Odessa città ebraica. Poi la Lucania di Carlo Levi

Viaggi

di Annie Sacerdoti e Terry Finzi

I viaggi del Nuovo Convegno. Isaak Babel la chiamava “la città fatta dagli ebrei”.  Oggi Odessa conta due sinagoghe, un centro culturale e un museo.
Il secondo viaggio riscopre invece l’eredità dell’artista-scrittore, Matera e le catacombe di Venosa

 

Trentamila ebrei vivono oggi a Odessa. “Pochi”, secondo alcuni, se si pensa che alla fine del 19° secolo erano 140.000 e prima della Seconda guerra mondiale 180.000, costituendo più del 30 per cento della popolazione totale. Oggi, che la città conta un milione di abitanti, sono “appena” il 3 per cento della popolazione. Odessa per il gruppo del Nuovo Convegno, che l’ha visitata dal 28 maggio al 2 giugno, è stata una vera sorpresa, per la sua storia passata e presente, per la bellezza degli edifici e per la vivacità culturale. Nel 1916, lo scrittore Isaak Babel diceva semplicemente che era “la città fatta dagli ebrei”.
Non proprio. Odessa fu fondata nel 1794 per volere della zarina Caterina, seguendo l’antica politica delle “zone di residenza”, cordone sanitario destinato a mettere gli ebrei ai margini occidentali dell’Impero russo. Fu popolata da gruppi ebraici (molti lituani) insieme a russi, francesi, armeni, polacchi, greci e moldavi. La città nacque così cosmopolita. Gli ebrei, che non potevano vivere a S. Pietroburgo, Mosca e Kiev, avevano il diritto di stabilirsi a Odessa e Nikolaev (altra tappa del Nuovo Convegno), con molte facilitazioni. Cosmopoliti anche i suoi ideatori: il fondatore Iosif Deribas, mezzo spagnolo e mezzo irlandese; de Volan, l’ingegnere olandese che la progettò; Fisher, l’architetto inglese che costruì i suoi palazzi. Palazzi che, nel centro storico di fine Ottocento, ricordano per imponenza e ricchezza Parigi o Vienna, molti in stile Liberty, inaspettati in una città sulla riva del Mar Nero.

Odessa è rimasta fin dalla sua fondazione “città ebraica” per antonomasia, tanto che oggi gli abitanti dicono che tutti hanno un po’ di sangue ebraico nelle vene. Una presenza rimasta sempre numerosa, nonostante l’antisemitismo e i pogrom che colpirono gli ebrei nel 1821, 1859, 1871, 1881 e 1905. Durante la Seconda guerra mondiale, nell’agosto 1941, Odessa fu occupata dall’esercito romeno, affiancato da truppe tedesche. Il generale Nicolae Macici, comandante del Secondo Corpo d’Armata romena, in complicità con Gheorghe Alexianu (autore di violenti pogroms della Romania negli anni 1940-44), ordinò, come rappresaglia a un attentato, il massacro di 5.000 civili (la maggior parte dei quali ebrei), nella notte del 22 ottobre 1941. Nei due giorni successivi altri 20.000-30.000 uomini, donne, vecchi e bambini furono massacrati. Ai circa 35.000 ebrei rimasti a Odessa fu ordinato di trasferirsi in cinque ghetti, nei sobborghi di Slobodka, dove poi furono trucidati in massa. Il 10 aprile 1944, all’arrivo delle truppe sovietiche, erano sopravvissuti solo 703 ebrei. Complessivamente 115.000 ebrei e 15.000 rom furono massacrati nella regione della Transnistria e, tra di essi, la quasi totalità degli 80.000 ebrei presenti ad Odessa al momento dell’occupazione nazista. Dopo di allora la città riprese a svilupparsi, senza più recuperare il ruolo centrale avuto in precedenza. La maggior parte degli ebrei emigrò in Israele e negli Stati Uniti tra il 1970 e 1990. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, nacque nel 1991 il nuovo stato ucraino, di cui Odessa fa parte.
Odessa conserva molti ricordi del suo splendore passato. Si posso ritrovare a partire dalla Piazza Gretsk (Scholem Aleikhem la chiamava la piazza dove “gli ebrei fanno affari”), continua nella Perspective Alexandrovski, nel vecchio mercato e nelle strade Evreiskaia, Bazarnaia, Malaia-Arnaoutskaia. Prosegue dall’altro lato della Via Preobrajenska, nella Via Tiraspolskaia fino alla Via Staroportofrankovskaia, e si estende al di là del quartiere della stazione, nel celebre mercato Privoz e nella Moldavanka fino al quartiere Slobodka. Nell’insieme è un grande perimetro che va dal centro città fino alle periferie ovest e nord. Ma statue e targhe un po’ dappertutto ricordano i tanti ebrei che l’hanno resa famosa: Sholem Alechem, Leon Pinsker, Chaim-Nahman Bialik, Isaak Babel, Vladimir Jabotinsky, per citarne solo alcuni. Qui, secondo molti, nacque la musica Klezmer, oggi suonata normalmente nelle strade.
Dal 1991, con l’indipendenza dell’Ucraina da Mosca, Odessa vive una nuova vita ebraica che è in pieno sviluppo. Alcuni degli edifici ebraici, utilizzati nel periodo sovietico come palestre o magazzini, sono stati restituiti alla comunità che, poco alla volta, sta restaurando e riutilizzando. Il gruppo milanese l’ha voluta conoscere ed è stata accolta con curiosità in due delle sinagoghe in uso (erano 70 tra sinagoghe e sale di preghiera alla fine del 1800). Nella prima hanno assistito alla funzione in onore dei sopravvissuti dei ghetti festeggiati dai nipoti: ogni ragazzo offriva un garofano rosso al “nonno” seduto nella sala, visibilmente commosso dal gesto. Una seconda tappa è stata nella grande sinagoga centrale, per molti anni utilizzata come palestra e oggi restaurata con mosaici dorati. Infine grande sorpresa ha costituito la visita al centro culturale Migdal che svolge per i giovani le più diverse attività, dalla musica, al ballo, alla ginnastica, al disegno. Dopo il giro della palazzina c’è stato un incontro con ragazzi e genitori, curiosi di confrontare le attività che si svolgono a Odessa con quelle di Milano e, magari, far nascere un legame di collaborazione. Bello anche il piccolo museo Migdal dove sono raccolti dati sulla presenza degli ebrei prima della guerra, storie di famiglie, oggetti e documenti. Dunque, un viaggio pienamente riuscito questo del Nuovo Convegno nella “perla del Mar Nero”, ben conosciuta per la monumentale scalinata Potemkin, immortalata nel film La corazzata Potemkin, che si è palesata come vera “città ebraica”, proprio come la definiva Isaak Babel. (A.S.)

 

Sulle orme di Carlo Levi: Venosa, Matera, Aliano

L’arse argille consolerai è il titolo di un’interessante e documentata biografia di Carlo Levi, scritta da Nicola Coccia e presentata dal Nuovo Convegno in una serata alla Libreria Claudiana, con molto pubblico partecipe ed emozionato, alla presenza dell’autore e di alcuni abitanti di Aliano. Ma è anche e soprattutto il bel verso di una poesia – quasi un’invocazione – che lo scrittore, ebreo, antifascista già dai primi anni ’30 rivolge alla amata Paola Levi Olivetti dal suo solitario confino in Lucania, al quale era stato condannato nel 1935.
È venuta così l’idea di percorrere un itinerario a visitare la zone dove ha vissuto e lavorato Carlo Levi, tra quei calanchi quasi privi di vegetazione, ma aggiungendo anche due tappe – Venosa e Matera – in un viaggio vicino e nello stesso tempo lontano, quasi esotico, per la profondità della storia e delle testimonianze, ebraiche e no, dei luoghi.
Il clou della sosta a Venosa è stata la visita alle Catacombe ebraiche. La collina tufacea della Maddalena, vicinissima al centro della cittadina, ospita una rete di cunicoli sotterranei, veri e propri corridoi le cui pareti sono occupate da loculi, a volte da “stanze” familiari, risalenti ai secoli III/VI e. v. in cui sono visibili iscrizioni funerarie e affreschi con i simboli ebraici, dalla menorah allo shofar, all’etrog. Una straordinaria rappresentazione di quella che doveva essere una numerosa e ben inserita comunità in una città – la Venosa dell’epoca – lambita dalla via Appia, quindi toccata da ogni tipo di scambi, di genti, di lingue. Si sa che gli ebrei venusini, molti di status elevato, vissero in un clima di convivenza pacifica e tollerante con la società locale, pagana e poi proto cristiana. La decadenza dell’area nei primi secoli dell’Alto Medioevo portò alla dispersione degli ebrei.

Matera, Patrimonio Mondiale dell’Umanità per l’Unesco e quest’anno Capitale Europea della Cultura, ha accolto i gitanti nel suo straordinario scenario rupestre che conserva un grande patrimonio di cultura e di storia fin dall’epoca neolitica. Dopo la visita al nucleo antico – i due grandi anfiteatri dei Sassi – e alla elegante parte settecentesca di impronta barocca, l’ingresso nel seicentesco Palazzo Lanfranchi è stato emozionante. Calda l’accoglienza della sovrintendente di origine milanese Marta Ragozzino che ha ricordato la nonna ebrea. Alle pareti del primo piano i dipinti di Carlo Levi, il suo autoritratto, i paesaggi lucani, i volti dolenti dei contadini e ancora ragazzi e capre e donne scure. Poi il grande telero, libro di storia per immagini e contemporaneamente denuncia e speranza: dipinto da Levi per il centenario dell’Unità d’Italia, si intitola Lucania 61 e sintetizza il mondo in cui visse e a cui continuò ad appartenere. Lungo 18,50 metri e alto 3,70, dedicato a Rocco Scotellaro, il poeta della civiltà contadina morto prematuramente e proprio da Levi scoperto, contiene una serie di scene quasi fosse un enorme polittico laico: ecco Scotellaro con i suoi capelli rossi, circondato dai contadini, scene di donne con scialli scuri in testa e tanti bambini, uomini in piazza per un comizio e tra loro, vestito come loro, l’autore, il paesaggio brullo eternamente uguale, primitivo ed “eterno” dato che Cristo e con lui il mondo moderno non sembrano mai giunti. L’ultimo giorno del viaggio è stato dedicato ad Aliano, il piccolissimo borgo arrampicato su un colle a strapiombo sulla Val d’Agri. Tutto qui parla ancora di Carlo Levi: in ogni angolo, su molte case le sue descrizioni, brani da Cristo si è fermato a Eboli. Ecco la casa in cui visse, rimasta uguale, all’inizio del paese, affacciata al nulla e quella del curato, del podestà, la chiesa, i vicoli in salita. La piccola pinacoteca racchiude alcune opere realizzate nel periodo del confino, tele magiche con colori estremi a rappresentare la drammaticità della vita, e ancora le foto storiche, lui negli angoli del paese, con Paola, con il cane Barone, fino a quelle dei funerali: gli intellettuali e i politici italiani, le sorelle e tutta la gente del paese. E, al cimitero, la semplice tomba in un angolo, con la vista del monte Pollino e dei tetti fino alla sua casa, una tomba quasi coperta di sassi a testimoniare un continuo ricordo e omaggio. Sì perché Carlo Levi, dopo una vita ricca e nobile, piena di successi e di amori, partigiano, scrittore di grande notorietà, celebrato pittore, senatore della Repubblica ha desiderato riposare qui; in fondo da Aliano non è mai definitivamente partito ed è voluto tornare tra “i suoi contadini”. (T. F.)

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