è la festa dell’educazione, ci richiama perciò a offrire ai figli strumenti per rielaborare il passato alla luce del presente, per poter realizzare un’identità figlia dei tempi in cui viviamo. L’aggancio col futuro è nel presente dell’educazione in cui ogni luce/figlio ha una vita propria, e ciascuna luce ha una durata e un’inclinazione diversa da quella dell’altra.

Chanukkà, diversamente da altre ricorrenze che cadono quando la luna cresce (Rosh HaShanà, Kippur, Shavuot) o quando la luna è piena (Pesach, Sukkot, Purim), abbraccia differenti fasi dell’astro minore.
Chanukkà inizia il 25 del mese di Kislev, con la luna calante, contiene un novilunio con il suo Rosh Chodesh Tevet, e termina il secondo giorno del nuovo mese con la luna protesa a crescere.

Se la forza e lo splendore del sole cessano con il tramonto, la luna viceversa, pur se più piccola del sole, pur se meno luminosa, pur se invisibile ai nostri occhi abbagliati dalla luce solare, con la sua rinascita che ogni mese si compie dopo la sua apparente scomparsa, ci rammenta che i vari e diversi tentativi di blackout della nostra cultura, da parte dei greci di ieri e di oggi, non sono riusciti a spegnere otto fiammelle accese.
Di fronte al pericolo della perdita di identità, gli ebrei oppongono la determinazione nel difendere la propria cultura e il diritto alla diversità contro il livellamento culturale imposto dalla cultura ellenistica imperante.

I “resistenti” sono pochi e organizzano una rivolta che fonda le proprie basi nell’adesione all’educazione ebraica. I “resistenti” sono pochi e devono fronteggiare un nemico molto più forte di loro. I “resistenti” sono pochi e sono isolati perché la grande parte del popolo non è con loro, ma nonostante si tratti di una lotta per la sopravvivenza, per questa lotta e per questa vittoria non ci sono miracoli da cercare e da ricordare. Perché si tratta di una scelta che appartiene solamente a noi, in ogni epoca. Vi sono situazioni in cui bisogna schierarsi e definirsi con nettezza e senza ambiguità.

Nell’universo ebraico esiste il concetto del parve, la neutralità, ma mischiare carne e latte assieme non è contemplato.
Per lo stesso motivo non possiamo indossare lana e lino, shaatnez, in uno stesso indumento. Ognuno ha il diritto di essere ciò che desidera essere, ma su basi consapevolmente meditate, e coscienti che se si è “olio” non è possibile essere contemporaneamente anche “acqua”.

Chanukkà non è “il Natale degli ebrei”
In vari discorsi celebrativi di Chanukkà, come in molti post sui social network, si assiste a una discutibile ostentazione della frequente coincidenza tra Chanukkà e il Natale.
Questo atteggiamento da parte ebraica, sdoganato dal livellamento culturale tipico di quel contesto americano un po’ folklorico che seduce tanto anche una certa Israele, potrebbe essere interpretato in diversi modi. Talvolta è un semplice comportamento cortese e di buon vicinato nei confronti della società circostante in cui viviamo, oppure un moto di ingenua ironia corredata da vignette di babbi natale con la kippà e altro.

Talvolta aleggia, invece, quella modalità deformata e omologata di leggere la propria cultura del tipo «vogliamo far vedere che anche noi abbiamo le nostre lucine e i nostri addobbi in questi stessi giorni». È in fondo la stessa logica che ha guidato tanti tentativi di emulazione, per esempio la costruzione di sinagoghe monumentali tanto magnifiche quanto vuote, ma con le cupole e gli altari come nelle chiese attorno. Altre volte ci troviamo di fronte a una retorica che blandisce lo spirito ecumenico e che in alcuni casi degenera in un vero e proprio sincretismo culturale e religioso.

Il neologismo Chrismukkà ne è prova culminante. Un goffo tentativo di sovrapposizione di valori inconciliabili, con il quale ci si sforza in vari modi di coniugare pezzi contrapposti di sé, che per l’universo mentale ebraico non potranno mai rappresentare una sintesi inclusiva. Ci si effonde in auguri natalizi accanto a quelli di Chanukkà, dimentichi che queste giornate, assieme al periodo della Pasqua, hanno costituito per tanti secoli in Europa occasione di lutti e di angoscia per le comunità ebraiche.
Ricordo, quando ero piccolo, alcuni vecchi ebrei di Roma che la sera di Natale, in ottemperanza a una consuetudine del ghetto, andavano a dormire al buio e senza mangiare in segno di lutto. In alcune tradizioni chassidiche e ashkenazite è addirittura vietato studiare Torà la sera del 24 dicembre, anche se in altre, viceversa, bisognerebbe studiare più del solito per compensare il buio da cui siamo avvolti. Insomma, una data critica per quegli ebrei memori delle angherie, delle prediche coatte e delle umiliazioni che venivano perpetrate ai danni dei nostri antenati, ancora più del solito, da parte dei cristiani, negli stessi giorni in cui nei loro luoghi di culto si predicava simultaneamente l’amore e la fratellanza.

È vero, le cose sono cambiate. La Chiesa e il popolo cristiano hanno fatto molti passi avanti.
Inoltre il Natale oggi non è soltanto, per gran parte delle persone, una festa religiosa. E noi ebrei non possiamo restare chiusi nel nostro ghetto, soprattutto quello mentale e culturale. La domanda, tuttavia, resta in piedi. In che modo dobbiamo uscire dal ghetto e relazionarci alla cultura circostante? Gettandoci nell’oceano di una globalizzazione vacua e indistinta? Chanukkà, ancor prima dell’accensione delle luci nelle piazze pubbliche e dell’allestimento di mostre di candelabri di vari artisti, è la festa dell’educazione, come indica la sua stessa etimologia.

Questo brano è tratto dal nuovo libro di Rav Roberto Della Rocca, edito da Giuntina. Camminare nel tempo raccoglie una serie di brevi riflessioni sulle parashòt – le porzioni di Torà lette settimanalmente – e sulle ricorrenze che scandiscono la vita ebraica. In continuo dialogo con i Maestri e senza rifuggire temi di incalzante attualità, Roberto Della Rocca costruisce un itinerario spirituale che celebra la saggezza dell’ebraismo, la gioia dei suoi ritmi e la vitalità dei suoi insegnamenti, tracciando così per il lettore – «di mese in mese e di Shabbat in Shabbat» (Isaia 66,23) – una via d’accesso al testo biblico e al metodo ebraico di affrontarlo.

Rav Roberto Della Rocca, Camminare nel tempo. Spunti e riflessioni su passi della Torà e sulle ricorrenze ebraiche (Giuntina), pp. 252, 17,00 euro (ebook 12,99).