Potok, lo scrittore rabbino che unì religione e temi secolari: un ricordo a 15 anni dalla sua morte

Taccuino

di Roberto Zadik

Dopo avervi inondato di musica e film, in questo blog torno alla grande letteratura ebraica americana, ricordando un autore ormai molto dimenticato e poco conosciuto in Italia ma molto interessante come il grande scrittore e rabbino Chaim Potok scomparso tragicamente per un tumore al cervello, il 23 luglio 2002.

Non famoso come Elie Wiesel che fu suo grande amico e sostenitore, né come Isaac Singer, rappresentante primario dell’ebraismo intellettuale e religioso newyorchese , Potok riuscì in una difficilissima missione, a fondere mondo religioso da cui proveniva, nato il 17 febbraio 1929 (Acquario) da famiglia ortodossa polacco-russa che ostacolò spesso e volentieri i suoi sogni letterari e artistici desiderando che si dedicasse solo alla Torah, e la curiosità per la letteratura e per l’arte che lo stimolarono per tutta la sua vita.

Laicità e ortodossia, nel mondo ebraico americano e israeliano, più che altrove, sono spesso e volentieri in grande frizione, specialmente fra gli ashkenaziti e nella scena newyorchese si è passati fra vari estremi e contrasti spesso al centro di dibattiti e di divisioni. Dal laicismo sornione di Philip Roth, alle storie di Paul Auster che hanno ispirato film come “Smoke” e del sornione playboy Saul Bellow  e nel cinema di Groucho Marx del quale ricorrono il prossimo 19 agosto i 40 anni dalla scomparsa e di Woody Allen e di Stanley Kubrick, alle canzoni del geniale e trasgressivo Lou Reed, cantore e poeta ebreo newyorchese,  a eccezionali autori religiosi, dei quali Potok è uno dei più lucidi e profondi esponenti. La domanda ricorre, cos’è la cultura ebraica, quella laica, quella religiosa e cosa c’è di ebraico nelle opere dei grandi autori ebrei? Questo interrogativo è estremamente complesso e ognuno dà la risposta che vuole. Sicuramente Potok ha raccontato questi contrasti con incredibile chiarezza e profondità di pensiero sfornando storie sempre attuali e coinvolgenti.

In questo articolo intendo ricordarne la figura e il contributo culturale citando capolavori come il suo fulminante romanzo d’esordio Danny l’eletto (358 pp, Garzanti editore, 18 euro) scritto in piena era hippy nel 1967 quando c’erano le musiche dei Doors, di Hendrix, dei Beatles e degli Stones e l’America era nel terremoto del Vietnam e della sregolatezza giovanile fra eccessi e vizi di vario tipo.   Sono passati 50 anni da tutto questo e Potok che all’epoca aveva 38 anni, compiuti il 17 febbraio, Acquario, mette al centro della vicenda, il dibattito laici-religiosi nella sua New York, con due amici Reuven, svogliato figlio di uno studioso del Talmud che non tollera restrizioni, non portando né peot, riccioli agli angoli del viso né le frange (tzit-tzit) indossati dagli ebrei osservanti e Danny Saunders di famiglia chassidica. Dopo lo scontro iniziale in una partita a calcio, dove i due si sono conosciuti, diventano amici e cominciano a confrontarsi fra loro su vari temi nodali per l’ebraismo, dalla Torah, al sionismo, alle origini della famiglia. Un libro fondamentale dal quale venne tratto un bel film come The Chosen (tradotto malamente in italiano come “Gli eletti”) nel 1981 e che nel cast vantava attori come Rod Steiger protagonista di grandi film, da “ Giu la testa” di Sergio Leone al “Dottor Zivago”.  L’importanza di questo autore è rappresentata dalla sua analisi dei contrasti all’interno del mondo ebraico, dal fiuto psicologico e introspettivo dei suoi personaggi, descritti con vivacità e ironia, la vena autobiografica ma mai eccessivamente e lo spazio dato alla sua New York ebraica nella convivenza, in passato molto difficile, fra cultura yiddish dell’Est Europa e valori americani.

Molto interessanti nella sua vasta produzione sono anche “L’arpa di Davita” che tratta di una ragazza che nata da genitori laici e di sinistra riscopre le tradizioni religiose dei nonni, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale e il problematico e bellissimo “Il mio nome è Asher Lev” che, ispirato a uno dei suoi pittori preferiti, Chagall e anch’esso vagamente autobiografico ma fantasioso e originale come sempre, tratta del pittore Asher e dei suoi contrasti, a causa dei suoi quadri, con sé stesso e il suo background osservante di amici e parenti.

Di origini russe e polacche, l’autore discende da una famiglia di ebrei ortodossi, probabilmente discendente di grandi rabbini ma egli a 17 anni iniziò a avvicinarsi alla cultura secolare, iniziando a leggere i classici di Joyce e il suo “Ritratto di signora”, di Dostojevski e di Hemingway o Thomas Mann che divennero fra le sue ispirazioni principali, nominati spesso da altri celebri rabbini e studiosi del mondo anglosassone, primo fra tutti l’ex rabbino Capo del Regno Unito, Rabbi Jonathan Sacks o dal critico letterario ebreo americano Harold Bloom. Fermamente intenzionato a riunire cultura europea e patrimonio ebraico e religioso, come tentarono di fare anche Gershom Sholem o Martin Buber in Europa, Potok si diplomò al Jewish Theological Seminary e studiando filosofia, letteratura e dipingendo. Voleva raccontare gli ebrei di Brooklyn, come Joyce aveva fatto con gli irlandesi, e fu tra i primi a rendere accessibile  quegli ambienti anche al mondo esterno, prima di film come “Un estranea tra noi” del regista ebreo suo concittadino Sidney Lumet o l’ultimo lavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”. Una vita intensa, appassionata, fra interviste, conferenze e un continuo fervore culturale, religioso e letterario che lo animò fino alla morte. Sposato con la psicologa Adina Sarah Mosevitzky e padre di tre figli,  lavorò anche nell’ambito editoriale come caporedattore della Jewish Publication Society of America e nel 1967 con “Danny l’eletto” divenne subito Best Seller vendendo 34mila copie all’uscita del testo. Diversamente da Mordechai Richler, acclamato autore de “La versione di Barney” o dello scienziato e scrittore Oliver Sacks e di molti altri che abbandonarono i dettami religiosi per gettarsi nella cultura e nei valori secolari e sociali, questo autore tentò di restare in equilibrio su questi due fronti, ricevendo nel 1970 un dottorato in Filosofia e vivendo per un lungo periodo a Gerusalemme con la sua famiglia. Con Potok se n’è andato una immensa voce letteraria e religiosa, simbolo di apertura e di forte identità ebraica e ispirazione per tutti noi in questa epoca di estremismi e di aggressività ideologica.

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